Bashar al-Assad

Siria: Tu chiamale se vuoi, elezioni…

piazza Mohafza - Damasco - Antonella Appiano

Un hashtag #BloodElection (elezioni di sangue) e uno slogan Sawa(insieme). Il primo è stato scelto dall’Opposizione siriana all’estero, il 9 maggio, per boicottare le Elezioni Presidenziali che si svolgeranno oggi a Damasco e nei territori controllati dal Regime e dai lealisti. Il secondo è il motto scelto dal Presidente Bashar al-Asad, per la campagna elettorale, una parola che vorrebbe sottolineare il concetto di unità. Ma secondo l’ultimo rapporto  dell’UNRWA e del Syrian Centre for Policy Research,  «il conflitto in Siria ha creato un’economia di violenza incurante dei diritti umani, delle libertà civili e delle leggi; mentre le nuove élite politiche ed economiche usano network locali e internazionali per commerciare illegalmente armi, merci e persone, saccheggiando, rubando, sequestrando persone e sfruttando l’assistenza umanitaria».

Il partito Bath, al potere da 50 anni, propaganda elezioni presidenziali pluralistiche, democratiche e libere. Ma come possono svolgersi elezioni libere in un Paese in piena guerra civile? Dove la radicalizzazione del conflitto armato, scoppiato dopo la dura repressione delle manifestazioni pacifiche iniziate a metà marzo del 2011, sembra senza via di uscita? In un Paese con almeno 160mila morti, 2 milioni e mezzo di profughi e 6 milioni di sfollati interni?  11 milioni di persone senza fonte di sostentamento? Un paese in cui l’inflazione galoppante, schiacciando le famiglie, sta creando un popolo senza speranza?

Per la cronaca. Dato che i candidati sono tre, non si tratta di un referendum, ma di elezioni pluralistiche. Tecnicamente però. Perché, come ha rimarcato Noura Al- Ameer, Vice Presidente del CNS (il Consiglio Nazionale Siriano, la piattaforma dell’Opposizione riconosciuta dall’Occidente): «Queste elezioni sono una tragica farsa. E sono illegittime perché sono stati esclusi, di fatto, i candidati dell’opposizione e quindi tutti gli esuli politici».  A metà marzo, infatti, la legislazione siriana, aveva messo a punto una nuova legge elettorale molto selettiva. Più candidati certo, in queste Presidenziali, e votati dai cittadini.  Quali sono stati, però, i criteri per essere ammessi nella rosa degli ‘aventi diritto’?
Eccoli. Il candidato doveva avere computo 40 anni all’inizio dell’anno della candidatura; nessun precedente penale; nazionalità siriana da parte di tutti e due i genitori, anche loro siriani alla nascita. Altri requisiti: moglie siriana; residenza in Siria da almeno 10 anni e in maniera continuativa. Più facile partecipare alle Olimpiadi.
I requisiti richiesti hanno ‘bocciato‘  i dissidenti storici presenti in Siria o all’estero,  gli esponenti della Coalizione delle opposizioni in esilio, quelli del  Comitato di Coordinamento nazionale (l’Opposizione interna tollerata). Quasi tutti  vivono all’estero oppure sono sposati a ‘non siriane’ o hanno accuse pendenti o condanne per  ‘atti contro il Governo’. Così sono stati esclusi i potenziali  rivali di Bashar al- Asad. E quando, lo scorso 20 aprile, sono state aperte le candidature per le presidenziali,  dei 24 aspiranti che si erano proposti dinanzi alla Corte Suprema, sono rimasti in lizza solo due comparse,  Hassan Nuri, proveniente da una ricca famiglia di Damasco ed ex Ministro dello Sviluppo, e Maher Hajjar, un deputato dell’ex Partito comunista.  E come tutte le comparse, la loro foto non compare in cartellone. Damasco è tappezzata da gigantografie di Bashar al-Asad. Sui muri, sui portoni, ai lati delle vie, sulle automobili.  Bashar serio, in  alta uniforme o in mimetica e occhiali da sole; sorridente e amichevole in abiti civili.

Le elezioni non si svolgeranno in tutto in Paese, ma solo nelle aree controllate dallaleadership di Damasco e dai lealisti. La Siria è in guerra. E le regioni a nord ovest  e a sud di Damasco, non potranno votare perché sotto controllo dell’Opposizione. Quelle a nord est, del gruppo fondamentalista dell’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante).  Non ci sono seggi, dunque, ad Aleppo, la seconda città del Paese.  Né ad Idlib. E nei campi profughi. Urne aperte, dunque, per circa 16 milioni di siriani, circa due terzi della popolazione. A Damasco i seggi sono aperti dalle 7 di questa mattina, per 12 ore. E i risultati saranno annunciati mercoledì.

I ribelli dei vari gruppi e fazionihanno proclamato azioni di sabotaggio: fra sabato e ieri ad Aleppo, sono morte una cinquantina di persone, durante un’offensiva degli oppositori armati contro le zone controllate dal Governo. Un attacco lanciato proprio per protestare contro le elezioni.  I dati sono stati diffusi dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, mentre il Ministro siriano dell’Informazione, Omran al-Zoubi,  ha affermato che i morti sono stati venti nella sola giornata di sabato.

E gli espatriati? Solo chi è espatriato legalmente potrà andare alle urne. Secondo le fonti ufficiali di Damasco, dei  200.000 elettori registrati all’estero, nei giorni scorsi ha votato, presso le Ambasciate siriane, il 95%. L’affluenza è stata alta soprattutto in Libano e in Giordania.
Non hanno votato, invece, i profughi che si sono rifugiati nei Paesi Arabi che hanno appoggiato la campagna di boicottaggio dell’Opposizione, in Turchia, Francia, Germania. E molti siriani,  sono bloccati  in zone dove si combatte. Feriti, malati. Senza cibo senza medicinali.  Stretti a tenaglia fra i bombardamenti dell’aviazione di Assad e  le violenze dei gruppi jihadisti.

