Aleppo

Siria: Tu chiamale se vuoi, elezioni…

piazza Mohafza - Damasco - Antonella Appiano

Un hashtag #BloodElection (elezioni di sangue) e uno slogan Sawa(insieme). Il primo è stato scelto dall’Opposizione siriana all’estero, il 9 maggio, per boicottare le Elezioni Presidenziali che si svolgeranno oggi a Damasco e nei territori controllati dal Regime e dai lealisti. Il secondo è il motto scelto dal Presidente Bashar al-Asad, per la campagna elettorale, una parola che vorrebbe sottolineare il concetto di unità. Ma secondo l’ultimo rapporto  dell’UNRWA e del Syrian Centre for Policy Research,  «il conflitto in Siria ha creato un’economia di violenza incurante dei diritti umani, delle libertà civili e delle leggi; mentre le nuove élite politiche ed economiche usano network locali e internazionali per commerciare illegalmente armi, merci e persone, saccheggiando, rubando, sequestrando persone e sfruttando l’assistenza umanitaria».

Il partito Bath, al potere da 50 anni, propaganda elezioni presidenziali pluralistiche, democratiche e libere. Ma come possono svolgersi elezioni libere in un Paese in piena guerra civile? Dove la radicalizzazione del conflitto armato, scoppiato dopo la dura repressione delle manifestazioni pacifiche iniziate a metà marzo del 2011, sembra senza via di uscita? In un Paese con almeno 160mila morti, 2 milioni e mezzo di profughi e 6 milioni di sfollati interni?  11 milioni di persone senza fonte di sostentamento? Un paese in cui l’inflazione galoppante, schiacciando le famiglie, sta creando un popolo senza speranza?

Per la cronaca. Dato che i candidati sono tre, non si tratta di un referendum, ma di elezioni pluralistiche. Tecnicamente però. Perché, come ha rimarcato Noura Al- Ameer, Vice Presidente del CNS (il Consiglio Nazionale Siriano, la piattaforma dell’Opposizione riconosciuta dall’Occidente): «Queste elezioni sono una tragica farsa. E sono illegittime perché sono stati esclusi, di fatto, i candidati dell’opposizione e quindi tutti gli esuli politici».  A metà marzo, infatti, la legislazione siriana, aveva messo a punto una nuova legge elettorale molto selettiva. Più candidati certo, in queste Presidenziali, e votati dai cittadini.  Quali sono stati, però, i criteri per essere ammessi nella rosa degli ‘aventi diritto’?
Eccoli. Il candidato doveva avere computo 40 anni all’inizio dell’anno della candidatura; nessun precedente penale; nazionalità siriana da parte di tutti e due i genitori, anche loro siriani alla nascita. Altri requisiti: moglie siriana; residenza in Siria da almeno 10 anni e in maniera continuativa. Più facile partecipare alle Olimpiadi.
I requisiti richiesti hanno ‘bocciato‘  i dissidenti storici presenti in Siria o all’estero,  gli esponenti della Coalizione delle opposizioni in esilio, quelli del  Comitato di Coordinamento nazionale (l’Opposizione interna tollerata). Quasi tutti  vivono all’estero oppure sono sposati a ‘non siriane’ o hanno accuse pendenti o condanne per  ‘atti contro il Governo’. Così sono stati esclusi i potenziali  rivali di Bashar al- Asad. E quando, lo scorso 20 aprile, sono state aperte le candidature per le presidenziali,  dei 24 aspiranti che si erano proposti dinanzi alla Corte Suprema, sono rimasti in lizza solo due comparse,  Hassan Nuri, proveniente da una ricca famiglia di Damasco ed ex Ministro dello Sviluppo, e Maher Hajjar, un deputato dell’ex Partito comunista.  E come tutte le comparse, la loro foto non compare in cartellone. Damasco è tappezzata da gigantografie di Bashar al-Asad. Sui muri, sui portoni, ai lati delle vie, sulle automobili.  Bashar serio, in  alta uniforme o in mimetica e occhiali da sole; sorridente e amichevole in abiti civili.

Le elezioni non si svolgeranno in tutto in Paese, ma solo nelle aree controllate dallaleadership di Damasco e dai lealisti. La Siria è in guerra. E le regioni a nord ovest  e a sud di Damasco, non potranno votare perché sotto controllo dell’Opposizione. Quelle a nord est, del gruppo fondamentalista dell’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante).  Non ci sono seggi, dunque, ad Aleppo, la seconda città del Paese.  Né ad Idlib. E nei campi profughi. Urne aperte, dunque, per circa 16 milioni di siriani, circa due terzi della popolazione. A Damasco i seggi sono aperti dalle 7 di questa mattina, per 12 ore. E i risultati saranno annunciati mercoledì.

I ribelli dei vari gruppi e fazionihanno proclamato azioni di sabotaggio: fra sabato e ieri ad Aleppo, sono morte una cinquantina di persone, durante un’offensiva degli oppositori armati contro le zone controllate dal Governo. Un attacco lanciato proprio per protestare contro le elezioni.  I dati sono stati diffusi dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, mentre il Ministro siriano dell’Informazione, Omran al-Zoubi,  ha affermato che i morti sono stati venti nella sola giornata di sabato.

