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  • Settimana internazionale. La Siria e l’incubo della guerra civile

    Settimana internazionale. La Siria e l'incubo della guerra civile

    La Siria e l’incubo guerra civile. Intervengono: Antonella Appiano (Corrispondente dal Medio Oriente per L’Indro), Alberto Negri (Inviato speciale del Sole 24Ore), Annalisa Rapanà (Giornalista Area internazionale ANSA). Conduce in studio Francesco De Leo (Direttore di grandemedioriente.it) Altri formati disponibili: Streaming MP3

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    Ritorna Khaled Meshaal

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    Fratelli musulmani e Salafiti. Chi sono ?

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  • UnoMattina Caffè - Antonella Appiano presenta Clandestina a Damasco

    Uno Mattina-Caffè. Presentazione del libro "Clandestina a Damasco - cronache da un paese sull'orlo della rivoluzione". Con Antonella Appiano, in studio, Lorenzo Ciompi e Mirella Serri.

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  • Clandestina a Damasco. Presentazione a L'Infedele del 31/10/2011

    A L'Infedele, La7, Gad Lerner presenta il reportage "Clandestina a Damasco" di Antonella Appiano.

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Enplenair News intervista Antonella Appiano

di Laura Vanetti

L’Italia, come molti altri Paesi occidentali, sembra non voler cogliere la drammaticità della situazione siriana. Troppi filtri non consentono una conoscenza esatta delle problematiche che attanagliano questo paese.

Abbiamo rivolto alcune domande ad Antonella Appiano, giornalista ed esperta di Medio Oriente, che ha vissuto per lungo tempo in quei territori tormentati.

Cosa impedisce all’Europa ed all’Occidente di avere una visione chiara ed obiettiva della situazione drammatica che sta vivendo la Siria?

Prima di tutto la non-conoscenza. In generale, la Siria è un Paese  ancora piuttosto sconosciuto e l’ Occidente, quando si tratta di Paesi medio-orientali, o Paesi arabi, tende a generalizzare. Invece ognuno di essi, possiede  proprie caratteristiche e peculiarità. Una storia diversa. Per poter fare analisi corrette bisogna conoscere la storia, i fatti . Poi, la Siria ha chiuso l’accesso alla Stampa internazionale, e questo ha complicato tutto. In assenza di media indipendenti, le fonti diventano quelle “schierate”: gli oppositori da una parte, e il regime dall’altra.

Il Regime di Assad sembra voler oscurare lo sguardo straniero sulla guerra civile che è in atto: perché? Quali sono le vere motivazioni politiche di questa guerra civile?

Senza dubbio la Siria che è stata inserita nei “Paesi canaglia” dal Presidente americano George W. Bush, ha sempre provata una certa diffidenza nei confronto dei media stranieri. Ma, ripeto, impedire o comunque limitare e rendere difficile le testimonianze dei giornalisti occidentali, non ha giocato a favore di nessuno. Di “guerra civile” possiamo parlare ora. Ma all’inizio, a metà marzo 2011,  le manifestazioni erano pacifiche. E non erano diffuse in tutto il Paese. Le prime, chiedevano solo “riforme”, neppure la caduta del regime. Si trattava quindi di rivendicazioni in nome della libertà e della dignità. In seguito, gli eventi hanno preso una piega diversa. C’è stata la reazione militare della leadership di Damasco che ha sempre sostenuto che il Paese era stato attaccato da “bande esterne”. La violenza genere violenza, purtroppo. A luglio una parte degli oppositori si è armata. Ci sono state le prime diserzioni nell’esercito. Fino ad arrivare all’internazionalizzazione della crisi.

Che ruolo ha il popolo? E’ strumentalizzato?

Una parte di siriani è scesa in piazza chiedendo riforme, l’abolizione dello Stato di Emergenza, la possibilità di creare partiti. Su questo non c’è dubbio. Non direi che il popolo è stato strumentalizzato. Ma certo, in ogni situazione di caos, di confusione, si possono infiltrare elementi che “soffiano sul fuoco” per motivi politici, o anche solo d’interesse.

La convivenza tra varie confessioni è un elemento di contrasto in questo contesto? E come?

In Siria da secoli la convivenza fra le tante etnie e confessioni religiose è stata pacifica. Sul documento d’identità i siriani non devono specificare l’appartenenza religiosa. Non ho mai avvertito tensioni. Anzi, molta armonia. Ci sono famiglie cristiane che frequentano quelle musulmane, ragazze in hijab a braccetto con ragazze con i capelli sciolti sulle spalle. Anche la guerra civile in atto non è basata sulla religione. E’ uno scontro fra chi appoggia il regime e chi no. Ai vertici del governo ci sono soprattutto alawuiti (un ramo particolare dello sciismo a cui appartengono anche gli Assad) ma anche la ricca borghesia sunnita e cristiana cooptata dal regime. Quindi non è una lotta fra alawuiti e sunniti come molti affermano. Piuttosto una lotta fra ricchi e poveri. Fra le file dell’opposizione ci sono anche alawuiti poveri. E fra quelle di chi sostiene il regime, anche sunniti che appartengono alla sfera dei privilegiati.
[continua]
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Bashar tra proclami e fatti.