Per  offrire un’immagine democratica, comunque, i  rappresentanti di sette Paesi controlleranno le operazioni di voto. Fra questi vi sono gli alleati del regime, Iran e Russia, il Libano, Tagikistan, Uganda, Zimbabwe, Bolivia, Venezuela e Filippine.  Da un punto di vista politico e simbolico per  Bashar al- Asad questa vittoria è importante perché, dopo le ultime vittorie militari, soprattutto la riconquista della città ribelle di Homs, da cui si sono ritirati gli oppositori,  gli permette di legittimare il regime, e il suo ruolo di garante delle minoranze, di difensore della stabilità contro il terrorismo.

Raggiunta telefonicamente  via skipe, Bushra 32, disoccupata, che avevo conosciuto a Damasco nel luglio del 2012, racconta: “Certo il Presidente può contare sul voto delle classi sociali privilegiate, di quelle legate al regime dal punto di vista finanziario, di ampie fasce di cristiani, terrorizzati dalle violenze dei gruppi estremisti. I  cristiani e molti musulmani temono unoStato islamico‘ se cade Bashar. L’opposizione politica è disunita e molti ribelli hanno compiuto crimini,  eppure non penso che chi ha creduto nelle rivolte si arrenda“. Busrha mi aveva parlato con franchezza anche durante il nostro incontro. Le chiedo, quindi, se ci sono state ‘forzature’, intimidazioni. “Credo di sì“, risponde senza esitazioni, “almeno a scopo preventivo. E la campagna elettorale è imponente, ben orchestrata. Mi ha colpito l’appoggio di attori celebri come Duraid Lahham e dell’attrice Salma al Masri, che nei video trasmessi in tv, invitano i cittadini ad andare alle urne con appelli come: il tuo voto è la tua protezione“.

Vittoria scontata, dunque? Sì, ma non risolutiva. Bashar al -Asad vincerà ma più che  il Presidente delle Repubblica araba di Siria fino al 2021, diventerà soltanto il più potente ‘Signore della guerra’ in un territorio diviso, lacerato, stremato.

[Tutte le foto che presentiamo sono tratte dal Blog ‘Dimashilens‘, realizzato da un gruppo di giovani siriani, reporter e attivisti sul campo, che lavorano per registrare e documentare la storia attraverso fotografie e video. «Riportiamo la realtà così com’è, senza la falsificazione al fine di trasmettere un quadro chiaro della vita giorno per giorno a Damasco e nella sua periferia», affermano nella presentazione del loro lavoro.]

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Siria: tu chiamale se vuoi elezioni (riproducibile citando la fonte)

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Bashar al -Assad family ‘s e i suoi uomini

La Siria e il potere. Quali sono gli uomini del Presidente? In questa interessante infografica prodotta da Syria Deeply, i volti di chi muove le redini del comando e controlla l’esercito, i serivizi segreti e le più grandi compegnie.

The family Bashar al Assad Syra Deeply

 E come vi ho raccontato in Clandestina a Damasco e in Qui Siria, si è passati dal consenso del 2011, a una progressiva defezione, rappresentata molto chiaramente nel grafico

Defezioni nella famiglia di Bashar al Asad- Syria deeply

Tratto da Syria Deeply digital Media Project, un progetto indipendente creato da giornalisti e esperti delle nuove tecnologie per raccontare la Crisi siriana attraverso grafici e story telling.

 

La comunità cristiana in Siria

Richard W. Bulliet, uno dei più autorevoli studiosi statunitensi di storia musulmana, scrive ne ‘La civiltà islamico cristiana‘.  «Dimentichiamo spesso che Islam e  Occidente hanno radici comuni e condividono molta della loro storia. I contrasti non dipendono da differenze essenziali ma da una prolungata ostinazione a non voler riconoscere la parentela che li unisce». E aggiunge : «nel passato, protestanti e cattolici si sono massacrati a vicenda e i cristiani hanno perseguitato e oltraggiato gli ebrei. Eppure oggi le valutazioni di parentele di civiltà che uniscono protestanti, cattolici ed ebrei non risentono di queste pesanti memorie storiche. Non possiamo invece unire l’Islam nel concetto perché  siamo eredi di una tradizione storiografica cristiana costruita volutamente sull’esclusione, sull’immagine dell’Islam come altro come  cattivo».

Qualche data per capire meglio. La regione siriana faceva parte dell’Impero romano e con la disgregazione di questo (395-634 DC) passa sotto il controllo dell’Impero Romano d’Oriente e successivamente entra a par parte dell’Impero Bizantino. E’ in Siria che avviene la conversione di San Paolo,tra il 34 e il 37 DC. Il 20 agosto 636  gli arabi sconfiggono i bizantini sulle rive del fiume Yarmuk  (affluente del fiume Giordano a sud del lago Tiberiade). L’esercito arabo travolge i Sasanidi, si riversa sulla Persia e sulla Mesopotamia bizantina, arrivando alla fine del 639 alle porte dell’Egitto. La Siria è quindi il primo Paese conquistato dai musulmani al di fuori dell’Arabia. Dopo quasi un millennio di dominazione occidentale, entra nell’orbita del mondo arabo, assumendo come riferimenti culturali e religiosi l’Oriente, l’Islam e il mondo semitico.

