Islam

Iraq: ecco come ISIS usa Twitter

Questo è il primo guest post, sul blog Conbagaglioleggero, di Roberto Favini – che scriverà sempre di Medio Oriente, di Paesi Arabi e aree di crisi – ma attraverso la chiave interpretativa del giornalismo dei dati, fact-checking e delle forme digitali di storytelling.
Buona lettura!

Se al-Qaeda rappresenta il primo soggetto violento non governativo in grado di applicare una strategia di sfida globale verso una superpotenza è anche perché, parallelamente alle operazioni militari sul territorio, ha saputo sfruttare efficacemente i vari media.

Nel corso degli anni ha saputo adattarsi rapidamente ai cambiamenti, utilizzando metodi sempre più sofisticati. Lo si nota particolarmente dall’uso crescente jihadista di Internet e, da qualche anno a questa parte, dei social media.
Nelle ultime settimane i media ci riferiscono sull’avanzata delle truppe di ISIS/ISIL in Iraq,  mentre rimangono consolidati al nord, e si stanno rafforzando nel nord-est della Siria. Negli stessi giorni però è stato anche possibile assistere a diverse novità nell’uso di Twitter a supporto delle operazioni militari.

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crediti: dailymail.co.uk

Anzitutto, una premessa per comprendere meglio il contesto, specie per chi è un po’ a digiuno di sigle e nomi di gruppi jihadisti.

ISIS o ISIL  è un gruppo terroristico nato come costola di al Qaeda, e operativo in Iraq e in Siria,  che ha rivendica presto un suo potere decisionale fino ad essere richiamato in Iraq dallo stesso Zawahiri  (leader di Al Qaida)  e invitato ad abbandonare la questione siriana. Ma il gruppo si è rifiutato di obbedire e ha dichiarato (già all’inizio del 2013)  il suo obiettivo: ricreare un Califfato islamico dell’Iraq e del Levante, sulla base di un’identità etnica, culturale e storica. Per Levante, intende la “Grande Siria” (non la Siria che conosciamo) ma quella che comprendeva invece – prima della divisione dell’Impero Ottomano alla fine della 1° Guerra Mondiale – la Siria di oggi e parte di territorio della Turchia, l’attuale Giordania, Libano, Israele e Iraq.

L’acronimo ISIS sta per ”Islamic State in Iraq and Syria” ma il gruppo fondametalista sunnita viene anche chiamato ISIL, “Islamic State in Iraq and the Levant” .

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crediti: wikipedia.org

Tornando alle modalità di utilizzo dei social media, si può notare come con al-Qaeda le discussioni su netiquette e pratiche scorrette sui social media sono superate; l’organizzazione si distingue infatti per un uso spregiudicato degli strumenti a disposizione e per la totale assenza di rispetto delle regole, come intuibile.

Ovviamente, i social network non ammettono comportamenti simili: li tollerano quando sono borderline ma li bloccano quando vanno oltre, se rilevati o segnalati da altri utenti.

Solitamente, alla sospensione di un account jihadista segue l’apertura di nuovi account, in una sorta di rincorsa continua; questo vale sia per gli account dei militanti che per quelli ufficiali dei vari rami dell’organizzazione.

Per esempio, da venerdì a oggi Twitter ha sospeso otto account affiliati a ISIS, che pubblicavano immagini di esecuzioni di massa. Le motivazioni di queste sospensioni vanno ricercate nei TOS del servizio, ma forse anche in una legge statunitense che vieta a qualsiasi persona o entità degli Stati Uniti di fornire supporto o risorse materiali a un’organizzazione che appare sulla lista ufficiale dei gruppi terroristici.

Uno di questi era l’account @nnewsi, per la cui chiusura Wikileaks ha parlato di censura, ma suscitando molte polemiche.

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Tutti i gruppi estremisti sono sempre più presenti sui social media per reclutare, propagandare e raccogliere fondi; ISIS è uno di quelli più abili in questo approccio.

Le attività di ISIS sui social media seguono uno studio e una pianificazione sofisticati; inoltre, non avendo molti sostenitori on-line, vengono usate strategie per gonfiare e controllare i messaggi.

Il governo iracheno, nel tentativo di contrastare le comunicazioni di ISIS, ha attuato il blocco degli accessi da browser a servizi web come Twitter, Facebook, Youtube, Whatsapp, Viber e Skype, ma solo nelle zone ancora sotto il controllo governativo.

