Afghanistan

5 OTTOBRE 2015: MINIREPORT ESTERI

#‎Afghanistan‬: Medici sensza frontiere ha lasciato ‪#‎Kunduz‬, la cittadina dove ieri un ospedale da campo è stato colpito dalle bombe ‪#‎Usa‬ il bilancio è di 22 vittime fra cui 3 bambini. ‪#‎Basha_al_Assad‬intervisato dalla televisione iraniana Khabar, ha affermato che la coalizione formata da ‪#‎Siria‬, ‪#‎Russia‬, ‪#‎Iran‬ e ‪#‎Iraq‬ ha buone possibilità di sconfiggere i terroristi dello ‪#‎IS‬ e rappresenta l’unica alternativa alla distruzione del Medio Oriente.
Il premier israeliano ‪#‎Netanyahu‬ ha annunciato un’aspra offensiva contro i terroristi palestinesi, dopo gli attentati che nei giorni scorsi hanno ucciso quattro israeliani. La città vecchia di ‪#‎Gerusalemme‬ è stata chiusa ai fedeli arabi non residenti.

(Fonti New YorkTimes, Aljezeera, The Guardian)

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29 settembre 2015 : minireport Esteri

Occhi puntati sulla ‪#‎Siria‬. ‪#‎Obama‬ e ‪#‎Putin‬ hanno creato le basi per una collaborazione militare contro ‪#‎lS‬ (Stato Islamico) ma rimangono le divergenze sul futuro del presidente siriano ‪#‎Bashar_al_Assas‬. Infatti #Obama -nel Discorso all’Assemblea generale dell’Onu – si è dichiarato favorevole a una coalizione internazionale, anche con Russia e Iran, ma ha rifiutato qualsiasi cooperazione con ‪#‎Bashar_al_Assad‬. Invece #Putin continua a difendere il Presidente siriano e, prima di tornare a Mosca, ha dichiarato “Non spetta agli Stati Uniti scegliere il leader di un altro Paese”.
Per non dimenticare. In ‪#‎Afghanistanistan‬. i ‪#‎Talebani‬ hanno conquistato‪#‎Kunduz‬, città di 300mila abitanti nel nord del Paese.
E ancora news: la ‪#‎Cina‬ ha promesso un miliardo di dollari alle Nazioni Unite per creare un fondo per la pace e per lo sviluppo; 8.000 militari per strategie di peacekeeping e 100 milioni di dollari alla #’Unione_africana per creare un’unità di emergenza Cooperante itaiano ucciso a ‪#‎Decca‬ nel‪#‎Bangladesh‬. L’assassinio è stato rivendicato dallo ‪#‎Stato_Islamico‬.

(Fonti Washington Post, Bbc, New York Times)

‪#‎Minireport_Esteri‬.
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13 luglio 2015 : Minireport Esteri

‪#‎Grecia‬ : i Capi di Stato e di governo dell’‪#‎Eurosummit‬ sono riuniti per esaminare “un’ipotesi di compromesso” che permetta il salvataggio della #Grecia. ‪#‎Iran‬ l’accordo sul nucleare sarebbe ormai vicinissimo.L’annuncio ufficiale dovrebbe arrivare oggi. Secondo il Wall Street Journal gli Stati Uniti sarebbero pronti ad usare droni per combattere lo Stato Islamico in Libia. Dati i risultati nefasti dell’uso dei droni Usa in Yemen, Afghanistan e confine fra il il Pakistan e l’Afghanistan, non mi sembra una buona notizia. (Fonti Reuters, Wall Street Journal)

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23 giugno 2015 : Minireport Esteri

‪#‎Afghanistan‬. Attacco talebano al Parlamento. Un uomo si è fatto esplodere in un’automobile e 6 miliziani armati hanno cercato di colpire il palazzo durante una riunione per scegliere il nuovo ministro della Difesa. Bilancio: un morto e una trentina di feriti. Il commando è stato neutralizzato.