Muawiya nel 661 fonda il Califfato Omayyade con capitale Damasco che diventerà uno dei maggiori centri culturali del tempo, califfato che durerà fino al 750  quando si trasforma in  Califfato Abbaside (fino al 1258)  con capitale Baghdad. Damasco perde prestigio e la Sira diventa una provincia. XI-XIII Secolo Anche il territorio della Siria si trova ad essere campo di battaglia durante le crociate. 1259 invasione mongola e nel 1401 invasione di Tamerlano che saccheggia Damasco e Aleppo. Dal 1516  al 1918 fa parte dell’Impero ottomano. Nel 1914, l’anno dell’inizio della Prima guerra mondiale, nell’Impero, i cristiani erano circa il 24% della popolazione, e nella zone che oggi chiamiamo, Siria, Libano, Palestina e Giordania, il 30%. Ma la Grande Guerra segna la sconfitta della ‘Sublime Porta’, alleata degli imperi centrali della Germania, Austria e Ungheria che viene spartita dagli Stati vincitori. E non solo. In Medio Oriente nasce un nuovo ordine politico.

Dalla dissoluzione dell’Impero Ottomano sorgono la Turchia moderna, e i primi Stati Nazionali arabi ma sotto forma di  colonia o mandato, creazioni artificiali, dovute a giochi di potere. Un Medio Oriente, insomma, assoggettato a sfere d’influenza della Russia, della Gran Bretagna, della Francia. La divisione venne fatta a tavolino, tradendo l’accordo Husain-McMahon (1915) con il trattato di Sykes-Picot del 1916 e senza tenere conto dei desideri delle popolazioni locali.  Nel 1919 in margine alla Conferenza di Pace di Parigi, il sistema mandatario spartisce la Mezzaluna fertile tra Francia e Gran Bretagna, la Siria è sotto la Francia, la Palestina sotto la gran Bretagna. E la Francia divide la “Grande Siria, in Siria e Libano. I due Stati sono nati rispettivamente nel 1924 e nel 1926. La Siria ottiene l’indipendenza effettiva dalla Francia solo nel 1946. L’anno successivo nascono il partito Nazionale, il partito del Popolo e le prime elezioni politiche sono vinte dai nazionalisti.

A Damasco nasce il Partito Ba’th (Rinascita) basato sull’affermazione del nazionalismo arabo. Dal 1949 al 1954  la Siria vive una forte instabilità politica, con ben 4 colpi di  Stato militari. Il 1956, è l’anno della Nazionalizzazione del Canale di Suez, rotta strategica per i commerci verso e dall’Oriente, da parte del Presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, leader carismatico del nazionalismo arabo. Nello stesso anno iniziò l’influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente in senso anticomunista (Guerra Fredda). 1958 Istituzione della Repubblica Araba Unita. RAU, tra Siria e Egitto con capitale Il Cairo fino al 1961 quando il 28 settembre, con un colpo di Stato militare, la Siria si separa. Nel 1963 Colpo di stato di alcuni ufficiali baatisti, fra cui Hafez al- Assad (padre dell’attuale Presidente Bashar) che prendono il potere, sostenuti da altri gruppi di militari. Il nuovo Governo avvia la nazionalizzazione di ogni settore dell’economia. Nasce l’Ufficio della Sicurezza nazionale.

1964 Prima insurrezione anti-regime ad Hama che viene repressa duramente. 1966 Colpo di Stato interno nel Ba’th. Il colonnello al comando dell’aviazione Hafez Assad diventa Ministro della Difesa. 1967 L’esercito siriano è sconfitto  nella guerra dei Sei giorni contro Israele che occupa le alture del Golan. Israele occupa anche il Sinai egiziano, e la Cisgiordania. Nel mese di novembre la risoluzione 242 delle Nazioni Unite richiama Israele al rilascio dei territori occupati. Ancora oggi il Golan è occupato da Israele. 1970,  il 16 novembre, il Ministro della Difesa Hāfiz al-Asad,  con un golpe incruento, assume il ruolo di Presidente con mandato settennale. 1976-1982,  i Fratelli Musulmani attaccano esponenti del partito partito Ba’th. Nel 1979 sono uccisi 32 cadetti alawuiti  dell’Accademia militare di Aleppo. Per rappresaglia e per reprimere la Fratellanza musulmana che rappresenta l’opposizione, Hafez al- Assad fa radere al suolo nel 1982 di Hama (roccaforte dei Fratelli Musulmani). Si parla di 10 mila morti, 20mila morti (il numero non è mai stato accertato con sicurezza).

E’ stabilita la pena di morte per i seguaci del movimento. 2000,  il 10 giugno, Hafez al-Assad muore e il  figlio Bashar al-Assad  diventa il nuovo Presidente della Repubblica siriana. Annuncia riforme nel campo della tecnologia e dell’educazione. Da il via alla privatizzazione delle banche. Scarcera centinaia di Fratelli musulmani. Gli intellettuali incominciano a riunirsi. E’ iniziata la ‘Primavera di Damasco‘. Nel 2001 i comitati per la rinascita  pubblicano  il Manifesto dei Mille del 2001 (che chiedeva l’avvento del pluripartitismo), la leadership di Bashar reagisce con arresti e chiusure.

Nel 2004 a Qamishli, nel nord est della Siria, scoppia una rivolta dei curdi siriani che viene repressa con violenza. Bashar al-Assad rifiuta qualsiasi ipotesi separatista. Nel 2004 gli Stati Uniti impongono sanzioni economiche alla Siria, accusata di supportare il terrorismo internazionale.