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Per aggirare il blocco degli indirizzi IP di questi servizi, le milizie e i sostenitori di ISIS spiegano come utilizzare il browser crittografato TOR o come recuperare gli account bloccati.

Un altro metodo è quello di realizzare delle app per smartphone specifiche per lo scopo. Una delle iniziative ISIS di maggior successo è infatti un’app in lingua araba per Twitter, chiamata “The Dawn of Glad Tidings”. L’app è stata resa disponibile solo per smartphone Android, in quanto lo store di Apple possiede restrizioni maggiori. In realtà negli scorsi giorni è stata rimossa dal Google Play store, ma dopo essere stata scaricata centinaia di volte. Successivamente è stata riproposta su siti mirror (chiusi e riaperti in continuazione).

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Questa app viene promossa come modo per rimanere sempre aggiornati sulle ultime notizie del gruppo jihadista; una volta scaricata, ISIS richiede i dati personali dell’utente.

Dopo la registrazione, l’app pubblicherà attraverso l’account dell’utente tweet i cui contenuti vengono stabiliti dal team social media di ISIS.

I tweet sono ben studiati, con link, hashtags e immagini; lo stesso contenuto viene twittato da tutti gli account registrati, ma con un leggero ritardo l’uno rispetto all’altro, in modo da aggirare i controlli automatici anti-spam di Twitter. Per il resto del tempo, l’account Twitter è utilizzabile normalmente.

I termini di utilizzo di Twitter in materia sono infatti chiari sulle regole di automazione e pratiche consigliate.

“La creazione massiva o seriale di account con sovrapposizione d’uso, tuttavia, è vietata”

“Le violazioni possono comportare la sospensione permanente di tutti gli account correlati”.

Di seguito, l’andamento dei tweet inviati attraverso l’app di ISIS scegliendo un periodo di osservazione di due ore. Solo il giorno della marcia verso la città di Mosul, i tweet pubblicati in questo modo sono stati circa 40 mila.

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L’app era stata rilasciata già lo scorso aprile, ma solo con l’ultima offensiva è stata utilizzata in modo massiccio, come si può notare da questi altri grafici diffusi dal Telegraph.

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Analizzando la strategia su Twitter di ISIS, si nota come possa essere comparata a una comunicazione corporate, con vere e proprie campagne di marketing con hashtag e operazioni di branding, come quando viene lanciato un nuovo prodotto.

Aiutati da strumenti come l’app descritta, centinaia – a volte migliaia – di attivisti pubblicano ripetutamente nell’arco della giornata tweet che usano un hashtag concordato, che così finirà nei trending topic di Twitter. Questo risultato viene solitamente ottenuto con un una media di 72 retweets per tweet.

Il volume di tutti questi tweet è tale per cui ricercando “Baghdad” su Twitter, le prime immagini proposte siano quelle spinte da ISIS.

Esistono persino account Twitter creati apposta per pubblicare i trending topic del momento, ma soltanto dei contenuti jihadisti.

L’effetto è quello dell’amplificazione del messaggio e dell’esposizione di un numero molto maggiore di utenti.

Jabhat al-Nusra, l’unico gruppo terroristico siriano riconosciuto ufficialmente da al-Qaeda, ha un numero di follower paragonabile a quello di ISIS, ma ottiene risultati molto inferiori.

Nel mese di febbraio ISIS ha spesso ottenuto oltre 10 mila citazioni al giorno per gli hashtag, contro i 2500-5 mila ottenuti da  Fronte al-Nusra ( gruppo estremista salafita operante in Siria).

Secondo l’osservatorio Jihadica, nel mese di maggio l’utilizzo di Twitter è avvenuto in prevalenza da dispositivi Android, per pubblicare contenuti in lingua araba, con un hashtag ben preciso.

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Un altro esempio di utilizzo in stile corporate sono i focus group, come quando gli attivisti avevano promosso, dal basso, un hashtag per chiedere al leader ISIS Abu Bakr al-Baghdadi se non era il caso di cambiare il nome all’organizzazione (da “Stato islamico di Iraq e Siria” a “Califfato islamico”).

Sia al-Qaeda che ISIS sono molto attente anche al targeting: per esempio, i giovani nel Levante i giovani utilizzano quasi esclusivamente Facebook, mentre nel Golfo è più probabile che possano essere raggiunti via Twitter.