‪#‎Gaza‬. ‪#‎Israele‬. Secondo un rapporto delle Nazioni unite sulla guerra a Gaza di un anno fa, sia Israele sia Hamas, si sarebbero macchiati di crimini di guerra. Gerusalemme per aver fatto un uso sproporzionato della forza contro aree civili di Gaza. Hamas per avere volontariamente mirato ai civili durante i bombardamenti. Il rapporto – criticato dal premier israeliano Netanyahu – potrebbe essere usato dai palestinesi nella loro causa presso la Corte penale internaziole. (Fonte Reuters).

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10 novembre 2014 : #Minireport_Esteri

#Minireport_esteri. #Berlino ieri ha festeggiato i 25 anni dalla caduta del Muro, in #Ucraina, si combatte. A Donetsk, più di 200 vittime. Tregua a rischio? Giallo sul fronte #IS, il leader del Califfato è stato davvero ferito in in raid aereo della coalizione o è una bufala?. La città di Darma, in #Libia, sotto controllo degli estremisti. #Afghanistan: tre esplosioni, ieri a Kabul (fonti Reuters, Ap, Cnn)

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22 settembre 2014 : Minireport Esteri

#Minireport: #Ucraina, ancora insatabile il piano di pace di Proshenko #Afghanistan: il nuovo presidente è Ashraf Ghani, ex ministro delle finanze.#Yemen: dopo giorni di scontri nella capitale, il primo minstro si dimette.#Siria: nell’ultima settimana, più di 100mila siriani si sono rifugiati in Turchia.#Coalizione anti Isis (o Stato Islamico): secondo fonti riportate da Reuters, l’#Iran è disposto a collaborare con gli Usa per combattere i miliziani; intanto Tony Blair dichiara che è impossibile sconfiggere il gruppo estremista senza interventi di terra (fonti Reuters; Ap, Bbc)

Il fondamentalismo islamico

Come districarsi nelle paludi di un fenomeno complesso

E’ diventato un circolo vizioso fra semplificazioni,  proclami, notizie e immagini terrificanti. Negli ultimi mesi, il termine  jihadismo, ha invaso  di nuovo i media, generando spesso confusione o alimentando paure e diffidenze nei confronti dell’Islam.

Ma prima di tutto che cosa significa? Lo abbiamo chiesto a Ludovico Carlino, Dottorando presso l’University  of Reading, in Gran Bretagna, dove si occupa di jihadismo  e di Al-Qaeda.

In senso contemporaneo può il essere definito un islamismo militante armato. Anche se la parola  Jihad ha un significato profondo e molteplice, spesso ignorato in Occidente, dove viene sempre  tradotto con “Guerra Santa”. Senza dubbio tutti quei movimenti e gruppi che si definiscono ‘parte della corrente della jihādiyya’ fanno appello ad un concetto di Jihad nella sua accezione militante. Concetto che trae origine nella guerra a difesa del primo Stato Islamico fondato dal Profeta Muhammad a Medina nel 622.

Questa concezione classica, ha poi subito costanti reinterpretazioni nel corso dei secoli, fino a trovare una sistematizzazione per così dire contemporanea negli anni ’60/70 del 1900, in relazione alle idee dell’Egiziano Sayd Qutb. In quel senso,  Jihad stava ad indicare la lotta armata finalizzata al rovesciamento di un governo locale. La seconda reinterpretazione, quella che per certi versi è alla base del jihadismo attuale, avviene in Afghanistan negli anni ’80, durante l’invasione sovietica, ed è principalmente legata alle idee del Palestinese Abdullah Azzam. Secondo Azzam l’invasione del territorio musulmano da parte di eserciti stranieri, richiedeva l’immediato coinvolgimento militare da parte di tutti i Musulmani. Da qui, il convergere  in Afghanistan, di combattenti da ogni parte del mondo musulmano. La terza rielaborazione, e quella che sicuramente ha avuto il maggiore impatto nella percezione attuale del jihadismo, è quella operata sempre in Afghanistan da Osama Bin Laden, che allargò  lo spettro di legittimità del jihad finendo per inglobare anche quei paesi accusati di parteggiare per i regimi arabi corrotti (la cosiddetta “Alleanza Crociato-Sionista”:  Israele ed i paesi occidentali ci sostengono) tali da diventare obiettivi legittimi anche nel loro stesso territorio. Il risultato è che oggi jihadismo sta ad indicare sì la rilevanza della lotta armata come metodo d’azione, ma al fine di raggiungere una pluralità di obiettivi spesso confusi e che non sempre convergono tra loro.