Nel settembre 2008, a Damasco si svolge un incontro a quattro, con Francia, Turchia e Qatar, per un piano di pace per il medio Oriente. Durante il summit esplode una bomba nella capitale. La colpa verrà attribuita a militanti islamici. Inverno 2010/2011 Egitto, Tunisia e in misura minore, altri Paesi arabi, sono attraversati da proteste e ribellioni.  Per motivi economico sociali soprattutto. Le difficili condizioni di vita, la disoccupazione,  la maldistribuzione delle ricchezze, la corruzione, la violazione dei diritti umani, il diritto alla libertà di informazione sono tematiche ricorrenti.
Il processo, definito con il nome di ‘Primavera Araba’ per ora non ha portato soluzioni definite ed è ancora in fase di trasformazione in tutti Paesi coinvolti.  2011 (metà marzo), anche in Siria hanno luogo le prime proteste pacifiche a Damasco e a Daraa, dopo l’arresto di alcuni ragazzi che avevano scritto sui muri della scuola slogan anti-regime. I ragazzi vengono liberati ma le manifestazioni continuano. La Polizia spara sulla folle.  Il regime comincia ad accusare ‘bande armate’. Bashar al -Assad  annuncia alcune riforme richieste, fra cui l’abolizione dello stato di emergenza, in vigore da quasi mezzo secolo, e la liberazione di alcuni prigionieri. La protesta non si arresta e si estende a Lattakia, Homs, Baniyas. Manifestazioni a favore di Bashar a Damasco.

Nel Paese su 22 milioni di popolazione, i cristiani sono circa  2 milioni (il 10%)  una comunità di ben  11 Chiese. E sono rappresentati da comunità ortodosse, (per esempio greco-ortodossa di Antiochia, ortodossa siriaca) e cattoliche (rito latino, caldeo, siriaco maronita, melchita e armeno). Dal punto di vista confessionale la maggioranza è musulmana sunnita (72%) . La minoranza di maggior rilievo demografico è quella alawita (circa l’11% della popolazione), un ramo sciita cui appartiene la famiglia di Bashar- al Assad. Molti cristiani erano stati cooptati nel sistema dagli Assad, già dal padre di Bashar,  e i cristiani, in generale hanno sempre sostenuto il regime, sentendosi protetti. Certamente all’inizio delle rivolte le testimonianze delle comunità a favore del regime e quelle che riflettevano il timore di un cambiamento e di una deriva islamista erano tante. Le paure dei cristiani sono state senza dubbio anche alimentate e strumentalizzate dal regime, ma questo fatto non le rendeva meno ‘vere’.

Le rivolte pacifiche represse duramente si sono trasformate in lotta armata e sono degenerate in Guerra Civile, alimentata dall’intervento di potenze straniere, regionali e internazionali e dalla formazione o dall’afflusso di gruppi estremisti di stampo jihadista o al qaedista e da mercenari. Dalla metà marzo del 2011,  dopo più di due anni e mezzo dall’inizio delle rivolte, la Siria vive una nuova fase in cui, i ribelli sono sempre più divisi sia sul campo sia nelle rappresentanze politiche.

E nell’autunno di questo 2013, si è aperto un terzo fronte interno fra le  brigate dell’Esercito Libero Siriano e i gruppi jihadisti. Sul terreno la situazione è in continuo cambiamento. E i cristiani, ma non solo, anche i sunniti e le altre minoranze, sono coinvolte negli scontri tra i militari di Assad e i ribelli dell’opposizione; fra quelli dell’Esercito Siriano libero e i gruppi fondamentalisti. Secondo il quotidiano britannico ‘The Independent’, il 60 per cento dei cristiani siriani si sarebbe stabilito oltreconfine. E i fatti di Maloula, nel sud-ovest della Siria, considerata cuore della cristianità, presa d’assalto dal gruppo Fronte al Nusra, legato ad al Qaida, sono gravi. Fonti Human Rights Watch stimano che almeno 200 persone siano state uccise durante l’assedio. Alawiti e Cristiani, accusati di sostenere il regime di Assad. E’ proprio su questo punto che bisogna fare chiarezza, credo. Le milizie estremiste non rappresentano l’Islam.

Ma è anche importante riflettere su altri fatti. E’ innegabile che la violenza richiami violenza, e che in Siria, ormai si stanno verificando casi di vendetta. Il punto è che i cristiani non sono attaccati in quanto cristiani ma in quanto difensori del regime. Una lettura basata sulla religione è  riduttiva perché la religione ha sempre coperto interessi, potere, tentativi di supremazia politica o territoriale. Basti pensare alle Crociate. La Siria come ho ricordato nelle note storiche è nata ‘forzatamente’ ed è davvero un crogiolo di etnie e religioni. Ma i gruppi fondamentalisti attaccano anche gli sciiti, i sunniti, i drusi. E in ogni caso, va sottolineato che  gli scontri ‘su base settaria’ di oggi non sono state le cause delle rivolte.

Allora, i cristiani sono in pericolo in Siria? E’ innegabile che in questa ultima  fase della guerra siriana le correnti dei ribelli si sono e si stiano estremizzando sempre di più. Le infiltrazioni qaediste sono  in aumento. E queste milizie sono le più forti sul campo e quelle meglio equipaggiate ed armate. Ovvio che se i cristiani si sentivano già in pericolo nel 2011, ora, dopo i fatti recenti di Maaloula e di Sadad, sono impauriti, terrorizzati per il loro futuro in Siria.  I salafiti hanno davvero distrutto chiese, ucciso. Ma nel ‘ragionare’ sui cristiani non bisogna dimenticare i 126mila morti, i profughi di ogni etnia o religione che vivono in condizioni durissime nei campi, al freddo. Non dimentichiamo i morti sotto le bombe dell’Esercito  o sotto i cannoneggiamenti o i colpi dei cecchino. Non dimentichiamo il resto. Non dimentichiamo il passato, anche quello recente. Perché il regime deve sedere al tavolo delle trattative a Ginevra 2, senza dubbio.  Ma non si torna più indietro. Il regime ha davvero favorito la  convivenza pacifica? O sono i siriani che si sentivi uniti? O addirittura -come ipotizzano alcuni analisti- gli Assad  hanno alimentato le paure delle minoranze per mantenere il potere?
Soprattutto non dimentichiamo che la guerra è guerra, per tutti. E che la Siria sta andando a pezzi.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro La comunità cristiana in Siria (riproducibile citando la fonte)

Vedi anche:

 

Siria: un film intitolato il paese del Male

Bastano immagini isolate a comprendere una narrazione?