Altri obiettivi perseguiti da ISIS attraverso Twitter sono l’intimidazione dei residenti e la diffusione di notizie false. E’ interessante notare anche l’accurata scelta dell’istante per pubblicare i contenuti, che spesso accompagnano le azioni militari in tempo reale; questa tecnica ricorda molto il ruolo dei trombettieri o dei tamburi sui campi di battaglia dei secoli trascorsi.

Profughi siriani

Siria: scenari possibili post-elezioni 2014

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La notizia di per sé non “fa notizia”. La vittoria infatti era prevista e scontata. Bashar al-Assad, in base ai dati ufficiali diffusi dalla ieri sera dalla televisione di Stato (n.d.r. mercoledi 4 giugno) è stato rieletto per il terzo mandato di sette anni, con l’88, 7% delle preferenze. Piuttosto sono importanti alcune riflessioni. Cambierà qualcosa in Siria dopo le elezioni presidenziali del 2014? Quali gli scenari possibili?

Una premessa. Come abbiamo già scritto, in Siria non si sono svolte elezioni veramente pluralistiche e rappresentative di tutto il Paese per almeno tre motivi: gli sbarramenti previsti dalla nuova legge elettorale per gli aspiranti candidati (che di fatto escludeva i dissidenti storici e gli esponenti delle Opposizioni in esilio); le elezioni predisposte solo nei territori controllati dal regime, circa il 40% del Paese, sul quale vive il 60% della popolazione; l’impossibilità di svolgere libere elezioni in una Siria in piena guerra civile con un bilancio tragico di 160mila morti, circa 3 milioni di profughi, 6 milioni di profughi interni. Intere città in macerie, infrastrutture distrutte, decine di migliaia di persone senza acqua né cibo e 11 milioni di siriani senza fonte di sostentamento.

Nell’immediato  post-elezioni,  il Regime di Damasco festeggia, il Segretario generale del Patto Atlantico Michael Rasmussen annuncia che nessuno dei  28 paesi membri le riconoscerà valide. E l’Opposizione le ha aveva già bollate come una farsa, dando il via alla campagna #BloodElection.  Si continua  a combattere ad Aleppo, a Daraa, e alle porte di Damasco, bombardate dall’aviazione governativa.  Mentre la Capitale, considerata, area sicura, è colpita, nelle aree periferiche dai mortai dei ribelli.

Insomma “fu vera vittoria”?
Secondo i media di regime e secondo gli alleati di Damasco, il risultato legittima la leadership al potere e rappresenta una sconfitta per i Paesi che stanno cercando di far cadere il governo di Bashar al -Asad, un uomo «amato e voluto dal suo popolo».  La realtà sul terreno però ora appare diversa. Certo, a tre anni dall’inizio della crisi siriana, Bashar al – Asad è ancora in sella.  Ma questo dipende anche da un errore di valutazione all’inizio dei disordini. Allora, l’Occidente, la Turchia e i paesi Arabi del Golfo,  non capirono che gli Assad potevano contare su un consenso piuttosto ampio da parte della borghesia commerciale, imprenditoriale, dalle minoranze religiose. E nel pieno appoggio dell’esercito che  non è – come un Egitto – un potere nel potere, ma un’istituzione legata strettamente al clan degli Assad.  Il consenso però è andato via via scemando durante i tre anni di repressioni e violenze. Violenze compiute – come è stato documentato da più fonti  – anche da milizie che di nome appartengono alla Rivoluzione, ma che agiscono in realtà secondo regole del brigantaggio. E dai gruppi Jihadisti, legati o meno ad Al-Qaida, ( due nomi per tutti, Fronte al Nusra e l’Isis, acronimo dello Stato Islamico dell’Iraq del Levante.

Ma questo è  proprio un primo punto su cui è necessario riflettere. Spesso il messaggio che arriva dai media è che in Siria la scelta obbligata sia fra gli Assad e il terrorismo. Un messaggio incompleto. Bisogna conoscere l’intera storia. Una narrazione non può incominciare da metà racconto o da un punto imprecisato. È necessario ricordare che all’inizio delle rivolte, nel marzo 2011, non erano presenti sul territorio siriano forze estremiste straniere, ma solo siriani. Siriani che chiedevano riforme e manifestavano senza armi. Senza dubbio la mancanza di una Opposizione unita  con un chiaro progetto politico e l’ingerenza dei paesi stranieri hanno complicato la situazione e in Siria le rivolte si sono trasformate in una guerra  a “più piani”.  In un conflitto  interno, regionale e internazionale. Infatti ormai la “crisi siriana” viene divisa in fasi sia dagli analisti politici che dagli studiosi.

