E quando sei tu lo straniero? Vita da expat.

Straniero. Vivi in altro Paese, non quello in cui sei nato. In un Paese straniero. E sei tu a dover imparare nuove regole, comportamenti, leggi. Rispettare la cultura e le tradizioni in cui sei immersa. Parlare una lingua (o più lingue) diverse. Se poi il nuovo Paese si trova in un altro continente, le “non-similitudini” si accentuano. Sei tu ad essere osservata. Per forza, i tuoi tratti somatici differenti….Come sono differenti il clima, le stagioni, il cibo, la vegetazione. Il fuso orario con l’Europa che ti costringe ogni volta a fare i calcoli prima di telefonare ai genitori. E se il Paese è musulmano, devi ricordarti che il Weekend è venerdì e sabato. E la domenica il primo giorno lavorativo della settimana.

Certo le nostre reazioni al cambiamento dipendono da molti fattori: la nostra è stata una scelta mirata? Abbiamo una mente aperta curiosa, flessibile? Ci piacciono le sfide? Il non-conosciuto? Le difficoltà però ci sono per tutti. Anche per chi -come me- è nata in una famiglia cosmopolita: nonni expat e un avo esploratore, e ha girato il mondo da sola, già da ragazza.

La mia difficoltà più grande a Muscat (la traslitterazione corretta sarebbe Masqat) capitale del Sultanato dell’Oman? Vi farò ridere, lo so, ma è stata quella d’imparare a guidare un’automobile con il cambio automatico. Mai fatto prima. Capita. Così, all’inizio, ogni volta sulle cunette o ai semafori cercavo di “scalare” le marce…per finire poi, con inchiodate pazzesche. E la retromarcia che si “innesca ”pigiando il freno?”. Un controsenso. Dovevo concentrarmi sempre. Quasi una breve meditazione.

Mi sono rifiutata di usare il navigatore per imparare davvero a girare la grande capitale . Anche nel traffico della Sultan Qaboos Highway a quattro corsie (come il Periferico a Città del Messico) con tutti quei roundabout (belli eh, circondati da fiori colorati) ma che se ti sbagli… non sai bene dove vai a finire…Qui, come in ogni Paese arabo, non si seguono i nomi delle vie e i numeri civici, ma ci si orienta con “i land marker”. Per esempio una moschea, un museo, un giardino. Più facile quindi se si possiede una memoria visiva. E alla fine c’è sempre WhatsApp…La frase più ricorrente quando si va ad un appuntamento in un luogo sconosciuto è: «Mi mandi una WhatsApp location?».

Il negozio di arredamento “Home Center” deve consegnarmi un divano. Scusate devo lasciarvi. Già il trasportatore mi sta chiedendo indicazioni. Non serve la via, ma: «Dunque, se arriva dal roundabout di Ghala, vada dritto fino alla Muscat Bakery e giri a sinistra al primo semaforo. E’ proprio il primo palazzo bianco. Ha capito? No? Aspetti le mando una WhatsApp location…».

Crediti: fotografia Wikimedia Commons

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Come si vestono gli Omaniti?

L’abito tradizionale maschile Omanita? Ormai ci sono abituata ma è davvero particolare. La tunica di cotone, in genere bianca, ma anche colorata (marrone, nocciola, blu, lilla) ha un taglio elegante, ricami intorno ai polsi, il collo, e si chiama dishdahsa. Non so come facciano gli Omaniti ad averla sempre candita e stirata.

Beviamo un caffè? Ma un caffè Omanita …

«Voglio l’odore del caffè. Voglio cinque minuti. Voglio cinque minuti di tregua per il caffè. […] Il caffè per chi ne è maniaco come lo sono io, è la chiave del giorno»
scrive il poeta palestinese Mahmud Darwish.

Quanto lo capisco! Amo il caffè, sono una coffee addicted, e mi piace sperimentare ogni genere di questa aromatica bevanda. Dopo il caffè turco (che ho imparato a fare in Siria), ecco quindi “le istruzioni per l’uso” per preparare un buon caffè omanita.

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