Povertà e paura stanno dilagando nel Paese. Si tratta per inviare una missione di pace da parte dell’Onu.

Ancora notizie contrastanti dalla Siria e trattative diplomatiche per cercare di risolvere la crisi e porre fine alle violenze che continuano ormai da 11 mesi. Ieri (15 febbraio) il Presidente Bashar al-Assad ha annunciato che il 26 febbraio si terrà nel Paese un referendum costituzionale per approvare la nuova Costituzione. Tra le clausole della nuova Carta, sono previste la scomparsa del monopolio del partito Baath, al potere in Siria da quasi cinquant’anni, l’avvento del pluripartitismo e un limite ai mandati presidenziali. Solo due mandati da sette anni per il Presidente, da eleggere con suffragio universale. Nel testo si precisa anche che “non potranno partecipare ad elezioni le formazioni a base religiosa o regionale”.

Il popolo siriano sarebbe quindi chiamato alla urne per decidere se approvare la nuova Costituzione, fra dieci giorni. Una buona proposta. L’impressione, però, è che questa iniziativa sia arrivata troppo tardi. Dieci giorni sono pochi per organizzare un referendum in un Paese ormai diviso, nel caos, da cui continuano ad arrivare notizie di combattimenti fra le forze dell’Esercito libero siriano a fianco degli oppositori e l’esercito regolare con le Forze di sicurezza.

Il comportamento del Presidente Bashar appare incerto. Contradittorio, mentre l’opposizione lo accusa di voler guadagnare tempo. Anche Washington definisce l’annuncio di Assad ’ridicolo’, sottolineando come ogni precedente dichiarazione del regime si è finora rilevata falsa. La Russia invece ritiene l’annuncio importante, un passo avanti per riportare la stabilità nel Paese, e condanna l’isolamento di Damasco da parte dell’Occidente. Secondo Mosca ”fare pressione per un cambio di regime in Siria non farebbe che peggiorare la situazione.

[continua]

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La Siria divisa, anche in Italia

La comunità siriana nel nostro paese, in diverse sigle. Cosa pensano e cosa chiedono, tra confusione, idealità ed attese. Verso la manifestazione del 19 febbraio

Sigle, nomi. Siriani in Italia, Vogliamo la Siria libera, Unione di Coordinamento in Italia per il sostegno alla Rivoluzione siriana. Chi sono ? Quali progetti hanno? Da chi sono sostenuti?

Per semplificare, diciamo che l’opposizione siriana in Italia si divide in due schieramenti- spiega il dottor Feisal al Mohamad.”Uno laico, che raccoglie varie sigle, e uno Islamico, che fa riferimento al dottor Mohammed Dachan”. Feisal al Mohamad, medico, vive da 42 anni n Italia e ha fondato a Roma il Gruppo Unione di Coordinamento in Italia per il sostegno alla Rivoluzione siriana, nel giugno del 2011. All’inizio, abbiamo sperato davvero nelle riforme”.

Nel gruppo ci sono 250 iscritti più i sostenitori. Lo scopo? “Informare la popolazione italiana, far pressione sulla politica italiana attraverso associazioni e anche sul governo siriano. Far sapere a chi, nel nostro Paese, combatte per la libertà che non è solo”.

Manifestazioni, sit-in, conferenze, sono gli strumenti. Il dottor Feisal afferma che il gruppo è auto- finanziato, si sente ’vicino al Cns (Consiglio Nazionale Siriano)’ la parte di Opposizione politica, con sede in Turchia. “Ma - ci tiene a sottolineare- non abbiamo una rappresentanza nel gruppo“. Si augura una transizione cui partecipino “tutte le forze che hanno combattuto sul campo, che porti alla creazione di una nuova costituzione”. E’ contro ogni intervento armato straniero, ma spera “che l’esercito siriano Libero possa venir finanziato e armato (dai Paesi dal Golfo, per esempio) per accelerare la caduta del regime”.

Anche Aya Homsi, 25enne bolognese, che ha fondato nell’aprile del 2011, insieme a Bilal Breigeche, il Gruppo ’Vogliamo la Siria libera’ dichiara che gli scopi dell’Associazione sono quelli di “sensibilizzare l’opinione pubblica, raccogliere fondi per le famiglie di siriani che sono scappate in Giordania o in Turchia”.