I siriani vogliono la pace. I siriani sono stremati. Molti vorrebbero tornare indietro, molti continuano a credere “che ne sia valsa la pena”. In ogni caso, voler cancellare la presenza dei ribelli siriani, quale forza attiva e portatrice di valori è una mistificazione. Un’ingiustizia per quanti hanno lottato e lottano ancora per la libertà in buona fede. E qui arriviamo al secondo punto di riflessione: i popoli arabi coinvolti dalle “primavere” e nello specifico i siriani sono davvero costretti a scegliere fra regimi dittatoriali e estremismi terroristici? Non esiste una terza via? Una via lunga, difficile, lenta certo dolorosa,  basata sulla riconciliazione nazionale, il dialogo?

Scenari possibili del dopo le elezioni. Non certo la fine del conflitto armato. Nessuno deporrà le armi: rimane la balcanizzazione della Siria con Bashar al- Asad a capo della zona più fertile, il “Signore della guerra” più potente. Rimane la soluzione politica, ma il fallimento di Ginevra 2 e delle varie riunioni degli Amici della Siria, dimostrano che i governi e le diplomazie non sanno o non vogliono fare nulla per trovare una soluzione.  E che gli organismi internazionali  non sono in grado di far fronte a emergenze umanitarie gravi e complesse come quella  siriana. Esistono invece sul campo, piccole realtà di collaborazione locale: brevi tregue fra gruppi rivali,  gruppi di esponenti  della società civile impegnata nella ricostruzione del Paese (soprattutto nelle zone sotto il controllo dell’esercito siriano libero) e nella lotta contro la formazione integralista dell’Isis che, di fatto, sta agendo come forza di contro-rivoluzione perché attacca anche i civili, gli attivisti e l’Esercito Siriano Libero.

Sono micro- laboratori di un dialogo destinati a svilupparsi o a fallire: impossibile prevederlo. Ma che rappresentano un dato concreto in mezzo ai miliardi di parole spese a vuoto dalle Cancellerie,  in mezzo alle rovine, alle città bombardate, ai migliaia di profughi  in fuga da un conflitto spietato e fino ad ora, inarrestabile. Un conflitto che ha colpito soprattutto i bambini come segnala il recente rapporto Unicef  “Under Siege.The devastating impact on children of three years of conflict in Syria” .  Secondo il resoconto,  i bambini uccisi dall’inizio del conflitto siriano sono almeno 10 mila. I bambini colpiti da traumi, violenza, sradicamento forzata, ferite psicologiche,  circa 5,5 milioni. Quasi 3 milioni di giovani siriani risultano sfollati all’interno del paese, e il numero totale di bambini rifugiati è passato da 260.000  (un anno fa)  a 1,2 milioni (di questi, 425.000, hanno meno di cinque anni).

Queste sono le notizie che i media a larga diffusione dovrebbero divulgare invece d’inseguire l’ultima notizia e poi “far sparire” i Paesi in guerra dalle loro pagine per inseguire un’altra crisi, un’altra guerra.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Siria: scenari possibili post elezioni 2014 (riproducibile citando la fonte)

Vedi anche:

Siria: tu chiamale se vuoi elezioni

Voci della Opposizione siriana

Siria: ieri, oggi, e domani?

 

 

Il fondamentalismo islamico

Come districarsi nelle paludi di un fenomeno complesso

E’ diventato un circolo vizioso fra semplificazioni,  proclami, notizie e immagini terrificanti. Negli ultimi mesi, il termine  jihadismo, ha invaso  di nuovo i media, generando spesso confusione o alimentando paure e diffidenze nei confronti dell’Islam.

Ma prima di tutto che cosa significa? Lo abbiamo chiesto a Ludovico Carlino, Dottorando presso l’University  of Reading, in Gran Bretagna, dove si occupa di jihadismo  e di Al-Qaeda.