E gli espatriati? Solo chi è espatriato legalmente potrà andare alle urne. Secondo le fonti ufficiali di Damasco, dei  200.000 elettori registrati all’estero, nei giorni scorsi ha votato, presso le Ambasciate siriane, il 95%. L’affluenza è stata alta soprattutto in Libano e in Giordania.
Non hanno votato, invece, i profughi che si sono rifugiati nei Paesi Arabi che hanno appoggiato la campagna di boicottaggio dell’Opposizione, in Turchia, Francia, Germania. E molti siriani,  sono bloccati  in zone dove si combatte. Feriti, malati. Senza cibo senza medicinali.  Stretti a tenaglia fra i bombardamenti dell’aviazione di Assad e  le violenze dei gruppi jihadisti.

Per  offrire un’immagine democratica, comunque, i  rappresentanti di sette Paesi controlleranno le operazioni di voto. Fra questi vi sono gli alleati del regime, Iran e Russia, il Libano, Tagikistan, Uganda, Zimbabwe, Bolivia, Venezuela e Filippine.  Da un punto di vista politico e simbolico per  Bashar al- Asad questa vittoria è importante perché, dopo le ultime vittorie militari, soprattutto la riconquista della città ribelle di Homs, da cui si sono ritirati gli oppositori,  gli permette di legittimare il regime, e il suo ruolo di garante delle minoranze, di difensore della stabilità contro il terrorismo.

Raggiunta telefonicamente  via skipe, Bushra 32, disoccupata, che avevo conosciuto a Damasco nel luglio del 2012, racconta: “Certo il Presidente può contare sul voto delle classi sociali privilegiate, di quelle legate al regime dal punto di vista finanziario, di ampie fasce di cristiani, terrorizzati dalle violenze dei gruppi estremisti. I  cristiani e molti musulmani temono unoStato islamico‘ se cade Bashar. L’opposizione politica è disunita e molti ribelli hanno compiuto crimini,  eppure non penso che chi ha creduto nelle rivolte si arrenda“. Busrha mi aveva parlato con franchezza anche durante il nostro incontro. Le chiedo, quindi, se ci sono state ‘forzature’, intimidazioni. “Credo di sì“, risponde senza esitazioni, “almeno a scopo preventivo. E la campagna elettorale è imponente, ben orchestrata. Mi ha colpito l’appoggio di attori celebri come Duraid Lahham e dell’attrice Salma al Masri, che nei video trasmessi in tv, invitano i cittadini ad andare alle urne con appelli come: il tuo voto è la tua protezione“.

Vittoria scontata, dunque? Sì, ma non risolutiva. Bashar al -Asad vincerà ma più che  il Presidente delle Repubblica araba di Siria fino al 2021, diventerà soltanto il più potente ‘Signore della guerra’ in un territorio diviso, lacerato, stremato.

[Tutte le foto che presentiamo sono tratte dal Blog ‘Dimashilens‘, realizzato da un gruppo di giovani siriani, reporter e attivisti sul campo, che lavorano per registrare e documentare la storia attraverso fotografie e video. «Riportiamo la realtà così com’è, senza la falsificazione al fine di trasmettere un quadro chiaro della vita giorno per giorno a Damasco e nella sua periferia», affermano nella presentazione del loro lavoro.]

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Siria: tu chiamale se vuoi elezioni (riproducibile citando la fonte)

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L’Indro – Voci della Opposizione siriana

L’Indro – Siria: ieri, oggi, e domani?

Noura al Ameer

Voci dell’Opposizione siriana – Intervista a Noura Al-Ameer.

Noura al Ameer

Noura al – Ameer, hijab colorato e sorriso aperto, è vice Presidente dl CNS, il Consiglio Nazionale Siriano (National Coalition for Syrian Revolutionary and Opposition Forces). Una delle pochissime donne, fra l’altro, a far parte dell’unica piattaforma politica di Opposizione riconosciuta dalle Diplomazie Occidentali (3 esponenti femminili su 122 membri). La incontriamo al seminario organizzato dall’Istituto Affari internazionali (IAI) sul tema “Sviluppi della Crisi Siriana e recenti prospettive” dove è intervenuta insieme al Segretario Generale del Cns, Badr Jamous, e all’attivista per i diritti umani Michel Kilo.
Da Noura Al-Ameer, vorremmo sapere qualcosa di più preciso sul collegamento fra la società civile in Siria e il CNS. Perché uno dei problemi maggiori della formazione politica, che per ovvie ragioni risiede all’estero, ci è sempre parso il contatto con le forze che operano sul terreno, fra cui appunto, quelle dei movimenti di opposizione non-violenta, degli attivisti civili.
Una breve premessa. Sappiamo che in Siria, esiste una società civile impegnata nella ricostruzione del Paese (soprattutto nelle zone liberate dall’ESL) e nella lotta contro la formazione integralista dell’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) che di fatto sta agendo come forza di contro-rivoluzione perché attacca anche i civili, gli attivisti e l’Esercito Siriano Libero.

In Italia si parla poco dei Comitati civili perché i media a larga diffusione tendono a semplificare e dividono la Siria in due sezioni nette, contrapponendo il regime di Bashar al-Assad  ai  gruppi jihadisti radicali. E mettondo in risalto solo le notizie relative alle violenze che, come sempre purtroppo, attirano un maggior numero di pubblico e lettori. Molti protagonisti delle proteste pacifiche della prima fase delle Rivolte (iniziate nel marzo 2011) sono morti o si trovano in carcere o sono fuggiti. Ne ho incontrati alcuni, al Cairo, nell’aprile del 2013. «Raccontalo che per noi la rivoluzione era libertà e giustizia, che non volevamo le armi e la guerra e tutto questo orrore  e sangue. Raccontalo o finiremo con l’essere dimenticati».