E che lo schieramento riceve solo denaro da famiglie siriane. Nata in Italia da genitori siriani,Aya dichiara che ogni volta che tornava nel Paese di origine per trovare i parenti ad Aleppo, percepiva “la differenza fra un paese democratico come l’Italia e uno autocratico come la Siria”. Il padre era venuto in Italia per motivi di studio, nessun passato politico, dunque, eppure Aya non ha esitato a schierarsi in maniera attiva.

[continua]

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Il bivio siriano.

Da un lato l’appoggio di Russia, Cina e Iran, dall’altro l’inasprimento delle posizioni americane. Intanto il Paese continua ad essere teatro di violenze.

La Siria a un bivio? E’ destinata a diventate terra di scontro fra lo schieramento arabo-statunitense e quello russo-iraniano? Oppure stiamo assistendo solo ad ’una prova di forza’ delle vecchie superpotenze? Secondo fonti della Cnn, il Pentagono ha preso in esame l’ipotesi di un intervento militare contro la Siria. L’Unione Europea si è dissociata, ribadendo, ancora una volta, che la ’Siria non è la Libia’. Mentre il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, ha annunciato oggi una missione congiunta delle Nazioni Unite e della Lega Araba (che aveva interrotto l’incarico dei suoi osservatori lo scorso 28 gennaio).

L’Italia ha richiamato a Roma, per consultazioni, l’ambasciatore a Damasco Achille Amerio, anche se la nostra ambasciata, come ha dichiarato la Farnesina “rimarrà aperta per garantire l’assistenza ai connazionali presenti nel Paese”. Dopo la chiusura di lunedì dell’Ambasciata americana, anche la Francia, la Spagna, il Belgio e l’Olanda, hanno richiamato i propri diplomatici.

Ma il regime siriano non sembra cambiare linea. Senza dubbio, il presidente Bashar-al-Assad ha dalla sua parte Mosca e Pechino che, con il duplice veto contro la Risoluzione di condanna del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, hanno confermato ancora una volta di sostenere la leadership al potere.

E l’Iran. Anche il Presidente Mahmud Ahmedinejad ha ribadito l’appoggio alla Siria accusando “gli Stati Uniti e i loro alleati di voler provocare una guerra nella regione per infrangere il fronte della resistenza islamica”.

Questi i fatti. Le dichiarazioni. Ma ancora una volta, dietro il palcoscenico, la scena è meno chiara. A Homs, sotto assedio, si continua a combattere ma il fronte non è uno solo.Manifestanti armati, civili inermi, soldati del Free Syrian Army, lealisti. E qui i fatti non sono confermati da fonti indipendenti. Informazione e controinformazione si alternano gettando luci e ombre. La tv di stato siriana comunica di un’esplosione di un’autobomba nel quartiere di Bayada , ad opera di ’bande di terroristi’ che ha causato morti e feriti fra i civili e le forze di sicurezza. Secondo le dichiarazioni dell’Opposizione, attraverso il canale satellitare del Qatar Al Jazeera, la città è sotto assedio e nella sola mattinata di oggi sono morte più di quaranta persone.

[continua]

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Karman: “La vera rivoluzione comincia ora”

Si definisce “Giornalista, madre e islamica”. E dice che a far la differenza nel suo paese sono state le donne ed i giovani yemeniti

Tawakkul Karman

Indossa una elegante tunica nera, un hijab rosa chiaro, ricamato a fiori rossi, e si presenta subito come: “yemenita, giovane donna, madre, e musulmana“.

Sorridente e serena ma anche decisa, a tratti ’infuocata’. Una vera pasionariaTawakkol Karman, Premio Nobel per la Pace 2011. Protagonista della Primavera araba yemenita, attivista per i diritti umani, giornalista. E che giornalista. In Paese arretrato come lo Yemen, con una popolazione di 24 milioni di abitanti, di cui la metà è analfabeta, Karman ha fondato l’associazione Giornaliste senza catene per favorire la libertà di espressione delle donne che lavorano nel campo della comunicazione.

Esponente del partito islamico Al Islah, che rappresenta il primo gruppo di opposizione in Yemen, il Premio Nobel insiste sul fatto che “a fare la rivoluzione in Yemen sono stati i giovani e le donne. E scandisce senza apparente emozione i nomi delle compagne scomparse ed uccise nelle manifestazioni. “Più ne uccidevano, più il regime ci diceva di restare a casa e più il numero di donne che scendeva in piazza aumentava. Ed ogni donna ha gridato:”Saleh. Prepara la valigia. E vai via“.