In senso contemporaneo può il essere definito un islamismo militante armato. Anche se la parola  Jihad ha un significato profondo e molteplice, spesso ignorato in Occidente, dove viene sempre  tradotto con “Guerra Santa”. Senza dubbio tutti quei movimenti e gruppi che si definiscono ‘parte della corrente della jihādiyya’ fanno appello ad un concetto di Jihad nella sua accezione militante. Concetto che trae origine nella guerra a difesa del primo Stato Islamico fondato dal Profeta Muhammad a Medina nel 622.

Questa concezione classica, ha poi subito costanti reinterpretazioni nel corso dei secoli, fino a trovare una sistematizzazione per così dire contemporanea negli anni ’60/70 del 1900, in relazione alle idee dell’Egiziano Sayd Qutb. In quel senso,  Jihad stava ad indicare la lotta armata finalizzata al rovesciamento di un governo locale. La seconda reinterpretazione, quella che per certi versi è alla base del jihadismo attuale, avviene in Afghanistan negli anni ’80, durante l’invasione sovietica, ed è principalmente legata alle idee del Palestinese Abdullah Azzam. Secondo Azzam l’invasione del territorio musulmano da parte di eserciti stranieri, richiedeva l’immediato coinvolgimento militare da parte di tutti i Musulmani. Da qui, il convergere  in Afghanistan, di combattenti da ogni parte del mondo musulmano. La terza rielaborazione, e quella che sicuramente ha avuto il maggiore impatto nella percezione attuale del jihadismo, è quella operata sempre in Afghanistan da Osama Bin Laden, che allargò  lo spettro di legittimità del jihad finendo per inglobare anche quei paesi accusati di parteggiare per i regimi arabi corrotti (la cosiddetta “Alleanza Crociato-Sionista”:  Israele ed i paesi occidentali ci sostengono) tali da diventare obiettivi legittimi anche nel loro stesso territorio. Il risultato è che oggi jihadismo sta ad indicare sì la rilevanza della lotta armata come metodo d’azione, ma al fine di raggiungere una pluralità di obiettivi spesso confusi e che non sempre convergono tra loro.

Nel 2000 Gilles Kepel scrisse “Jihad ascesa e declino”. Un libro in cui sosteneva che la guerra santa aveva perso buona parte della forza e i movimenti integralisti erano destinati a svolgere un ruolo marginale nel futuro delle società musulmane. E’ ancora così?

Il libro dei Kepel offriva uno spaccato del panorama jihadista che, all’epoca, includeva ancora marginalmente al-Qaeda,  l’elemento che ne ha condizionato in gran parte le dinamiche successive. Però la tesi, secondo me, è ancora valida. Negli anni successivi agli attacchi dell’11 settembre, l’ascesa di al-Qaeda aveva in effetti riportato in auge l’idea che il Jihad armato potesse realmente portare a cambiamenti politici concreti, una idea che è rimasta confinata a chi il Jihad lo combatte. Kepel faceva per esempio riferimento all’esperienza del jihadismo in Algeria, la cui estrema distorsione dell’Islam e la violenza ai danni della stessa popolazione algerina,  aveva privato quei movimenti di qualsiasi supporto popolare per poter sopravvivere. Anche i gruppi che si richiamano oggi all’ideologia di al-Qaeda sono costantemente oggetto delle medesime accuse. Soprattutto da parte degli stessi Musulmani, perché spesso le vittime principali della violenza jihadista sono proprio i Musulmani.Dopo le rivolte arabe, abbiamo assistito a un radicalismo islamico internazionale. In africa del nord, nel Mali e soprattutto in Siria, dove certo la guerra civile ha creato un terreno fertile. Anche jihadisti europei e italiani sono scesi in campo. Ce ne può parlare brevemente?La recrudescenza non segue un filo conduttore unico. I movimenti jihadisti lottano per obiettivi differenti, ed ogni contesto in cui operano è differente. E’ vero che il collasso statuale della Libia ha giocato un ruolo nella crisi maliana, ma in realtà le radici di quanto accaduto in Mali vanno ricercate indietro nel tempo. I jihadisti di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) erano in Mali già dal 2003: hanno solo approfittato dell’ennesima spinta secessionista Tuareg per monopolizzare quella che era nata come una questione locale.In Siria il discorso è complesso. La vicinanza dell’Iraq ed il fatto che il Paese sia stato durante gli anni dell’invasione statunitense, un punto di passaggio per i Jihadisti diretti in Iraq, hanno facilitato l’emergere di milizie jihadiste. Quelle con  capacità militare superiori. Per questo l’opposizione siriana è costretta a fare affidamento su di loro. Ma ci sono grandi differenze, non solo tra opposizione laica e jihadisti, ma anche tra jihadisti stessi. Una frammentazione che diventerà  certo più evidente quando il conflitto avrà fine.