Ma c’è chi continua a operare in Siria, nonostante il pericolo rappresentato dal regime e dai gruppi jihadisti più radicali.

E come fa notare Noura al- Ameer, «si sta formando nel Paese anche una nuova generazione di cittadini impegnati, che lavorano insieme non considerando affatto la confessione di appartenenza, lo stato sociale, i clan».  Di fatto questa generazione, rappresenta una realtà molto piccola, un’isola, nell’oceano di un conflitto crudele, intenso, interminabile ma non per questo va ignorata. Soprattutto perché potrebbe costituire il nucleo di un processo di riconciliazione nazionale, indispensabile quando (si spera il più presto possibile) cesserà la guerra.

Il consiglio nazionale siriano è presente in questi gruppi? E se sì, dove e come opera?

Abbiamo alcuni rappresentanti ad Aleppo, Idlib, Daraa, che vivono stabilmente in queste zone. Altri le visitano regolarmente. E’ importante seguire una linea comune. Siamo anche collegati attraverso canali d’informazione come i social media (protetti per non poter essere intercettati dal regime). Il nostro compito è formativo e operativo. Lo sforzo per ora è concentrato nel fornire servizi di base alla popolazione: acqua, elettricità, assistenza sanitaria, impiantare ospedali da campo. Insieme ai comitati locali stiamo elaborando progetti agricoli anche per la coltivazione del cotone e la costruzione di mulini per procurare la farina.

Da qualche parte bisogna pure cominciare, certo.

Ma in Siria è sempre guerra conclamata, tre anni di conflitti, 150mila morti, 6, 7 milioni di profughi interni, 3 milioni di rifugiati all’estero, infrastrutture e patrimonio artistico distrutti. Famigli divise, animi divisi. Perché venga ricostruita una Siria (unita, federalizzata è indipensabile che a parlare non siano le armi.  Però, una vittoria netta sul campo, da parte di uno degli schieramenti, per ora è lontana. Anche se il regime controlla l’asse strategico Damasco – Homs – Latakya; l’esercito siriano libero (ESL) il nord ovest del paese (Aleppo e Idlib) e parte del fronte sud (Deraa e Quneitra). Molte volte, nel corso degli ultimi anni, sono state annunciate battaglie decisive, “madri di tutte le battaglie” l’ipotesi appare poco realistica.

La soluzione per far cessare il conflitto? Per Noura la soluzione può essere soltanto politica, attraverso la mediazione delle super potenze e della comunità internazionale. Come già Michel Kilo, ribatte che senza un processo di pace mediato e un governo transitorio di unità nazionale, non è possibile arrivare a un cessate al fuoco reale e duraturo, a una stabilizzazione dell’area.

La conferenza di Ginevra II è fallita, e l’Occidente preoccupato dalla Crisi in Ucraina, sembra non solo aver dimenticato la Siria, ma anche non credere più che una qualche soluzione di compromesso accettabile sia possibile. Insomma le super potenze (Russia e Usa), l potenze occidentali e regionali, dopo aver contribuito con le loro interferenze al prolungamento della guerra civile, sono indifferenti alle sorti della Siria. Eppure sappiamo bene che la guerra siriana ormai è un problema che riguarda anche noi. Chiudere gli occhi, non servirà a nessuno.
Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Voci della Opposizione siriana (riproducibile citando la fonte)

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Siria: situazione in continuo mutamento

Certo il governo di Bashar al-Assad  si è impegnato a smantellare l’arsenale delle armi chimiche  entro la metà del 2014. Obama  e i suoi alleati non attaccheranno la Siria, spunta di nuovo all’orizzonte la conferenza di Pace di Ginevra 2. Forse per questo la Siria è di nuovo scomparsa dai media e dall’attenzione. E qualcuno potrà pensare che il Paese viva una fase di stallo. Ma non è così. Anzi.

Il nord della Siria, al confine con la Turcha. Al nord del paese ormai l’Esercito siriano libero (Esl)  combatte  sia contro le forze governative  sia contro i gruppi legati ad al-Qaida: “Lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante” (Isis) e il “Fronte al Nusra”. E contro gruppi jihadisti. Spesso qualche brigata dell’Esl si unisce ai combattenti delle fazioni qaidiste per qualche operazione congiunta. Ma è chiaro che, sempre di più,  i gruppi sul campo contro Bashar sono in opposizione. Alcuni comandanti dell’Esercito Siriano Libero sono stati uccisi e al confine turco, nella città di Azaz, nel settembre scorso, è stata combattuta una vera e propria battaglia fra l’Isi  e una brigata dell’Esercito libero, la “Tempesta del nord”. Battaglia vinta dalla dallo “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”.