Un film non può essere capito se non si guarda dall’inizio. Ma sembra che ora  tutti  giudichino la Siria dal fotogramma del giorno. Senza considerare la storia, prima delle rivolte e durante le rivolte stesse. Senza considerarne la complessità  e lo svolgimento. Manca un narrativa, un filo conduttore.  Questo è un momento di cambiamento, di transizione. Non si può prendere visione da un punto di questa pellicola ad alta tensione e drammaticità e dolore,  e andare avanti, come se non ci fosse un passato, e intitolarlo il Paese del Male. Perché si genera confusione e si alimentano paure e diffidenze.

La Siria è un Paese sfinito dalla sofferenza, dove la guerra – in quasi tre anni – ha causato la morte di 126mila persone, più di 6mila bambini e la fuga di due milioni e mezzo di persone. I bambini siriani, una intera generazione perduta . Secondo l’Unicef, dall’inverno scorso, il numero di minori che hanno bisogno di assistenza umanitaria in Siria è quadruplicato. I piccoli in situazione di vulnerabilità all’interno del Paese in guerra sono infatti 4,3 milioni contro 1,15 milioni del dicembre dell’anno scorso

Così uno spettatore o un lettore disattento, vedendo i due principali  fotogrammi di oggi che cosa registrerà? Immagine uno: Damasco, un attentatore kamikaze  si è fatto saltare in aria davanti ad un ufficio del ministero della Difesa – nel centro della capitale –  nella zona di Jisr al-Abyad.  E penserà: ecco i ribelli siriani  sono tutti terroristi. O peggio, come ormai  sento ripetere  spesso, i musulmani sono portati a diventare terroristi.

Stessa reazione per  l’immagine due. Maaloula, villaggio simbolo della cristianità in Siria, poco distante da Damasco, dove il rapimento di dodici suore  – da attribuirsi quasi certamente  al gruppo di Fronte Al – Nusra, legato ad  Al Qaeda –  rafforza un’altra affermazione. In Siria i cristiani (la minoranza cristiana è di  circa 1,8 milioni di anime) sono attaccati dai musulmani.

Sono immagini vere e terribili ma se strappate da un contesto più ampio possono risultare fuorvianti.  Perché i gruppi jihadisti non rappresentano l’Islam, ma una devianza. Perché nessuno mette in dubbio il radicalismo di un messaggio come quello propugnato da al-Qaeda, ma è anche vero che non tutti i jihadisti sono al-Qaeda. Allo stesso tempo è vero che il jihadismo miete vittime. Però la maggior parte di queste, sono musulmani. E in molti sembrano ancora oggi dimenticarlo o non saperlo. Perché  in Siria, i gruppi jihadisti, legati  o meno ad Qaida,  ci sono certo,  ma non sono la maggioranza, anche se  forti sul terreno da un punto di vista militare. Che i cristiani abbiano sempre avuto paura degli “islamisti”,  fin dall’inizio delle rivolte, è una realtà. Le testimonianze raccolte già nel 2011, esprimevano un grande timore. E la comunità cristiana, di massima, si era alleata con la leadership di Damasco.  Comprese le gerarchie.

Testimonianze che ho raccolto e raccontato, perché esprimevano sentimenti veri. Ma con passare dei mesi qualcuno mi domandava: «Sarà vero o stiamo cadendo nella trappola della propaganda del regime?». Che da sempre, in Sira, si è posto come difensore delle minoranze religiose ed etniche in Siria.

Le divisioni settarie, intendiamoci si sono delineate, prima  ancora che i gruppi jihadisti pagati dai Paesi del Golfo e favoriti dalla Turchia entrassero nel Paese. Certo perché sempre in situazioni di pericolo le comunità tendono a fare fronte comune. Ma quanto c’era di “religioso” in senso stretto?  La vera divisione non è stata, almeno al principio, fra i sostenitori e gli oppositori al regime? Cristiani, sunniti, sciiti che fossero?

Fin dall’inizio delle rivolte, il presidente Bashar al -Assad chiamò i ribelli “terroristi”. Ma sono scesa in piazza con siriani che non erano terroristi né stranieri e che manifestavano chiedendo solo, diritti, dignità e libertà. In seguito è arrivata la lotta armata, sono arrivate le  ingerenze straniere, sono arrivati davvero i terroristi. Sento ancora le esplosioni continue, che magari creavano pochi danni e non venivano neppure riprese dalla stampa internazionale, a Damasco, nel luglio 2012.  Sono arrivate le lacerazioni fra le Brigate dell’Esercito Siriano libero. Gli attacchi dei gruppi jihadisti contro lo stesso esercito siriano libero. Contro i curdi. Non solo i cristiani sono vessati da queste frange estremistiche. Testimonianze di famiglie sunnite al nord della Siria, nelle zone controllate  appunto  da gruppi che applicano una brutale legge shariatica , rivelano l’insofferenza della popolazione contro chi, forse, era stato visto come il salvatore. Una cosa è certa. Non sapremo come andrà a finire questo drammatico film. Ma almeno non giudichiamo da fotogrammi senza montaggio.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Un film intitolato il Paese del male (riproducibile citando la fonte)

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Un film non può essere capito se non si guarda dall’inizio. Ma sembra che ora  tutti  giudichino la Siria dal fotogramma del giorno. Senza considerare la storia, prima delle rivolte e durante le rivolte stesse. Senza considerarne la complessità  e lo svolgimento. Manca un narrativa, un filo conduttore.  Questo è un momento di cambiamento, di transizione. Non si può prendere visione da un punto di questa pellicola ad alta tensione e drammaticità e dolore,  e andare avanti, come se non ci fosse un passato, e intitolarlo il Paese del Male. Perché si genera confusione e si alimentano paure e diffidenze.