Per quanto riguarda la presenza di combattenti stranieri, anche europei, ma soprattutto nordafricani, il trend è legato a dinamiche differenti. In primo luogo non è la prima volta che si assiste ad un flusso di tali proporzioni di combattenti stranieri. E’ già successo  in Afghanistan, in parte in Bosnia, a tratti in Somalia, poi in Iraq, ora in Siria. Le motivazioni che spingono determinati individui ad andare a combattere in altri Paesi variano da caso a caso anche se  in linea generale il fattore scatenante è identificabile nell’interiorizzazione di una forma di pan-islamismo militante per cui un conflitto combattuto in un altro paese musulmano è in realtà percepito come proprio, e come tale richiede un intervento individuale. L’appartenenza alla Umma, alla comunità di fedeli, non ha limiti, non ha confini. Di conseguenza la sofferenza dei sunniti siriani per mano di un “oppressore infedele” (come viene etichettato Bashar al-Assad in qualità di alawita), è una sofferenza che colpisce tutta la comunità dei fedeli, e che se possibile richiede l’apporto individuale (tradotto nell’andare a combattere) per alleviare tali sofferenze. Si tratta dunque di una riproposizione dell’idea di Azzam al quale facevo riferimento prima. Per quanto riguarda gli occidentali, la casistica include generalmente individui convertiti o individui appartenenti alle seconde o terze generazioni di immigrati, la cui crisi identitaria, dettata dal distacco dalla propria terra e cultura di origine, ed il successivo processo di ricostruzione identitaria, sono dinamiche individuali. A volte questo processo di ricerca porta tuttavia verso una direzione radicale e militante. Chi decide di andare a combattere è dunque chi interiorizza tale nuova identità, che si muove lungo le linee di un pan-islamismo militante.

In una intervista rilasciata alla tv Al-Jazeera,  Ahmad ‘Issa, capo delle brigata Suqur al-Sham, che combatte in Siria contro il regime di Assad, ha dichiarato di volere un ruolo politico nella nuova Siria. E che il Paese deve diventare uno stato islamico. Le sembra possibile?

Non credo che la prospettiva di uno Stato Islamico in Siria sia realizzabile. Le potenze occidentali non permetteranno mai che in un’eventuale Siria post-Assad forze jihadiste possano avere un ruolo politico. A meno ché le fazioni meno radicali non decidano di abbandonare le armi, accettare le regole del gioco democratico e distanziare la loro visione da quelle ideologie più conservatrici. In secondo luogo credo che le stesse differenze interne alle fazioni jihadiste siriane – parte delle quali molto vicine allo Stato Islamico d’Iraq (la vecchia al-Qaeda in Iraq per intenderci) e quindi legate ad una visione più transnazionale e settaria, ed altre prettamente ancorate alla realtà siriana – siano destinate ad esplodere. In questo frangente la lotta contro un nemico comune, il regime di Assad, sta funzionando da collante ideologico, ma una volta venuto meno il regime di Damasco ogni fazione cercherà di perseguire il proprio obiettivo. In terzo luogo sono dell’idea che gli stessi siriani hanno una prospettiva ben differente per il loro Paese. Negli unici due casi dove movimenti jihadisti hanno realmente tentato di implementare esperimenti di governance locale, e cioè in Mali e nello Yemen, queste esperienze si sono concluse con l’alienazione della popolazione locale costretta a subire un’applicazione brutale della legge shariatica e con una dimostrazione dell’inconsistenza utopica del progetto jihadista.

Esiste il reale pericolo che il continuo parlare di jihadismo estremizzi la paura dell’Islam? Che la gente confonda l’essere musulmano con l’essere “terrorista”?

Il pericolo esiste, è concreto ed in realtà si è cristallizzato in alcuni ambienti sin dall’11 settembre. Molta dell’informazione attuale sul jihadismo è parziale, o presentata sotto una veste ambiguita, il ché spesso finisce per rafforzare alcune narrative che celano, allo stesso tempo, dinamiche ed interessi politici. Bisogna parlarne in maniera corrett, con categorie analitiche e differenziazioni adeguate in grado di lasciare da parte pericolose generalizzazioni. Nessuno mette più in dubbio il radicalismo di un messaggio come quello propugnato da al-Qaeda, ma è vero anche che non tutti i jihadisti sono al-Qaeda. Allo stesso tempo è vero che il jihadismo miete vittime, ma è anche vero che la maggior parte di queste sono Musulmani. E in molti sembrano ancora oggi dimenticarlo.