Donne e giovani. Sono stati i giovani, certo. In un Paese dove la metà degli abitanti non supera i 18 anni è indiscutibile. Le donne. I dati parlano del maggior numero di donne imprigionate. La stessa Tawakkol Karman era stata arrestata nel gennaio 2011 e liberata in seguito alle pressioni dei suoi sostenitori. E ha continuato l’attività di opposizione diventando presto una leader. Una delle più carismatiche leader della protesta femminile nel suo Paese.”Sono stati i giovani e le donne,” ripete Karman.

Ma non possiamo parlare ancora di vittoria. E’ stato l’inizio della rivoluzione” afferma convinta. In effetti lo Yemen deve affrontare molte sfide. E’ il più povero fra i paesi arabi. Tribale, settario. Le modeste scorte di petrolio si stanno esaurendo e anche quelle di acqua, fondamentali per l’irrigazione.

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Il “niet” di Mosca sulla Siria

Attesa per la decisione del Consiglio di Sicurezza.
Una soluzione è l’unica, urgente alternativa a una guerra civile sempre più cruenta ed imprevedibile.


Questa volta, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu potrebbe davvero rivelarsi risolutivo per la Siria, un Paese stremato da 11 mesi di rivolte, ormai in piena guerra civile, i combattimenti estesi fino ai sobborghi orientali di Damasco, la crisi economica sempre più grave. Il veto di Mosca cadrà di fronte a una risoluzione con una clausola chiara sul fatto che non “sarà fatto ricorso all’intervento militare straniero? Per ora infatti la bozza si limita a non citare interventi militari. E’ una sottile differenza, ma fondamentale in termini strategici e diplomatici.

Dalla Russia sono arrivati accenni di apertura. L’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin, ha assicurato al Consiglio di sicurezza che un accordo sulla Siria “è non solo necessario ma possibile. Sull’altro fronte anche il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton,ha garantito ’uno sforzo congiunto’ per arrivare a un accordo e “lanciare un messaggio ad Assad e al suo regime”.

La proposta dell’Onu chiede in sostanza che Bashar al Assad ceda il potere al suo vice presidente. Primo passo per un piano di transizione e un dialogo con l’Opposizione. La sigla più rappresentativa, il Consiglio Nazionale siriano (CNS) ha infatti escluso ogni trattativa con Bashar. Tornando alla Russia, lo stesso vice-presidente siriano, Farouk al-Sharaa, il 16 dicembre scorso, secondo fonti del Cremlino, era stato invitato a Mosca per “un colloquio molto serio“.

Mosca sta giocando un’altra partita dietro le quinte? Certo il legame con lo stato di Assad ha radici antiche, ma alla Russia preme soprattutto tutelare gli interessi economici e strategici e la Siria rappresenta l’unico suo sbocco nel Mediterraneo. Però, la potenza euroasiatica potrebbe anche aver ricevuto garanzie sufficienti ad abbandonare un regime ormai agli sgoccioli.

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La Primavera araba vista da qui

Osama, 28 anni: “i valori dell’Islam non sono in contraddizione con la Democrazia”

Dopo la caduta di Ben Alì sono diventato un ’ex’ rifugiato politico. Me lo ripeto spesso, ’ex’, e provo una sensazione meravigliosa, difficile da esprimere”, racconta Osama Al- Saghir. Ha 28 anni ed è arrivato in Italia, a otto, insieme alla famiglia perseguitata in Tunisia dal regime.

Seconda generazione, ex presidente dei Giovani Musulmani d’Italia, Osama continua a vivere in Italia, alternando frequenti soggiorni in Tunisia. Infatti è stato eletto, nella circoscrizione Italiana dei tunisini all’estero, fra le fila del partito vincente, En-Nahda e ora fa parte dell’Assemblea Costituente. E’ giustamente orgoglioso e consapevole “del contributo che può portare al suo Paese di origine”.

Qui, sono cresciuto in una società civile attiva, un fattore indispensabile per la democrazia. Come i valori della libertà e della dignità, totalmente assenti nella Tunisia di Ben Alì”. Osamasottolinea l’importanza per noi occidentali nel capire “che i nostri valori, i valori dell’Islam non sono in contraddizione con la Democrazia. En-Nahda è un partito d’ispirazione islamicaed è stato scelto e votato dal popolo in libere elezioni”.

I ragazzi 2G vivono una doppia identità e sono portatori di due culture. Questo fattore costituisce una ricchezza anche se a volte crea difficoltà. L’Italia è stato sempre un Paese un po’ razzista e ora, per di più è ’invecchiato’ e in crisi economica. I paesi arabi dai quali provengono le famiglie dei ragazzi 2G, stanno invece vivendo una nuovo momento storico, una fase di cambiamento, che li rende diversi da come erano quando i loro genitori sono partiti.

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Lifestyle in Qatar

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