Gli abitanti, i civili che non vogliono sottomettersi all’estremismo ideologico dell’Isis e del Fronte al Nusra  hanno più volte denunciato gli abusi commessi dai combattenti islamici. Continuano ad arrivare testimonianze dal nord della Siria (ma possiamo ancora chiamarla Siria?) disperate, rassegnate. «Questi miliziani non sono venuti in Siria per combattere in nome della libertà. Combattono gli Assad ma vogliono formare uno stato islamico» scrive Joseph da Aleppo.  C’è chi ancora crede nella rivoluzione  senza dubbio. Ma anche chi è stanco di lottare. Molti civili si trovano di fatto schiacciati o dal regime o dalle formazioni jihadiste o da bande di criminali s’impongono con i sistemi del regime. Formazioni molto lontane dallo spirito della rivolte, prima pacifiche (da marzo a luglio del 2011); poi armate e che sono degenerate infine in una vera e propria guerra civile, che ha provocato ad oggi, almeno 100mila morti. Una guerra, come si  sa da tempo,  sostenuta dalle potenze straniere. Regionali e internazionali. Lo schieramento a favore degli Assad è composto da Libano, Iraq e Iran, Russia  e Cina. Quello pro-ribelli,  dai Paesi del Golfo (soprattutto Arabia Saudita e Qatar), la Giordania,  la Turchia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Sono fasi importanti che non vanno dimenticate per orientarsi in quel groviglio che è il conflitto siriano.

Ginevra due.  L’incontro patrocinato da Stati Uniti e Russia dovrebbe tenersi a novembre. Nonostante il sottosegretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry solleciti la riunione con lo scopo di risolvere in maniera politica il conflitto siriano, sembra che nessuno la voglia veramente.  Il nodo rimane sempre, lui, il Presidente Bashar al Assad. La leadership di Damasco infatti ha dichiarato che non accetterà nessun piano di transizione che escluda il presidente. Mentre l’Opposizione siriana costituita principalmente dalla Coalizione Nazionale siriana, nata a Doha nel novembre  novembre 2012 (di cui fa parte anche il Cns, Consiglio nazionale siriano) ha affermato più volte di non aver intenzione di prendere parte ad alcun governo di transizione che includa Bashar al Assad.

L’Opposizione politica che in due anni si è sciolta, divisa e riorganizzata più volte sotto diverse sigle e leader, continua a non offrire garanzie e appare sempre più disunita. Un punto a favore del regime senza dubbio.

Non c’è più unità politica né territoriale in Siria. Il quadro è in continuo mutamento. Soprattutto quello dei gruppi che combattono sul terreno. Si moltiplicano le divisioni, si creano e disfano alleanze per il controllo del territorio e per differenze ideologiche. Per il potere. Per le armi.  La guerra continua senza sosta. «Neppure Tamerlano nel 1401 – scrive ancora Joseph da Aleppo – ha portato tanta desolazione, sono sicuro».

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Siria: situazione in continuo mutamento (riproducibile citando la fonte)

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erto il governo di Bashar al-Assad  si è impegnato a smantellare l’arsenale delle armi chimiche  entro la metà del 2014. Obama  e i suoi alleati non attaccheranno la Siria, spunta di nuovo all’orizzonte la conferenza di Pace di Ginevra 2. Forse per questo la Siria è di nuovo scomparsa dai media e dall’attenzione. E qualcuno potrà pensare che il Paese viva una fase di stallo. Ma non è così. Anzi.

Il nord della Siria, al confine con la Turcha. Al nord del paese ormai l’Esercito siriano libero (Esl)  combatte  sia contro le forze governative  sia contro i gruppi legati ad al-Qaida: “Lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante” (Isis) e il “Fronte al Nusra”. E contro gruppi jihadisti. Spesso qualche brigata dell’Esl si unisce ai combattenti delle fazioni qaidiste per qualche operazione congiunta. Ma è chiaro che, sempre di più,  i gruppi sul campo contro Bashar sono in opposizione. Alcuni comandanti dell’Esercito Siriano Libero sono stati uccisi e al confine turco, nella città di Azaz, nel settembre scorso, è stata combattuta una vera e propria battaglia fra l’Isi  e una brigata dell’Esercito libero, la “Tempesta del nord”. Battaglia vinta dalla dallo “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”.

Gli abitanti, i civili che non vogliono sottomettersi all’estremismo ideologico dell’Isis e del Fronte al Nusra  hanno più volte denunciato gli abusi commessi dai combattenti islamici. Continuano ad arrivare testimonianze dal nord della Siria (ma possiamo ancora chiamarla Siria?) disperate, rassegnate. «Questi miliziani non sono venuti in Siria per combattere in nome della libertà. Combattono gli Assad ma vogliono formare uno stato islamico» scrive Joseph da Aleppo.  C’è chi ancora crede nella rivoluzione  senza dubbio. Ma anche chi è stanco di lottare. Molti civili si trovano di fatto schiacciati o dal regime o dalle formazioni jihadiste o da bande di criminali s’impongono con i sistemi del regime. Formazioni molto lontane dallo spirito della rivolte, prima pacifiche (da marzo a luglio del 2011); poi armate e che sono degenerate infine in una vera e propria guerra civile, che ha provocato ad oggi, almeno 100mila morti. Una guerra, come si  sa da tempo,  sostenuta dalle potenze straniere. Regionali e internazionali. Lo schieramento a favore degli Assad è composto da Libano, Iraq e Iran, Russia  e Cina. Quello pro-ribelli,  dai Paesi del Golfo (soprattutto Arabia Saudita e Qatar), la Giordania,  la Turchia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Sono fasi importanti che non vanno dimenticate per orientarsi in quel groviglio che è il conflitto siriano

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erto il governo di Bashar al-Assad  si è impegnato a smantellare l’arsenale delle armi chimiche  entro la metà del 2014. Obama  e i suoi alleati non attaccheranno la Siria, spunta di nuovo all’orizzonte la conferenza di Pace di Ginevra 2. Forse per questo la Siria è di nuovo scomparsa dai media e dall’attenzione. E qualcuno potrà pensare che il Paese viva una fase di stallo. Ma non è così. Anzi.