Antonella Appiano per L’Indro Il fondamentalismo-islamico (riproducibile citando la fonte)

Leggi anche Il movimento jihadista

Il Movimento Jihadista

Un fenomeno in ascesa. Ma non confondiamolo con l’Islam.

Scrive Gilles Kepel nel libro ‘Oltre il terrore e il martirio’: «Ci sono due grandi narrazioni in scena in questi ultimi anni:  quella americana della guerra al terrorismo e quella dell’ esaltazione del martirio da parte degli jihadisti. Ma il panorama che ne risulta è desolante e preoccupante: attentati, ostaggi sgozzati in Iraq, Afghanistan (e ora in Siria), prigionieri musulmani torturati a Guantanamo e Abu Ghraib. Una scia di sangue da Gerusalemme, a Londra da Nairobi a Mumbai. Un circolo vizioso in cui tutti e due gli schieramenti stanno perdendo».  La soluzione, secondo Kepel, è rappresentata dall’Europa, sul cui territorio vivono già milioni di cittadini di religione musulmana. Europa come protagonista nella sfida a questa dilagante  barbarie? Europa per costruire uno spazio in comune per le due civiltà, dunque?

Non è d’accordo  il regista Renzo Martinelli che ha avuto il merito, in Italia, di essersi  interessato a questi temi con il film ‘Il mercante di pietre’ ( 2006) e ‘Undici settembre 1683’ ( 2012)  e che afferma  che “una delle due civiltà finirà col prevalere. Non a tempo brevi, certo. Ma succederà“. E cita Nietzsche: “i grandi avvenimenti arrivano su zampe di tortora”

Quando ha incominciato ad interessarsi al delicato rapporto che si è sviluppato nei secoli fra l’Occidente e il Mondo musulmano, al fenomeno del  terrorismo e jihadismo?

Dopo l’attentato alle Torri gemelle nel 2001. Per capire il presente bisogna studiare il passato, come scrisse Marc Bloch. Quindi ho incominciato a documentarmi, a studiare  i testi di Bernard Lewis,  lo studioso di storia islamica contemporanea. Ho cercato di capire di capire le radici di questo malessere. L’indifferenza culturale è pericolosa. Tutti siamo coinvolti. Tutti responsabili.

A proposito di responsabilità. l’Occidente ha le proprie, non crede?

Certo le ha. Ma se si studia la storia dell’Islam e la lunga strada da Bisanzio ai fatti di oggi è possibile segnare una serie di momenti e date che mettono in rilievo l’evoluzione del rapporto fra il l’Occidente e il Mondo Musulmano. E quindi anche a capire che non è l’Occidente la causa originaria. Per me il grande trauma, l’Islam lo ha vissuto con la sconfitta nell’assedio di Vienna. L’attacco al cuore della Cristianità da parte di 300mila guerrieri al comando  del gran Visir Kara Mustafà. Il tema del film ‘Undici settembre 1683’.

Il pericolo è acutizzare l’islamofobia. La gente fatica a comprendere. Per molti musulmano equivale a terrorista…

Il cinema ha un valore maieutico. Ti costringe a riflettere. Ma un film  ubbidisce a regole drammaturgiche impediscono di andare troppo a fondo… Non è un documentario. Il suo potere consiste nel lanciare segnali. Generare dibattiti. Un dialogo. Purtroppo troppi italiani preferiscono ignorare certi dì fenomeni. Rimuovere il problema. L’occidente sembra sicuro della immortalità della sua civiltà. C’è questa ‘presunzione di eternità’. E la storia presenterà prima il conto. Ignorare il presente significa poi farne i conti in futuro.

In che cosa ha sbagliato e sbaglia l’Occidente?

Ha  perso le radici cristiane. Ha dimenticato i suoi valori, non li ha fatti più rispettare. Fra le 99mila parole di cui  è composta la Costituzione europea non esiste ‘radice cristiana’.

Molti italiani si sono convertiti  alla religione musulmana. Che cosa li attira secondo lei?