La Siria è un Paese sfinito dalla sofferenza, dove la guerra – in quasi tre anni – ha causato la morte di 126mila persone, più di 6mila bambini e la fuga di due milioni e mezzo di persone. I bambini siriani, una intera generazione perduta . Secondo l’Unicef, dall’inverno scorso, il numero di minori che hanno bisogno di assistenza umanitaria in Siria è quadruplicato. I piccoli in situazione di vulnerabilità all’interno del Paese in guerra sono infatti 4,3 milioni contro 1,15 milioni del dicembre dell’anno scorso

Così uno spettatore o un lettore disattento, vedendo i due principali  fotogrammi di oggi che cosa registrerà? Immagine uno: Damasco, un attentatore kamikaze  si è fatto saltare in aria davanti ad un ufficio del ministero della Difesa – nel centro della capitale –  nella zona di Jisr al-Abyad.  E penserà: ecco i ribelli siriani  sono tutti terroristi. O peggio, come ormai  sento ripetere  spesso, i musulmani sono portati a diventare terroristi.

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Qui Siria - Clandestina ritorna a Damasco edizioni Quintadicopertina

Qui Siria – Clandestina ritorna a Damasco

Qui Siria. Clandestina ritorna a Damasco” è il mio secondo libro sulla Siria. Ma questa volta per raccontare  ciò che ho visto nel Paese nei viaggi successivi al 2011,  la trasformazione delle rivolte pacifiche  in guerra civile,  e i fatti  fino ai giorni d’oggi, ho scelto di scrivere un ebook. Perché permette –  attraverso collegamenti multimediali, foto, mappe, approfondimenti, timeline –  una lettura più ricca e intensa. Quasi vissuta in prima persona dal lettore.

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Siria, i raid punitivi e l’Obama riluttante

Ora è tardi. Anzi, è tardi da un pezzo. E’ tardi per l’unica soluzione che avrebbe potuto aiutare la Siria e i siriani, quella politica e diplomatica. ‘Se non ora quando?’ si chiedeva Primo Levi. E la risposta è: ‘prima’.

Prima dei 100 mila morti, prima che la Siria si disgregasse come entità territoriale,

Assad e Erdoğan: c’eravamo tanto amati

Come sono cambiate le relazioni fra i due Paesi dopo le rivolte siriane. La “rivincita” di Bashar dopo gli scontri di Piazza Taksim

Solo pochi anni fa, il primo ministro turco Recep Tayyip  Erdoğan e il presidente siriano Bashar al- Assad erano buoni amici. Ottime relazioni economiche e politiche fra i paesi. E ottime relazioni personali fra le rispettive  famiglie che trascorrevano insieme le vacanze estive. Siriani e turchi passavano da una parte all’altra del confine esibendo soltanto la carta d’identità. Il ministro Davutoğlu faceva spola fra Ankara e Damasco per discutere progetti commerciali di sviluppo e cooperazione. Erdoğan voleva addirittura coinvolgere Bashar in  un accordo con Israele sul Golan. Si racconta che  la celebre teoria dello “zero problemi con i vicini” sia nata proprio pensando a Damasco. Una teoria fondata sul sanare vecchi contrasti e  riallacciare rapporti con tutti i Paesi vicini,  per portare la Turchia al ruolo-chiave di un’area che andava  dai Balcani al Caucaso e dal Mar Nero al Mediterraneo Orientale.

Nessuno allora poteva immaginare scene di proteste, manifestazioni. Repressioni e violenza. Nessuno aveva previsto “le primavere arabe” e nessuno dei due leader avrebbe mai immaginato di poter essere contestato.  Il Sultano Erdoğan si  immaginava leader nel nuovo Medio Oriente: ambizioso, inorgoglito dal fatto che  la stessa Turchia, con un Governo islamico accettato anche dall’Occidente, fosse diventata un modello da seguire per gli stessi paesi arabi. Mentre Bashar al-Assad si sentiva al sicuro nel complesso, sofisticato e ferreo modello di regime ereditato dal padre.

Ma  l’esplodere delle prime rivolte in Siria, nel marzo del 2011, fa crollare l’armonia. Erdogan abbandona presto il vecchio amico. Ankara passa da posizioni  pro-Assad, fiduciose nella stabilizzazione della crisi fino a posizioni di aperta disapprovazione  nei confronti del leader. Erdoğan, chiede più volte la fine delle violenze. Poi si schiera con l’Opposizione,  ne ospita la sede in Turchia, offre rifugio all’Esercito siriano Libero. Crea campi profughi  al confine, una zona-rifugio per la guerriglia, sicuro che  sia necessario poco tempo per abbattere il regime. Un errore clamoroso. Bashar resiste e il Premier turco contribuisce  all’internazionalizzazione delle crisi e, in seguito, della guerra civile, innescata dalla reazione violenta di Bashar al- Assad contro le prime manifestazioni pacifiche. La Turchia, insieme alle Petro-Monarchie, chiede più volte all’Occidente di instaurare  una “no-fly zone”. I due ex amici, attraverso dichiarazioni ai media, non si risparmiamo accuse pesanti e frecciate al vetriolo. Erdoğan definisce Bashar “massacratore del suo popolo”. Bashar lo accusa di comportarsi “come il nuovo sultano Ottomano e di appoggiare,  più di chiunque altro, il  traffico di armi e di terroristi”.