Nel 2000 Gilles Kepel scrisse “Jihad ascesa e declino”. Un libro in cui sosteneva che la guerra santa aveva perso buona parte della forza e i movimenti integralisti erano destinati a svolgere un ruolo marginale nel futuro delle società musulmane. E’ ancora così?

Il libro dei Kepel offriva uno spaccato del panorama jihadista che, all’epoca, includeva ancora marginalmente al-Qaeda,  l’elemento che ne ha condizionato in gran parte le dinamiche successive. Però la tesi, secondo me, è ancora valida. Negli anni successivi agli attacchi dell’11 settembre, l’ascesa di al-Qaeda aveva in effetti riportato in auge l’idea che il Jihad armato potesse realmente portare a cambiamenti politici concreti, una idea che è rimasta confinata a chi il Jihad lo combatte. Kepel faceva per esempio riferimento all’esperienza del jihadismo in Algeria, la cui estrema distorsione dell’Islam e la violenza ai danni della stessa popolazione algerina,  aveva privato quei movimenti di qualsiasi supporto popolare per poter sopravvivere. Anche i gruppi che si richiamano oggi all’ideologia di al-Qaeda sono costantemente oggetto delle medesime accuse. Soprattutto da parte degli stessi Musulmani, perché spesso le vittime principali della violenza jihadista sono proprio i Musulmani.Dopo le rivolte arabe, abbiamo assistito a un radicalismo islamico internazionale. In africa del nord, nel Mali e soprattutto in Siria, dove certo la guerra civile ha creato un terreno fertile. Anche jihadisti europei e italiani sono scesi in campo. Ce ne può parlare brevemente?La recrudescenza non segue un filo conduttore unico. I movimenti jihadisti lottano per obiettivi differenti, ed ogni contesto in cui operano è differente. E’ vero che il collasso statuale della Libia ha giocato un ruolo nella crisi maliana, ma in realtà le radici di quanto accaduto in Mali vanno ricercate indietro nel tempo. I jihadisti di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) erano in Mali già dal 2003: hanno solo approfittato dell’ennesima spinta secessionista Tuareg per monopolizzare quella che era nata come una questione locale.In Siria il discorso è complesso. La vicinanza dell’Iraq ed il fatto che il Paese sia stato durante gli anni dell’invasione statunitense, un punto di passaggio per i Jihadisti diretti in Iraq, hanno facilitato l’emergere di milizie jihadiste. Quelle con  capacità militare superiori. Per questo l’opposizione siriana è costretta a fare affidamento su di loro. Ma ci sono grandi differenze, non solo tra opposizione laica e jihadisti, ma anche tra jihadisti stessi. Una frammentazione che diventerà  certo più evidente quando il conflitto avrà fine.

