La guerra pacifica del Kurdistan

Erbil (Kurdistan) Iraq – E’ tempo di Ramadan e Mohammad Nuri -imprenditore e commerciante di Erbil- ha fissato il nostro appuntamento dopo il tramonto quando il muezzin annuncia la rottura del digiuno, al Café Azado, nel Family Mall.

Ordinando un tè, cita il leader politico curdo, Abdul Rahman Ghassemlou: “non si parla molto dei curdi perché noi non abbiamo mai preso un ostaggio, mai dirottato un aereo e ne sono fiero”. “Ne sono fiero anch’io” dice, ma ora è arrivato invece il momento di parlare di noi curdi. “E’ arrivato il momento dell’Indipendenza. Possediamo risorse economiche, idrocarburi in gran quantità, una cultura, una lingua, stiamo sviluppando le infrastrutture, costruendo case, ospedali, alberghi”.
E, aggiunge sorridendo, “il nostro territorio è molto più esteso di quello del Qatar”.

Domando: I miliziani dell’Isis (Stato islamico dell’Iraq e del Levante) proprio oggi hanno proclamato la ricostituzione del Califfato a cavallo fra l’Iraq e la Siria. Non teme che vogliano includere anche la regione del Kurdistan iracheno? “Abbiamo fiducia nel nostro Esercito” risponde “è stato dislocato lungo tutto il confine con l’Iraq, per creare una zona-cuscinetto di difesa e proteggere così il Kurdistan dagli attacchi dei miliziani. I nostri peshmergasi sono battuti con successo contro gli estremisti dell’Isis, in alcune zone hanno anche difeso gli iracheni e i cristiani, come è successo di recente a Qaraqosh. A Kirkuk chi ha preso il controllo della situazione? I nostri militari che hanno dimostrato di poter respingere l’Isis molto meglio dell’esercito iracheno. Il Governo curdo è cresciuto in credibilità e autorevolezza. Non credo che l’Isis miri al Kurdistan. Sono convinto che sia stato stipulato un accordo (anche se in maniera non ufficiale) fra le tribù sunnite che combattono con l’Isis e il nostro Parlamento”.

Dal Family Mall  al quartiere cristiano di Ainkawa, il traffico è intenso. Case nuove e palazzine in rovina, costruzioni moderne, vecchie moschee, luci al neon che illuminano le insegne dei locali, scorrono dal finestrino del taxi come un nastro colorato.

Simla Yerlikay, mi ha dato appuntamento davanti alla chiesa di St. Joseph. Giornalista e scrittrice turca, si trova ad  Erbil da due anni come corrispondente di ‘TRT’ (Turkish Radio and Television Corporation). Chiacchierando arriviamo al Barista cafè.  Simla è l’autrice di un libro ‘Il nostro nuovo vicino, il Kurdistan’, uscito l’anno scorso in Turchia.  Il testo vuole spiegare la struttura, le dinamiche politiche uniche, la condizione delle minoranze della Regione. Pochi conoscono il Kurdistan iracheno, pochi sanno che questa regione dell’Iraq del nord, ha ottenuto di fatto l’autonomia dopo l’invasione americana del 2003 e la caduta di Saddam Hussein. In Turchia soprattutto, per molto tempo, la parola Kurdistan è stata tabù. Ma ci sono molti falsi miti da sfatare “Anche io prima di venire a vivere qui, non conoscevo molte cose. Con il libro, ho voluto appunto fare chiarezza. Siamo in Iraq, è vero, ma il Kurdistan è diverso dal resto del Paese. Si parla un’altra lingua, c’è un altro Esercito, un’altra bandiera”.
Primo partner commerciale del Kurdistan iracheno è proprio la Turchia, e il fatto che la tv nazionale abbia aggiunto Erbil come sede di corrispondenza, dimostra gli interessi che la legano a questa Regione autonoma. Anche se sembra difficile credere che sia pronta ad accettarne l’indipendenza.