Intanto i turchi cominciano a temere che il Paese possa essere coinvolto nella crisi siriana.  Il 23 novembre 2011 il quotidiano ‘Zaman‘ (filo Akp, il partito del Premier) scrive che «Ankara rischia di essere trascinata nella guerra civile ospitando nei campi profughi  l’Esercito Siriano Libero».

Un  vero e proprio campanello d’allarme sui rischi della posizione politica del Premier. Un sondaggio rivela che più del 60% dei turchi è contrario alla guerra e decine di manifestanti scandiscono slogan contro il premier, prima di essere dispersi dalla polizia con manganelli e lacrimogeni. Incidenti di frontiera fra Siria e Turchia e poi attentati fanno temere il peggio.

Da quel novembre 2012  è passato un anno e mezzo, la Siria brucia. L’intera Regione si è trasformata in una zona di guerra e guerriglia con schieramenti opposti: da una parte il Regime con l’Iran,  la Russia, i miliziani libanesi di Hezbollah, e dall’altro gli oppositori armati, sostenuti da Turchia, Qatar, Arabia Saudita, le potenze occidentali e vari gruppi jihadisti e mercenari.

E la Turchia, è travolta, in questi giorni, da una protesta popolare senza precedenti contro il premier Erdogan, accusato di derive autoritarie e conservatrici.  Piazza Taksim chiama Erdogan “dittatore”  e certo il Rais Bashar al -Assad  si “gusta il piatto freddo della vendetta”,  girando a Erdogan le stesse  accuse ricevute: «Il potere che opprime il suo stesso popolo ha perso la sua legittimità», per esempio.  Sembra un paradosso ma, con poca fantasia, Erdogan si difende accusando i manifestanti, come aveva fatto il Rais «di essere guidati da gruppi estremisti» e «collegati con l’estero». E Bashar al -Assad  invita addirittura i siriani a non andare in Turchia. Una zona a rischio. La tragedia rappresentata  dal popolo siriano e l’angoscia per la sorte di quello turco ci impediscono persino di sorridere. 

Antonella Appiano per L’Indro Assad e Erdoğan: c’eravamo tanto amati  (riproducibile citando la fonte)
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Siria - guerra

Una guerra civile infinita o una “cantonizzazione” della Siria?

L’utopia e l’ipocrisia bisbigliano ancora “soluzione politica”. Il Piano B di Bashar al-Asad

 

Siria - guerraLa realtà mette sul piatto della bilancia ormai solo due scenari. Il proseguimento di una guerra civile brutale, senza esclusioni di colpi che scivolerà ogni giorno di più nell’anarchia e nel caos. O la cantonizzazione della Siria.

La guerra civile porterà l’inevitabile corollario di vendette personali e di clan; di gruppi armati che si affrontano, milizie private, sacche di resistenza, bande criminali. Il Paese, d’altra parte, è già distrutto nelle infrastrutture e negli animi, nel patrimonio culturale e nel tessuto sociale. Alcuni analisti hanno ipotizzato almeno una ventina di anni prima che la Siria possa essere ricostruita. Ma si può ipotizzare quanti anni siano necessari per guarire dall’odio, dalle ferite interiori?  Come entità territoriale unica comunque il Paese esiste solo sulle vecchie carte geografiche. Si sta disgregando. E i combattimenti continueranno anche in uno scenario post- Assad. Qualsiasi transizione infatti deve avvenire dall’interno. Dall’accordo dei vari gruppi e delle varie etnie. Certo la Siria può vantare un passato di coesistenza intercomunitaria. Ma dopo la guerra, le distruzioni e l’altissimo prezzo pagato in termini umani, quanto tempo impiegheranno i siriani a sentirsi cittadini di un unico Stato? E ci riusciranno?

Intanto sul terreno nessuno sembra intenzionato a deporre le armi. I combattimenti fra il regime e gli oppositori registrano vittorie e sconfitte alterne. Il Presidente Bashar al- Assad non controlla più tutto il territorio.  E’ piuttosto stabile a Damasco ma sembra che stia preparando da tempo un piano B, nel caso fosse costretto ad abbandonare la capitale.

L’alternativa è quella di un piccolo Stato indipendente, costiero, nella  zona di Latakia, protetto ad est dalle montagne popolate di villaggi  alawuiti  (il ramo sciita cui appartiene la famiglia degli Assad) e a ovest dalla base navale russa di Tartous. Uno stato che per sopravvivere dovrebbe essere collegato con la valle libanese della Beqaa (dominata dal movimento sciita di  Hezbollah, filo-Assad) attraverso la piana di Qusayr, a una trentina di km a sud ovest di Homs. Una direttrice vitale.

Questo spiegherebbe il nuovo fronte dei combattimenti fra l’esercito lealista coadiuvato da Hezbollah e gli oppositori. Damasco, Homs, Hama e infine Latakia: la dorsale a ridosso del confine con il Libano è una zona strategica perché unisce la capitale con le zone costiere del nord dove la maggioranza della popolazione è, come abbiamo detto, alawita.  La creazione di uno stato-énclave alawita collegato al Libano di Hezbollah e anche all’Iran attraverso l’aeroporto  di Latakia o i porti di Tortous e Latakia, consentirebbe agli Assad di rimanere al potere e di mantenere in vita il cosiddetto “arco sciita”. Le zone  curde di al-Raqqa e al-Hasaka, vicine al confine turco e iracheno, potrebbero invece distaccarsi dalla Siria e creare uno stato indipendente curdo.  E qualcuno teme che i gruppi jihadisti estremisti riescano a dare vita a piccoli “emirati islamici” nelle regioni sotto il loro controllo.