Per quanto riguarda la presenza di combattenti stranieri, anche europei, ma soprattutto nordafricani, il trend è legato a dinamiche differenti. In primo luogo non è la prima volta che si assiste ad un flusso di tali proporzioni di combattenti stranieri. E’ già successo  in Afghanistan, in parte in Bosnia, a tratti in Somalia, poi in Iraq, ora in Siria. Le motivazioni che spingono determinati individui ad andare a combattere in altri Paesi variano da caso a caso anche se  in linea generale il fattore scatenante è identificabile nell’interiorizzazione di una forma di pan-islamismo militante per cui un conflitto combattuto in un altro paese musulmano è in realtà percepito come proprio, e come tale richiede un intervento individuale. L’appartenenza alla Umma, alla comunità di fedeli, non ha limiti, non ha confini. Di conseguenza la sofferenza dei sunniti siriani per mano di un “oppressore infedele” (come viene etichettato Bashar al-Assad in qualità di alawita), è una sofferenza che colpisce tutta la comunità dei fedeli, e che se possibile richiede l’apporto individuale (tradotto nell’andare a combattere) per alleviare tali sofferenze. Si tratta dunque di una riproposizione dell’idea di Azzam al quale facevo riferimento prima. Per quanto riguarda gli occidentali, la casistica include generalmente individui convertiti o individui appartenenti alle seconde o terze generazioni di immigrati, la cui crisi identitaria, dettata dal distacco dalla propria terra e cultura di origine, ed il successivo processo di ricostruzione identitaria, sono dinamiche individuali. A volte questo processo di ricerca porta tuttavia verso una direzione radicale e militante. Chi decide di andare a combattere è dunque chi interiorizza tale nuova identità, che si muove lungo le linee di un pan-islamismo militante.

In una intervista rilasciata alla tv Al-Jazeera,  Ahmad ‘Issa, capo delle brigata Suqur al-Sham, che combatte in Siria contro il regime di Assad, ha dichiarato di volere un ruolo politico nella nuova Siria. E che il Paese deve diventare uno stato islamico. Le sembra possibile?

Non credo che la prospettiva di uno Stato Islamico in Siria sia realizzabile. Le potenze occidentali non permetteranno mai che in un’eventuale Siria post-Assad forze jihadiste possano avere un ruolo politico. A meno ché le fazioni meno radicali non decidano di abbandonare le armi, accettare le regole del gioco democratico e distanziare la loro visione da quelle ideologie più conservatrici. In secondo luogo credo che le stesse differenze interne alle fazioni jihadiste siriane – parte delle quali molto vicine allo Stato Islamico d’Iraq (la vecchia al-Qaeda in Iraq per intenderci) e quindi legate ad una visione più transnazionale e settaria, ed altre prettamente ancorate alla realtà siriana – siano destinate ad esplodere. In questo frangente la lotta contro un nemico comune, il regime di Assad, sta funzionando da collante ideologico, ma una volta venuto meno il regime di Damasco ogni fazione cercherà di perseguire il proprio obiettivo. In terzo luogo sono dell’idea che gli stessi siriani hanno una prospettiva ben differente per il loro Paese. Negli unici due casi dove movimenti jihadisti hanno realmente tentato di implementare esperimenti di governance locale, e cioè in Mali e nello Yemen, queste esperienze si sono concluse con l’alienazione della popolazione locale costretta a subire un’applicazione brutale della legge shariatica e con una dimostrazione dell’inconsistenza utopica del progetto jihadista.

Esiste il reale pericolo che il continuo parlare di jihadismo estremizzi la paura dell’Islam? Che la gente confonda l’essere musulmano con l’essere “terrorista”?

Il pericolo esiste, è concreto ed in realtà si è cristallizzato in alcuni ambienti sin dall’11 settembre. Molta dell’informazione attuale sul jihadismo è parziale, o presentata sotto una veste ambiguita, il ché spesso finisce per rafforzare alcune narrative che celano, allo stesso tempo, dinamiche ed interessi politici. Bisogna parlarne in maniera corrett, con categorie analitiche e differenziazioni adeguate in grado di lasciare da parte pericolose generalizzazioni. Nessuno mette più in dubbio il radicalismo di un messaggio come quello propugnato da al-Qaeda, ma è vero anche che non tutti i jihadisti sono al-Qaeda. Allo stesso tempo è vero che il jihadismo miete vittime, ma è anche vero che la maggior parte di queste sono Musulmani. E in molti sembrano ancora oggi dimenticarlo.

Antonella Appiano per L’Indro Il fondamentalismo-islamico (riproducibile citando la fonte)

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Il Movimento Jihadista

Un fenomeno in ascesa. Ma non confondiamolo con l’Islam.