In questi giorni, gli schermi televisivi sono sempre accesi, sintonizzati sui canali come ‘al-Sharqiya TV’ live, o ‘Kurdistan TV’, che seguono via via i combattimenti sui vari fronti, da Tikrit a Jalawla. Nei locali, nei negozi. La gente si ferma sempre a commentare. Nell’aria si respira un senso di attesa. A volte di tensione.

Senza dubbio la crisi irachena rappresenta una buona opportunità per il Kurdistan iracheno. Il Premier Masoud Barzani ha accusato più volte il Governo iracheno di Nuri al-Maliki d’incapacità. E sta premendo per ottenere l’indipendenza. Ma sappiamo bene che a decidere saranno anche le potenze regionali e le super potenze.

Ancora un incontro nel Bazar, alla Cittadella, che è stata inserita, il 22 giugno scorso, nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. La Cittadella, l’antico nucleo di Erbil, risale infatti all’epoca assira e può vantare quindi circa settemila anni di storia.

Il Bazar è già affollato. Intere famiglie passeggiano fra le stradine zeppe di bancarelle e chioschi di kebab. L’odore del cibo, si mescola al profumo delle spezie, dello zucchero, dei dolci al miele e al formaggio.
In un piccolo ristorante mi aspetta Goran, uomo d’affari e proprietario di alcuni hotel in città. Racconta: “L’attacco dell’Isis a Mosul, non è stata una sorpresa, c’erano già stati scontri, e dal 2013, il nostro Presidente Masoud Barzani  era consapevole di una possibile crisi in Iraq. Non è un segreto che i rapporti fra il Kurdista iracheno e il Governo centrale di Baghdad siano sempre tesi. Per la disputa dei territori contesi, come Kirkuk, e ora per il blocco degli stipendi statali, per la gestione del petrolio. Ma noi abbiamo saputo aspettare l’evolversi dei fatti per decidere come reagire. Siamo in vantaggio. Non dobbiamo sprecarlo”. Teme una rivendicazione da parte dell’Isis sulla regione curda? “Non posso escluderlo e neppure il Governo lo fa e tiene alta la guardia. I controlli sono aumentati ovunque. Purtroppo l’intelligence ha scoperto focolai jihadisti anche qui. A maggio, per esempio, è stato arrestato, prima di compiere un attacco terroristico, un ragazzo originario di Halabja”, la città famosa per la strage di curdi con armi chimiche da parte di Saddam Hussein, “che aveva combattuto per diversi mesi in Siria, come miliziano dell’Isis”.

Uscendo mi fermo a una bancarella che espone le bandiere con il tricolore curdo e il sole giallo, e ciondoli, portachiavi, orologi con il volto sorridente di Mustafa Barzani, il leader nazionalista curdo. “Anche lui era un peshmerga” dice Boran, il ragazzo che vende i gadget. “Sai che cosa significa peshmerga? Fino alla morte. Per questo so che l’Isis non entrerà mai nei nostri confini”.

Antonella Appiano per ©Lindro La guerra pacifica del Kurdistan  Tutti i diritti riservati


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Per favore non chiedete a un expat…

Ci sono diverse cose che irritano un expat.

Ognuno ha la sua scala di valori riguardo l’”intolleranza”.
Io, per esempio, non sopporto gli italiani che passano ore al computer a giocare, leggere gossip, cercare tutorial sul trucco o sul mettere lenti a contatto colorate e poi pretendono (e sono quasi sempre sconosciuti) che tu offra loro magiche soluzioni per venire a vivere e lavorare nella tua seconda Patria, scrivendoti un messaggio, attraverso i social.
Cambiare paese non è come cambiare abito.

Qui, Oman. Che cosa mi manca dell’Italia?

Nulla.

Premetto che sono poco attaccata alle cose, alle abitudini, alle consuetudini. Che l’Oman è un Paese che ho scelto (non ci sono capitata per caso); che non ho un carattere da “torcicollo emotivo” e nostalgia è una parola che non compare nel mio vocabolario. Rifletto

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