Il nord della Siria, al confine con la Turcha. Al nord del paese ormai l’Esercito siriano libero (Esl)  combatte  sia contro le forze governative  sia contro i gruppi legati ad al-Qaida: “Lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante” (Isis) e il “Fronte al Nusra”. E contro gruppi jihadisti. Spesso qualche brigata dell’Esl si unisce ai combattenti delle fazioni qaidiste per qualche operazione congiunta. Ma è chiaro che, sempre di più,  i gruppi sul campo contro Bashar sono in opposizione. Alcuni comandanti dell’Esercito Siriano Libero sono stati uccisi e al confine turco, nella città di Azaz, nel settembre scorso, è stata combattuta una vera e propria battaglia fra l’Isi  e una brigata dell’Esercito libero, la “Tempesta del nord”. Battaglia vinta dalla dallo “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”.

Gli abitanti, i civili che non vogliono sottomettersi all’estremismo ideologico dell’Isis e del Fronte al Nusra  hanno più volte denunciato gli abusi commessi dai combattenti islamici. Continuano ad arrivare testimonianze dal nord della Siria (ma possiamo ancora chiamarla Siria?) disperate, rassegnate. «Questi miliziani non sono venuti in Siria per combattere in nome della libertà. Combattono gli Assad ma vogliono formare uno stato islamico» scrive Joseph da Aleppo.  C’è chi ancora crede nella rivoluzione  senza dubbio. Ma anche chi è stanco di lottare. Molti civili si trovano di fatto schiacciati o dal regime o dalle formazioni jihadiste o da bande di criminali s’impongono con i sistemi del regime. Formazioni molto lontane dallo spirito della rivolte, prima pacifiche (da marzo a luglio del 2011); poi armate e che sono degenerate infine in una vera e propria guerra civile, che ha provocato ad oggi, almeno 100mila morti. Una guerra, come si  sa da tempo,  sostenuta dalle potenze straniere. Regionali e internazionali. Lo schieramento a favore degli Assad è composto da Libano, Iraq e Iran, Russia  e Cina. Quello pro-ribelli,  dai Paesi del Golfo (soprattutto Arabia Saudita e Qatar), la Giordania,  la Turchia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Sono fasi importanti che non vanno dimenticate per orientarsi in quel groviglio che è il conflitto siriano

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Aleppo, guerra urbana.

La mappa dei quartieri caldi è estesa, nella parte ovest della città, da al-Hamadanieh a Salahaddine, da Seif al-Dawla a Sikkeri. Tutti si dichiarano vincitori.

Aleppo. Sugli schermi della televisione siriana passa a ripetizione uno spot che mostra un dattero, alimento tradizionale del Ramadan, che contiene un proiettile. Sotto, una scritta: “Non rovinate il Ramadan con la violenza”. Ma purtroppo ad Aleppo si continua a combattere. I colpi di cannone sparati dai tank, scandiscono le notti. E nei quartieri appena ’riconquistati’ dall’esercito regolare, si sentono raffiche di mitragliatrici. Spari dei qanas, i cecchini degli insorti, rientrati per rioccupare la zona. Colpi di cannone sparati dai tank dell’esercito siriano in risposta.

E’ guerra urbana, senza fronte e la mappa dei quartieri caldi è estesa, nella parte ovest della città, da al- Hamadanieh a Salaheddine, da Seif al-Dawla a Sikkeri. Sembra fermarsi lungo la linea della ferrovia, la stessa dell’Orient Express, inaugurata nel novembre del 1911, prosegue ancora in maniera discontinua, interessando altre zone come Al-Ferdous o Bab AlHadid. Tutti si dichiarano vincitori. L’esercito regolare ’riprende il controllo’, gli oppositori arretrano, rientrano, si spostano. Intanto passano i giorni. E il bollettino delle vittime sale tristemente. “Non rovinate il Ramadan con la violenza”. Ma la gente muore. Scappa.