Scrive Gilles Kepel nel libro ‘Oltre il terrore e il martirio’: «Ci sono due grandi narrazioni in scena in questi ultimi anni:  quella americana della guerra al terrorismo e quella dell’ esaltazione del martirio da parte degli jihadisti. Ma il panorama che ne risulta è desolante e preoccupante: attentati, ostaggi sgozzati in Iraq, Afghanistan (e ora in Siria), prigionieri musulmani torturati a Guantanamo e Abu Ghraib. Una scia di sangue da Gerusalemme, a Londra da Nairobi a Mumbai. Un circolo vizioso in cui tutti e due gli schieramenti stanno perdendo».  La soluzione, secondo Kepel, è rappresentata dall’Europa, sul cui territorio vivono già milioni di cittadini di religione musulmana. Europa come protagonista nella sfida a questa dilagante  barbarie? Europa per costruire uno spazio in comune per le due civiltà, dunque?

Non è d’accordo  il regista Renzo Martinelli che ha avuto il merito, in Italia, di essersi  interessato a questi temi con il film ‘Il mercante di pietre’ ( 2006) e ‘Undici settembre 1683’ ( 2012)  e che afferma  che “una delle due civiltà finirà col prevalere. Non a tempo brevi, certo. Ma succederà“. E cita Nietzsche: “i grandi avvenimenti arrivano su zampe di tortora”

Quando ha incominciato ad interessarsi al delicato rapporto che si è sviluppato nei secoli fra l’Occidente e il Mondo musulmano, al fenomeno del  terrorismo e jihadismo?

Dopo l’attentato alle Torri gemelle nel 2001. Per capire il presente bisogna studiare il passato, come scrisse Marc Bloch. Quindi ho incominciato a documentarmi, a studiare  i testi di Bernard Lewis,  lo studioso di storia islamica contemporanea. Ho cercato di capire di capire le radici di questo malessere. L’indifferenza culturale è pericolosa. Tutti siamo coinvolti. Tutti responsabili.

A proposito di responsabilità. l’Occidente ha le proprie, non crede?

Certo le ha. Ma se si studia la storia dell’Islam e la lunga strada da Bisanzio ai fatti di oggi è possibile segnare una serie di momenti e date che mettono in rilievo l’evoluzione del rapporto fra il l’Occidente e il Mondo Musulmano. E quindi anche a capire che non è l’Occidente la causa originaria. Per me il grande trauma, l’Islam lo ha vissuto con la sconfitta nell’assedio di Vienna. L’attacco al cuore della Cristianità da parte di 300mila guerrieri al comando  del gran Visir Kara Mustafà. Il tema del film ‘Undici settembre 1683’.

Il pericolo è acutizzare l’islamofobia. La gente fatica a comprendere. Per molti musulmano equivale a terrorista…

Il cinema ha un valore maieutico. Ti costringe a riflettere. Ma un film  ubbidisce a regole drammaturgiche impediscono di andare troppo a fondo… Non è un documentario. Il suo potere consiste nel lanciare segnali. Generare dibattiti. Un dialogo. Purtroppo troppi italiani preferiscono ignorare certi dì fenomeni. Rimuovere il problema. L’occidente sembra sicuro della immortalità della sua civiltà. C’è questa ‘presunzione di eternità’. E la storia presenterà prima il conto. Ignorare il presente significa poi farne i conti in futuro.

In che cosa ha sbagliato e sbaglia l’Occidente?

Ha  perso le radici cristiane. Ha dimenticato i suoi valori, non li ha fatti più rispettare. Fra le 99mila parole di cui  è composta la Costituzione europea non esiste ‘radice cristiana’.

Molti italiani si sono convertiti  alla religione musulmana. Che cosa li attira secondo lei?

In senso di appartenenza, che appunto l’Occidente ha perduto. Questa osmosi di gruppo. Ma credo che fra L’Islam e il Cristianesimo  possano esistere reciproco rispetto: sono entrambe religioni portatrici di valori. Non coesione però. Anche l’Islam ha ora priblemi, rischia di implodere, di non trovare una via per la democrazia. E il jihadismo non rappresenta certo un buon segnale.

