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Vita da expat- L'Occhio dello straniero

L’occhio dello straniero vede solo ciò che già conosce (proverbio africano). Verissimo. Quanti espatriati occidentali non interagiscono con la cultura, le tradizioni, le abitudini, la cucina del Paese in cui sono andati a vivere? Molti, credetemi. Soprattutto chi non ha scelto la “nuova patria” ma ci si è ritrovato per caso, ...

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Con bagaglio leggero volta pagina: Vita da Expat in Oman

Da oggi, il Blog ritorna on line, cambiando la linea editoriale. I riflettori rimangono puntati sul Medio e Vicino Oriente e i Paesi del Golfo. Ma con un taglio diverso, perché ormai vivo nel Sultanato di Oman e quindi Conbagaglioleggero diventerà un vero e proprio diario. Diario di una expat… Dal life-style, agli ...

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Pillole di Storia: Guerra Iraq-Iran settembre 1980

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Non conoscere o dimenticare la storia contribuisce a creare confusione. Quindi è giusto ricordare che 35 anni fa, nel settembre 1980, precisamente il 22 di settembre, Saddam Hussein attaccò l’Iran Khomeinista, pensando che Repubblica islamica, nata da poco, e non ancora organizzata sarebbe stata sconfitta con facilità. La guerra durò  invece 8 anni e fu estremamente sanguinosa. Molti giovani iraniani sfidavano il fuoco iracheno immolandosi contro un esercito più forte e organizzato e sostenuto dall’Occidente, soprattutto dall’amministrazione statunitense di Ronald Reagan. (Infatti quando nel 2003, scoppiò la seconda guerra del Golfo, l’esercito iracheno possedeva ancora  le armi fornite dagli americani negli anni Ottanta).

L‘obiettivo di Saddam Hussein? Prima di tutto quello d’impadronirsi dei pozzi di petrolio dell‘Iran meridionale e poi – sconfitta la Repubblica islamica iraniana -quello di diventare il leader della Mezzaluna Fertile e dell’area del Golfo. La guerra invece subì fasi alterne, registrando in un primo momento la vittora dell’Iraq, seguita da una fase e in cui l’Iran prese il sopravvento. Insomma,una guerra di posizione con attacchi, controattacchi e centinai di migliaia di morti. Quando l’Iran sembrò vincere, l’Iraq fu aiutato militarmente anche dall’Arabia Saudita e dal Kuwait. La pace fu firmata nel 1988.

L’immagine è tratta da www.iranreview.org

 

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Globalizzazione e Meticciato

 

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Qualche riflessione. Semplci spunti. Una nuova globalizzazione o mondializzazione è in atto. Inutile negarlo o “fare muro”. D’altra parte il processo di incontro e fusione di culture diverse (molti studiosi ora lo chiamano meticciato) ha sempre accompagnato la storia umana. Già Seneca, dal suo esilio in Corsica scriveva :«Ognuno ha lasciato la sua casa per una ragione o per l’altra. Incessante è il peregrinare dell’uomo. In un mondo così grande ogni giorno cambia qualcosa: nascono popolazioni con nuovi nomi, si gettamo le fondamenta di nuove cittài». Le culture sono processi continui d’interscambio. Storicamente questo fatto è avvenuto a volte ilmaniera pacifica…a volte no. Perché come ha puntualizzato più volte Maurice Borrmans non dovremmo negare le diversità ma trovare opportunità per superare i pregiudizi reciproci. L’obiettivo è quello di  stabilire fra le persone relazioni di riconoscimento reciproco . Il famoso e celebrato “dialogo”. Da esprimere non solo a parole ma nei fatti.  Nei luoghi d’incontro, nelle scuole, nelle famiglie. Una scommessa, certo.  una sfida. «Un dialogo fra le parti – scrive, infatti, Maurice Borrmans [1] « è più che mai indispensabile. E richiede che ciascuno riduca al minimo, presso il suo interlocutore, la sofferenza di essere mal conosciuto, mal compreso e mal accetto». Ricordando che «comunque un dialogo è sempre un’avventura in cui gli interlocutori non sanno bene dove giungeranno (…) volente o nolente, ciascuno è portato a scoprire l’altro e a lasciarsi scoprire da lui».

[1] Orientamenti per un dialogo fra cristiani e musulmani, Maurice Borrmans , Pontificia Università Urbaniana, 1993

 

Fotografia di Antonella Appiano

Comments categorie Immigrazione, Integrazione, Meticciato
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Pausa estiva

Il blog, e le pagine Facebook sono chiuse per pausa estiva, rigorosamente off-line. Arrivederci!

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Certificazione in Studi Islamistici al PISAI

So di non sapere” diceva Seneca.