Secondo fonti dell’Opposizione, 250mila persone hanno lasciato la città per la Turchia.
Nour, 3 figli piccoli, si è trasferita da parenti nella nuova Aleppo, al Jedd Haleb da Sikkari. E’ triste, preoccupata e “spera di poter tornare presto a casa”. Mohamed, insegnate nelle superiori mi accompagna nella scuola di El Baliruni, nel quartiere di Zahara, dove alloggiano circa 200 persone, una trentina di famiglie che hanno dovuto abbandonare le loro case. Sono quasi tutti di Sikkari. I bambini mi corrono incontro chiedendo una sura, una fotografia.
Ma anche chi abita in zone non toccate dalla ’battaglia’ subisce gli effetti della guerra. Mohamed racconta che la disoccupazione è aumentata molte fabbriche di sapone, olio e tessile hanno dovuto chiudere. Il turismo scomparso. I prezzi del cibo è aumentato e quello del carburante è salito alle stelle, 235 lire siriane al litro mentre a Damasco è sulle 40 lire”. E infatti il taxista mi chiede 3000 lire siriane, circa 38 euro per andare all’aeroporto, a sette, otto chilometri, un tragitto di dieci minuti appena. “E’ per il carburante” spiega. Sulla strada per l’aeroporto, prima del posto di blocco all’ingresso, qualche autobus bruciato. Un segno della guerra che c’era già quando sono arrivata ad Aleppo. Ma è scomparso il check point dell’ESL. Tra le 16 e le 17 compio il tragitto due volte, non ci sono voli per Damasco. A casa leggo sull’agenzia di stato siriana, Sana ha parlato di “un attacco all’aeroporto da parte dei terroristi”.

Intanto Aleppo vive la sua ’doppia vita’. E’ notte. Musica da qualche automobile che passa, la cantilena del muezzin e rombi di cannone.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro (riproducibile citando la fonte).

Al-Qal’a, la cittadella.

Colpi di cannone, raffiche di mitragliatrice e carri armati a circondare la cittadella: prosegue la guerra-guerriglia urbana combattuta in mezzo ai civili.

Aleppo. Alle 11 di mattina in piazza Saadallah al Jabiri, nel quartiere di Jamilieh, davanti al mio albergo, sfilano lentamente i carri armati dell’esercito siriano (alcuni sono T-72 di fabbricazione russa). Secondo il portiere, dopo la ’riconquista’ di Salaheddine, la roccaforte dei ribelli, si stanno dirigendo verso la zona di Bab al-Hadid, a sud della cittadella, al-Qal’a, il monumento più conosciuto della città e simbolo della sua storia antica.

L’offensiva da parte dell’esercito regolare, contro gli insorti, a Salaheddine, è iniziata ieri mattina. La ’riconquista’ del quartiere, confermato e smentito più volte ieri, nel corso della giornata dalle autorità siriane e dagli oppositori (il comandante della brigata Taweed aveva dichiarato “siamo a Sahaeddine e ci restiamo“) oggi sembra cosa certa. E di nuovo, Amal mi assicura, per telefono, “entro un paio di ore potrai entrare”. Ma la chiamata non arriva. Un amico che “non combatte ma appoggia la resistenza” mi dice che ci sono ancora sacche di resistenza perché, quando l’esercito riesce a riprendere il possesso di una zona, gli insorti si organizzano: ripiegano certo ma, creando nello stesso tempo, un avamposto in un’area vicina e lasciando cecchini.

La strada Islat Assaba Bashrat è deserta fino allo sbarramento dei carri-armati. Un uomo passa in bicicletta, indifferente, incominciano i cannoneggiamenti. Intercalati da raffiche di mitragliatrice. Le ore passano lente nella sede di AKS Assayx, un giornale on line che è stato occupato dall’esercito, come base operativa. Colpi di cannone, sordi e monotoni. Raffiche di mitragliatrice. Questa è una guerra- guerriglia urbana, combattuta purtroppo in mezzo ai civili. In una città divisa, che ricorda un poco la guerra civile di Beirut. Perché se la parte sud orientale della capitale del nord, è distrutta, l’altra parte è intatta e vive in mezzo a una guerra che si combatte a qualche quartiere di distanza in una normalità quasi sconcertante. Surreale.
Arrivo alla cittadella circondata dai carri armati.
Il portone principale è stato danneggiato da un colpo di mortaio. Ma al-Qal’a, la cittadella, è lì, imponente, massiccia, sotto il sole, sulla sommità della collina, a ricordare tutte le battaglie vinte o perdute.

Antonella Appiano in escusiva per Lindro (riproducibile citando la fonte)

Aleppo, sparano i cannoni

Carri armati e militari in movimento verso altre zone attualmente sotto controllo dell’esercito siriano libero.

Aleppo

Aleppo, ore 09.30. Durante la notte, fino alle 2-3 del mattino, si sono sentiti distintamente i colpi di cannone dell’artiglieria dell’esercito regolare provenienti da piazza Saadallah al-Jabri. Questa mattina ho visto il passaggio dei carri armati e dei militari. Ho avuto modo di parlare con qualche civile presente sul posto: secondo alcuni pare si dirigessero verso la piazza dell’Orologio, mentre altri ritenevano che si stessero spostando verso altre zone attualmente tenute sotto controllo dall’esercito siriano libero.

Cercherò di entrare nuovamente nel quartiere ’caldo’ di Salah ad-Din per fornire nuovi aggiornamenti su una situazione in continua evoluzione.

Antonella Appiano in esclusiva per Lindro (riproducibile citando la fonte)

I due volti di Aleppo.

La città si presenta divisa, con una ’cintura’ di quartieri in mano agli insorti, e un 30-40% dove la vita, invece, trascorre come sempre. Ma si continua a combattere

Aleppo, ore 16,30. Sono nel quartiere di Salah ad-Din, nella zona sud ovest della città. Secondo le autorità siriane, l’area è di nuovo sotto il controllo dell’esercito regolare da poche ore.
Grazie ad Amal, una coraggiosa venticinquenne che guida l’auto come un pilota di formula Uno e a un gruppetto di altri civili, riesco ad entrare fra le ’linee’. In realtà ci sono ancora sacche di resistenza perché a un incrocio siamo fermati dai colpi secchi delle mitragliatrici. “Non è prudente proseguire – dice Amal- gli insorti, quando si ritirano, lasciano i cecchini appostati”.