«Il jihadismo è una realtà culturale, politica e militare in via di rafforzamento, e che non può essere ignorata, nemmeno sul piano teologico» Sono le parole di Padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita italiano che ha vissuto trent’anni in Siria in una intervista rilasciata ad ANSAMED. La galassia jihadista infatti «è un attore politico e militare il cui peso va tenuto in conto, visto che ha vinto in Iraq, sta vincendo in Afghanistan e rende impossibile una soluzione in Somalia». Impossibile ignorarla.

 

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Il movimento jihadista (riproducibile citando la fonte)

Siria: perché è necessaria una soluzione politica

Sembra impossibile che gli Stati Uniti, dopo il disastro dell’Afghanistan e dell’Iraq, siano così incauti da esporsi con dichiarazioni sulla necessità di inviare armi ai ribelli siriani.

Che cosa può nascondersi dunque realmente dietro la “svolta” del Presidente Obama? Forse solo la necessità di un maggiore potere contrattuale sul tavolo della Conferenza di Ginevra 2? Anche se il G8 irlandese si è chiuso senza un accordo sulla questione siriana, l’unica possibilità per il Paese rimane sempre e comunque un  patto di Pace.

Un accordo fra Stati Uniti, Russia, Iran e Arabia Saudita. E’ difficile immaginare i ribelli siriani e i loro alleati seduti allo stesso tavolo con il regime degli Assad e i loro alleati. Fantapolitica? Eppure se ciò non dovesse accadere, i combattimenti proseguiranno a lungo, fino a quando una delle parti riuscirà a prevalere sull’altra. 

Per quanto tempo? Dipende dal denaro e dalle armi appunto. Dalla quantità di denaro e armi che i Paesi stranieri – sostenitori delle due parti in conflitto – continueranno a fornire. Non è determinante  ai fini di una stabilizzazione del Paese, il fatto che l’esercito siriano – con l’aiuto dei miliziani di Hezbollah – abbia ripreso Qusayr o domani possa ‘conquistare’ Aleppo. Fra qualche giorno potrebbero cambiare le sorti sul campo di battaglia. Tutti e due gli avversari siano convinti di vincere.

Ma ormai la guerra ha coinvolto troppi attori locali, regionali, internazionali. Ha lacerato il tessuto civile. E’ necessario un processo di conciliazione nazionale, un piano di transizione. Sappiamo che da tempo sul terreno non ci  sono solo le Forze armate siriane e l’ESL (esercito siriano libero) a confrontarsi. Conosciamo la deriva jihadista e i suoi pericoli. La storia parla chiaro. L’aiuto degli Stati Uniti ai mujahiddin afgani contro i sovietici non servì affatto ad aiutare le forze “moderate” ma solo gli estremisti. E’ poi possibile credere che gli Stati Uniti abbiano la memoria così breve ed abbiano  già dimenticato che la cacciata di Saddam Hussein si è rivelata una mela avvelenata? Ora il Governo iracheno è molto più favorevole all’Iran che a Washington.  Infine, senza voler ingigantire la minaccia estremistica, non possiamo neppure fingere che la Siria non stia correndo il rischio di rafforzare il potere di frange legate ad al Qaeda.

Le buone intenzioni sono importanti. E’ giusto desiderare che il popolo siriano possa vivere in libertà. Ma non bisogna perdere vista la realtà. La storia. Le esperienze del passato. Sono loro a vincere. Non le speranze.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro  Perché è necessaria una soluzione politica (riproducibile citando la fonte)

Vedi anche:

Chi sono i Salafiti

Islam e politica

Qual è il loro progetto politico? Storia di un movimento tornato alla ribalta dopo le Primavere arabe.

 

Edward Said ne ‘l’Orientalismo’ spiega come anche la cultura si pieghi a rafforzare gli stereotipi sull’Islam. Stereotipi amplificati dalla non-conoscenza della storia e dalla superficialità dei media. In questi giorni termini come salafiti, jihadisti, partiti islamici, si rincorrono dalle pagine dei giornali ai telegiornali spesso senza una corretta spiegazione. Generando confusione.