Credo sia importante averne la consapevolezza e continuare a studiare. Per questo, durante questo anno sabbatico, mi sono anche iscritta al Pontifical Institute for Arabic and Islamic Studies.
E ora, terminati studi ed esami, ho ottenuto il Certificate in Islamic Studies.

Perché davvero non si finisce mai d’imparare.

Antonella Appiano: corso PISAI 2015

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Istirahah: riprendere fiato, recuperare energie mentali ed intellettuali

Per un breve periodo la pagina ed il blog non saranno aggiornati
…un breve periodo di #istirahah.Tramonto - Dhofar, OmanIstirahah è come riprendere fiato, un modo per recuperare energie fisiche ma soprattutto mentali e intellettuali.

Grazie a tutti e a presto!

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Ancora il velo islamico?

Spesso scrivo sulla pagina Fb che la gente mi chiede in continuazione se, quando vado nei paesi arabi, devo velarmi. Cerco di spiegare con calma e gentilezza. Ma la “questione del velo islamico” continua ad attrarre, direi morbosamente. Le amiche musulmane che indossano l’hijab (il fazzoletto che copre solo i capelli) sono spesso oggetto di diffidenza. Amina confessa: “il Portiere continua a chiedermi, perché non lo togli?”. In Italia l’hijab da ancora fastidio. Cinque anni fa scrivevo questo articolo “Ma che c’entra il velo con il lavoro? Eccome se c’entra..provate a presentarvi a un colloquio con l’hijab” su JOBTalk ilSole24ore Donne &Lavoro.

Velata & Velina - il velo è mio e lo gestisco ioVelate o svelate? Il velo è un problema complesso al centro di un vivace dibattito non solo in Europa ma anche nel mondo musulmano. In Italia, oggetto di polemiche e confusione. C’è, infatti, una gran differenza fra il niqab (velo integrale che lascia scoperti gli occhi), il burqa (mantello afghano che copre testa, viso e corpo, con una retina davanti agli occhi) e l’hijab (semplice foulard che nasconde solo capelli e collo lasciando scoperto il viso).
Confusione alimentata anche dai nostri media.

Anche stamattina molto quotidiani nazionali titolavano “No al Burqa”. In realtà l’hijab è il velo più indossato dalle musulmane immigrate nel nostro Paese. Ho molte amiche che lo portano. Anche ragazze giovani. E lo “difendono” per motivi religiosi o semplicemente legati alla tradizione o all’identità. Non credo spetti a noi italiani giudicare. Il punto cruciale è che sia frutto di una libera scelta. Mentre la legge dovrebbe limitarsi al rispetto della normativa del 1975 in materia di sicurezza che vieta di “coprirsi il volto in pubblico impedendo il riconoscimento della persona”. L’hijab non infrange dunque nessuna norma. Eppure molte musulmane con l’hijab sono guardate con diffidenza e discriminate sul lavoro.
Fatima Zahra Habib Eddine, 26 anni, origini marocchine, una laurea in scienze politiche, mi ha raccontato le sue difficoltà a un Convegno delle Seconde Generazioni Musulmane, a Torino. “Durante il periodo universitario, come altri studenti, ero in cerca di qualche lavoretto ma quando trovavo un posto, mi veniva chiesto di togliere l’hiiab”. Anche Amal, che frequenta la scuola per immigrati, è sottoposta a pressioni. Due esempi, ma ce ne sarebbero molti da raccontare. Perché l’hijab, in Italia, ispira ancora fastidio? Come può un pezzetto di stoffa creare problemi e pregiudizi? Forse non è il foulard di per sé ma ciò che rappresenta, la fede musulmana. L’elezione di qualche mese fa, a consigliera comunale, a Rovereto, in Trentino, di Aicha Mesrar – musulmana e cittadina italiana dal 2008 – può rappresentare un buono spunto di riflessione. Le dichiarazioni del consigliere leghista Willy  Angeli  rilasciata allora  a “La Stampa”: ”Al di là del fazzoletto può far paura quello che c’è sotto”, confermano  la fatica di accostarsi a una civiltà differente dalla nostra. In Italia un certo “fondamentalismo della cultura cristiana” contro le culture “altre”, soprattutto quella islamica, è evidente.  E non solo nelle regioni dove è forte la presenza della Lega. C’è un’opinione pubblica addomesticata da anni all’idea del sospetto. Dell’islamismo uguale fondamentalismo. Non siamo preparati. Non sappiamo abbastanza.  E il nuovo, “il diverso da noi” in un paese statico e poco disposto al cambiamento, fa  ancora paura.  Ma Aisha, una donna colta, che ha studiato lingue all’Università di Trento, e lavora come mediatrice culturale portando l’hijab, impegnata in attività sociali e ora anche in politica, ribalta un altro stereotipo. Quello della donna musulmana relegata fra le pareti domestiche.  E’ un inizio. Un segnale concreto. Forse è sufficiente dare e darsi tempo. Il tempo di capire, conoscere, comunicare. Superare quelle che oggi sembrano barriere, ma in realtà non lo sono.