Aspettiamo, spostandoci in un punto meno esposto, ma le raffiche continuano e sono vicine. Combattono ancora aggiunge Amal. Passa un carro-armato, soldati. Le case sono distrutte come in altri quartieri a sud ovest della città: Sukkar, al-Hamanieh, Sakhur, al-Zebdieh, che, da due settimane, quando è incominciata la battaglia di Aleppo, sono state occupate dagli oppositori armati.

Torniamo indietro, imboccando la Stadium Highway e facciamo un lungo giro passando davanti all’Università fino a Piazza Saadallah al-Jabri, vicino alla città vecchia. Una piazza trafficata, piena di gente e di auto. Negozi aperti.

Ecco che si presenta una Aleppo divisa dunque, con una ’cintura’ di quartieri in mano agli insorti e il 30, 40%, dove invece la vita trascorre come sempre. A Midan, una zona a nord est in cui sono concentrate le officine per la riparazione delle auto, le attività proseguono a pieno ritmo. E a al Zahra, zona di case popolari più che dignitose, con piccole aree di verde, la gente cammina indifferente per le strade. Come se nulla fosse accaduto o stesse accadendo.
Certo i segnali di questa crisi di 18 mesi, trasformata ormai in guerra, ci sono: il costo della benzina è raddoppiato, molte fabbriche sono chiuse. Le scuole ospitano gli sfollati fuggiti dai quartieri occupati. Una città, Aleppo, colpita nell’arco dei secoli da molte calamità: la peste nel 1348, la devastazione dei Mongoli di Tamerlano nel 1401. E il terribile terremoto del 1822.

Alla sera, dalla mia camera dell’albergo Aleppo Palace, in piazza Saadalla al- Jabri, verso le sei, sento distintamente i colpi di cannone. Mezz’ora. Poi ancora, più tardi. Alle 9, alle 11. A intervalli irregolari. Salah ad-Din non è ancora stata presa dall’esercito. La battaglia continua.

Antonella Appiano in esclusiva per Lindro (riproducibile citando la fonte)

Damasco deserta, Aleppo attende.

L’Iran conferma l’appoggio a Bashar. Nella capitale del Nord si attende la battaglia decisiva.

Damasco. Arrivare a Damasco, questa volta è facile. Pochi controlli e superficiali. L’iter burocratico alla frontiera con il Libano è veloce. Certo c’è poca gente che entra nel Paese ora, e siamo in pieno Ramadan. Ma dopo la fuga di ieri (6 agosto) del Primo Ministro siriano Riyad Hijab, la ’battaglia’ per la conquista di Aleppo, l’attentato contro la sede della televisione di Stato sempre di ieri, è comunque sorprendente.

Alla frontiera diamo un passaggio a Hoda, una ragazza palestinese-giordana. I suoi genitori la verranno prendere alla frontiera siriana. Hoda vive a Tadamon, uno dei sobborghi ripreso pochi giorni fa dall’esercito regolare. “Un incubo: spari e combattimenti – racconta, Hoda – non ho potuto dormire per sette giorni. Appena entrati in Siria, sul cellulare arriva regolare l’sms del Ministero del Turismo che mi dà il benvenuto nel Paese.

Nella capitale, silenzio. Non si sentono raffiche di fucili, né si vedono elicotteri o fumo all’orizzonte. Tutto sembra sonnolento sotto il sole. Una calma, almeno apparente dopo la riconquista, secondo le autorità di Damasco, della capitale. Stupisce ancora che dopo gli scontri alla periferia dei giorni passati e gli attentati, ci siano così pochi militari a presidiare i Ministeri o in giro per la città. Damasco sembra sotto l’effetto di un incantesimo. Anche se questa volta il portiere dell’albergo, quando gli chiedo “Come va?”, non mi risponde Bene, “alhamdulillah” ma, con un sospiro aggiunge: “Non va bene. Niente va bene in Siria”.

Controlli accurati invece all’Ambasciata iraniana, dove il segretario generale del Consiglio Supremo iraniano della Sicurezza Nazionale, Saeed Jalili, ha tenuto una conferenza stampa dopo un incontro con il Presidente Bashar al Assad. (che è apparso sugli schermi televisivi per la prima volta dopo l’attentato del 18 luglio contro il Palazzo di Sicurezza in cui sono morti il ministro dell’Interno e altri esponenti dei vertici).

Nella stanza affollata, Jalili, capelli bianchi, occhiali cerchiati in metallo, è seduto accanto all’ambasciatore iraniano Mohammad Reza Sheybani. Sulla parete il ritratto di Khomeini e del’ayatollah Al KhameneiJalili conferma l’appoggio dell’Iran all’asse di resistenza che la Siria sta opponendo contro il terrorismo.

I voli per Aleppo sono regolari mi assicurano alla compagnia aerea Syrian airlines. Ma Aleppo, detta anche la capitale del nord e ’Al Shabab’, la ’grigiastra’, per il colore spento della pietra che riveste gran parte degli antichi edifici, sta aspettando, quella che per tutti sarà l’ultima battaglia. Quella decisiva. Ma lo sarà davvero?