In senso di appartenenza, che appunto l’Occidente ha perduto. Questa osmosi di gruppo. Ma credo che fra L’Islam e il Cristianesimo  possano esistere reciproco rispetto: sono entrambe religioni portatrici di valori. Non coesione però. Anche l’Islam ha ora priblemi, rischia di implodere, di non trovare una via per la democrazia. E il jihadismo non rappresenta certo un buon segnale.

«Il jihadismo è una realtà culturale, politica e militare in via di rafforzamento, e che non può essere ignorata, nemmeno sul piano teologico» Sono le parole di Padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita italiano che ha vissuto trent’anni in Siria in una intervista rilasciata ad ANSAMED. La galassia jihadista infatti «è un attore politico e militare il cui peso va tenuto in conto, visto che ha vinto in Iraq, sta vincendo in Afghanistan e rende impossibile una soluzione in Somalia». Impossibile ignorarla.

 

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Il movimento jihadista (riproducibile citando la fonte)

Convegno “L’Islam radicale in Africa” – Istituto di Studi Politici S.Pio V

Venerdì 1 Marzo parteciperò come relatrice al Convegno organizzato  dall’Istituto di Studi Politici S.Pio V, L’Islam Radicale in Africa

 L’ Istituto di Studi Politici S. Pio V presenta il libroL’Islam Radicale in Africa

                           di Daniele Cellamare, Roberto Angiuoni, M.Egizia Gattamorta a cura di  Daniele Cellamare prefazione di Gianluigi Rossi

              venerdì 1 marzo 2013, ore 17.00

                          Roma, Palazzo dei Conservatori  Comune di Roma – Musei Capitolini       Sala Pietro da Cortona

Introduzioni

    ANTONIO IODICE

Presidente Istituto di Studi Politici “S. Pio V”

GIANLUIGI ROSSI

           Professore Ordinario di Storia e  Istituzioni dei Paesi Afro-asiatici presso l’Università «Sapienza» di Roma

 presentazione

DANIELE CELLAMARE

Università «Sapienza» di Roma, curatore del volume

intervengono

ROBERTO TOTTOLI

Direttore Dipartimento «Asia Africa Mediterraneo» , Insegna Islamistica e letteratura araba presso l’Università «L’Orientale» di Napoli, collabora con il «Corriere della Sera»; membro del Consiglio di amministrazione dell’Istituto per l’Oriente “C.A.Nallino”.

ANNA MARIA COSSIGA

Antropologa e Docente presso la «Link Campus University», esperta di Storia delle Religioni e di Relazioni interculturali. Già membro della Task Force interministeriale sull’Iraq.

ANTONELLA APPIANO

Giornalista ed esperta di Medio Oriente ed Islam. Scrive per la testata on-line «L’Indro»e ha collaborato dalla Siria per «Lettera 43», «Il Mattino», «Radio 24», «Uno Mattina Estate» e «L’Espresso». Ha lavorato per il «Sole 24 Ore», «La Stampa» e le Reti Mediaset.

 modera

MARCO GALLUZZO

      Editorialista del «Corriere della Sera»

 segreteria.ricerca@istitutospiov.it

Chi sono i Salafiti

Islam e politica

Qual è il loro progetto politico? Storia di un movimento tornato alla ribalta dopo le Primavere arabe.

 

Edward Said ne ‘l’Orientalismo’ spiega come anche la cultura si pieghi a rafforzare gli stereotipi sull’Islam. Stereotipi amplificati dalla non-conoscenza della storia e dalla superficialità dei media. In questi giorni termini come salafiti, jihadisti, partiti islamici, si rincorrono dalle pagine dei giornali ai telegiornali spesso senza una corretta spiegazione. Generando confusione.

L’alternativa islamica, tra fede e politica

I fatti di Bengasi, l’Islam politico e le Primavere arabe

’L’alternativa islamica’, tra fede e politica

Violenza, libertà e rispetto: qualche considerazione con l’aiuto del professor Massimo Campanini

Nel saggioL’alternativa islamica, il professor Massimo Campanini -esperto in pensiero politico islamico e in movimenti radicali contemporanei – cita Hasan Hanafi, filosofo egiziano del Novecento che sosteneva: l’Islam contemporaneo è ancora vivo perché è l’unico sistema politico e ideologico che non si è arreso alla visione del mondo dominante imposta dall’Occidente”.