La vignetta è tratta dall’articolo originale pubblicato sul Sole24ore.

Comments categorie Islam, Ma le donne...
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USA-Russia: John Kerry dopo due anni a Sochi per parlare di Ucraina, Siria, Iran

Dopo due anni il segretario di Stato Usa John Kerry è tornato in Russia: a Sochi lui e il presidente russo Putin hanno parlato “francamente” e per quattro ore.

Sul tavolo ‪#‎Ucraina_EST‬, ‪#‎Siria‬, ‪#‎Iran‬.

Comments categorie Crisi siriana
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Cosa chiederesti al Sindaco di Milano? Una moschea

Ormai il tempo per costruire una moschea prima dell’Expo non c’è più.

Peccato. Milano che si atteggia a “capitale europea” non sarà  in grado di offrire un luogo di culto ai 6 milioni di musulmani che – si stima – visiteranno la città durante la manifestazione. E perdere l’occasione di Expo potrebbe significare perdere anche gli investimenti di Paesi arabi.

Intervista per City lights news.com Punti di vista interviste Antonella Appiano giornalista conduttrice-televisiva scrittrice di Fabiano Guatteri

Citylightsnews intervista Antonella Appiano - Aprile 2015 - link all'intervista

Il museo che a Milano ancora non c’è
Un museo di arte islamica

Un suggerimento al sindaco
Favorire la costruzione di una moschea, un luogo di culto dignitoso per i musulmani.

E ancora perché Milano ha bisogno di una Moschea? Non certo per buonismo ma perché la Costituzione italiana prevede libertà di culto e quindi anche di “un luogo adeguato” per professarlo. Per favorire il dialogo inter-religioso. Per non cedere alla miopia politica. Per rimanere al passo con la storia.

City lights news.com Punti di vista interviste Antonella Appiano giornalista conduttrice-televisiva scrittrice

Comments categorie Appunti di Viaggio, Moschee
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Yarmouk – attacco Stato Islamico – Intervista Radio Onda d’Urto

Il mio intervento a Radio Onda d’Urto sulla situazione al campo profughi palestinese di Yarmouk alla periferia di Damasco, l’attacco dei miliziani dello Stato Islamico; l’accordo sul Nucleare con l’Iran; i bombardamenti sauditi in Yemen.
In onda nello spazio “Approfondimenti”, con Irene Panighetti – 2 Aprile 2015 .

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Festeggiamenti per il rientro in Oman del Sultano Al-Qaboos

Sfilata in onore de ritorno in Oman del Sultano al Qaboos_filigrana

Contianuano in Oman i festeggiamenti per celebrare il ritorno in Patria (il 23 marzo scorso) del Sultano al-Qaboos, dopo 8 mesi di cure in Germania. Il sultano è da 44 anni alla guida di un Paese in posizione strategica sullo Stretto di Hormuz. L’Oman è considerato uno dei Paesi più stabili della regione, in passato ha fatto anche da mediatore nei tentativi di dialogo tra gli Usa e l’Iran. E, fra i Paesi del Golfo, è l’unico che è riuscito a “non schierarsi” con l’Iran o con l’Arabia Saudita in Siria. Il Sultanato fa parte del Ccg, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (e cioè  Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait) ma si muove, quando lo ritiene necessario, in maniera indipendente.  Durante il vertice del dicembre 2013 a Kuwaiu City,  per esempio, il ministro degli esteri del sultanato Yusuf bin Alawi,  ha rifiutato  in maniera assoluta,  la proposta saudita  di una unione politica e militare dei Paesi arabi del Golfo del Ccg, tanto desiderata dai Saud .

Nel Paese del Golfo più sconosciuto e dimenticato dai media internazionali, il Sultano Qaboos bin Said ha cercato di mantenere la cultura, l’identità nazionale, lo stile architettonico. Nessun grattacielo in vetro e metallo. L’urbanistica deve essere conforme alla tradizione araba anche nei colori e nei materiali. Un equilibrio fra modernizzazione e tradizione non certo facile.  Per saperne di più: Oman: reportage dalla capitale Masqat: petrolio, rispetto delle tradizioni e riforme e Oman, il medioriente che non conosciamo.Un Paese stabile in un periodo di cambiamenti

 

 

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