Antonella Appiano in esclusiva per Lindro (riproducibile citando la fonte)

La guerra non conosce moderazione

Grave escalation di violenza ad Aleppo, e si affaccia il problema dei “regolamenti di conti e delle vendette”.
“La violenza brutalizza non solo le sue vittime ma anche chi le compie” scrisse TizianoTerzani in ‘Lettere contro la guerra’. Oggi Susan Ghosheh (missione Nazioni Unite in Siria) ha denunciato alla BBC una grave escalation della violenza ad Aleppo nelle ultime 72 ore. “Le forze di opposizione ora sono in possesso di armi pesanti e di carri armati catturati all’esercito mentre le truppe regolari hanno usato aerei da guerra per colpire i ribelli in città”. E ha “esortato alla moderazione ambo le parti”. Ma la guerra civile, come ogni guerra, non conosce questa parola. In Siria la lotta è sempre più spietata.

La battaglia per la presa di Aleppo, seconda città del Paese, a 60 chilometri dal confine con la Turchia, continua da giorni, feroce. E, a quanto pare, tutti e due gli schieramenti hanno ormai perso ogni riferimento ai ‘codici’ che dovrebbero limitare le crudeltà durante i conflitti. Anche Amnesty International ha ammesso che se, le vittime dei lealisti sono molte, altrettante sono quelle delle stragi compiute dai ribelli. E cita testimonianze di fucilazioni di guarnigioni intere dell’esercito siriano, dopo l’occupazione di posti di frontiera.
Un video diffuso dalla Cnn mostra le immagini di ribelli che giustiziano a colpi di kalashnikov membri della milizie filogovernative. L’esponente dell’Opposizione (CNS) che avevo intervistato a giugno a Damasco, aveva negato che in Siria fosse in atto una guerra civile. Ma se un siriano uccide un altro siriano, come vogliamo definire il fatto? Sempre secondo la BBC, la brigata Tawheed, un gruppo ribelle della Siria settentrionale, ha rivendicato l’esecuzione come “legittima rappresaglia contro le milizie del regime, che avevano ucciso, martedì scorso nella parte orientale di Aleppo, 15 membri dell’esercito siriano libero”. Se un siriano uccide un altro siriano… Georges Malbrunot sul ’Figaro’ scrive che “in uno scenario post-Assad sarà un problema limitare i regolamenti di conti e le vendette“. E’già un problema. Un problema tragico. Un tunnel in cui non si vede nessuno spiraglio di luce.

Certo in Siria c’è stata molta propaganda, molta disinformazione. Testimonianze e video non verificabili. Analisi disparate che rendono difficile capire ciò che sta accadendo. Realmente. Anche perché noi occidentali, cadiamo sempre nella trappola di voler misurare il Medio-Oriente con il nostro metro. Con le nostre categorie di giudizio. E invece come ha scritto Robert Fisk dell’’Independent’: “In Medio Oriente si ha la sensazione che nessun evento della storia abbia un orizzonte finito, che non si volti mai pagina e non arrivi mai il momento in cui poter dire, adesso basta”.

Intanto l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite voterà domani, venerdì 3 agosto, la risoluzione proposta dai Paesi arabi che chiede le dimissioni del Presidente Bashar al Assad, il passaggio del potere a un governo di transizione in Siria, “il ritiro immediato dell’esercito e l’interruzione degli attacchi aerei e dei bombardamenti”. L’approvazione da parte dei 193 membri, però, sarebbe solo simbolica, non vincolante. Insomma un’ altra pedina mossa ’a vuoto’ sulla scacchiera di una soluzione politica della crisi siriana. Certo i Paesi arabi presentano la deliberazione all’Assemblea perché in quella sede non è previsto il potere di veto. Un veto che Russia e Cina hanno esercitato tre volte al Consiglio di Sicurezza per bloccare precedenti risoluzioni.

L’inviato speciale di Onu e Lega araba Kofi Annan, prima di dimettersi dall’incarico di inviato speciale in Siria, ha dichiarato che “il primo passo nella cessazione delle violenze deve essere fatto dalle autorità siriane”. E la Francia, che ha assunto oggi la presidenza del Consiglio di sicurezza per il mese di agosto, ha chiesto un incontro dei ministri degli Esteri per discutere della crisi siriana. Un altro. Quanti incontri. Quante Riunioni o Conferenze.
A guardare dall’esterno sembra di assistere a un balletto, a una finzione. A un gioco di mosse e contromosse che potrebbe continuare per tanto tempo. Ma in Siria la guerra non è un video-gioco. E ricordo l’angoscia di quanti, durante i mesi passati a Damasco, avevano previsto questo momento.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/La-guerra-non-conosce-moderazione (riproducibile citando la fonte).

qui Aleppo, è guerra

Qui Aleppo: “È guerra”

Gli attori sulla scena si stanno moltiplicando, e cresce il dubbio sulla presenza di terroristi affiliati ad Al Qaida tra i ribelli.
L’esercito usa tutte le sue forze (elicotteri, missili, carri armati) contro i ribelli che non sono altro che bande armate di terroristi assetati di sangue e avidi di denaro. Noi siamo chiusi in casa. Molti scappano. Scarseggia tutto.