Più di 70 mila morti secondo le fonti Onu, centinai di migliaia di profughi,  macerie, rovine, troppo sangue versato. Che cosa resta oggi della Siria?

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/politica/2013-05-09/81389-siria-due-possibili-scenari (riproducibile citando la fonte)

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Israele ha attaccato la Siria o Hezbollah?

G+ Antonella Appiano

Israele ha attaccato la Siria o Hezbollah?

Fra dichiarazioni e smentite, anche sull’uso delle armi chimiche da parte dei ribelli, sale la tensione nell’area. E nascono nuovi interrogativi.

Certo la dichiarazione che Carla del Ponte – già procuratore del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia e membro della Commissione Onu che indaga sui crimini di guerra in Siria –  ha rilasciato domenica scorsa (5 maggio) alla RadioTelevisione Svizzera è stata eclatante: «Stando alle testimonianze che abbiamo raccolto fino ad ora sono state utilizzate armi chimiche, in particolare gas nervino, ma dagli oppositori, dai ribelli». E ha concluso: «In conflitti come quello siriano, non ci sono buoni e cattivi. Per me sono tutti cattivi perché tutti, sia una parte sia l’altra, commettono crimini».

Una dichiarazione forte e inaspettata per i Paesi occidentali che sostengono l’opposizione siriana, pronti a intervenire  militarmente nel caso in cui il regime usasse le armi chimiche. La tesi di Carla del Ponte però è stata smorzata ieri sera (6 maggio) da una nota della stessa Commissione Onu  in cui  si sottolinea «che non sono state  raccolte prove conclusive sull’uso di armi chimiche in Siria dalle parti coinvolte nel conflitto».

Da dicembre scorso il regime e gli oppositori si accusano a vicenda sull’uso di armi non convenzionali. Le prove si troveranno prima o poi? Se non avessimo  a che fare con una delle guerre più crudeli e sanguinose, sembrerebbe tutto una farsa. «Armi chimiche sì, armi chimiche no. Abbiamo le prove. Non le abbiamo. Sono solo sospetti». E se le armi chimiche  sono in mano agli oppositori, di quali oppositori stiamo parlando? Quale fazione armate fra le tante milizie che ormai combattono sul terreno?  Siriani dell’esercito libero o jihadisti stranieri e  salafiti o il potente Fronte al -Nusra?

Intanto Israele compie due raid in territorio siriano nel week-end (precisamente nella notte tra giovedì 2 e venerdì 3 maggio, e poi nella notte fra sabato 4 e domenica 5 maggio). Silenzio stampa di Tel Aviv, come sempre. Il governo israeliano  infatti non ha confermato gli attacchi, anche se – secondo fonti militari – l’obiettivo sarebbe stato un  arsenale di missili iraniani destinate alle milizie libanesi di Hezbollah.

Per Damasco si è trattato invece di un attacco contro il centro di ricerche militari di Jamraya, vicino Damasco, già preso di mira nel gennaio scorso. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, nel raid sono morti 42 soldati governativi. Il ministro  degli esteri siriano ha  dichiarato su Sana – l’agenzia di stato ufficiale – che «l’attacco di Israele rappresenta un’alleanza tra terroristi islamici e Israele».

Il raid, ha aggiunto il ministro dell’Informazione siriano Omran al-Zoubi «apre le porte a qualsiasi possibilità».  Le autorità militari israeliane hanno predisposto  la chiusura dello spazio aereo civile a nord, più per timore di una rappresaglia delle milizie sciite libanesi di Hezbollah, alleate degli Assad, che delle minacce del Regime di Damasco. Appare infatti improbabile che in un momento in cui il regime è impegnato sul territorio in una lotta per la sua stessa sopravvivenza, sia in grado di aprire un altro fronte. Soprattutto contro un esercito così forte come quello israeliano.

Anche gli Stati Uniti, come Israele, non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’accaduto. Ma sembra poco credibile che le autorità statunitensi non fossero al corrente dell’operazione. Un raid che, mentre la guerra civile prosegue violenta in Siria e l’Occidente non sa che decisioni prendere, potrebbe fare comodo a molti. Per indebolire Hezbollah e quindi anche l’Iran. Attraverso l’emittente di stato Press Tv, l’Iran ha criticato  gli attacchi di Israele contro la Siria e ha esortato  «i paesi della regione a levarsi contro le aggressioni israeliane» mentre attraverso  Al-Manar, il canale televisivo di  Hezbollah, il “Partito di Dio” ha descritto l’attacco come la prova del collegamento tra «l’entità sionista e i mercenari estremisti che combattono il regime siriano».

La Turchia condanna Israele  e la Russia esprime preoccupazioni per il Libano. «Stiamo esaminando e analizzando tutte le circostanze relative alle relazioni del 3 maggio e del 5 maggio, quando si sono verificati gli attacchi aerei israeliani», ha dichiarato il ministero degli Esteri russo in una nota, nella quale si precisa che i raid di Tel Aviv minacciano la stabilità del vicino Libano.

E il grande game si complica con dichiarazioni non avvalorate da fonti secondo le quali Israele avrebbe mandato un messaggio segreto a Bashar al Assad, garantendogli appunto di non voler intervenire nel conflitto. Il “nemico” di Israele a quanto pare, è il “Partito di Dio”. Stiamo per assistere a un nuovo conflitto fra Tel Aviv e Hezbollah?

Antonella Appiano per L’Indro Israele ha attaccato la Siria o Hezbollah? – (riproducibile citando la fonte)

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Quartiere 6 Ottobre Il Cairo Bandiere

Little Siria al Cairo

Nella Città del 6 ottobre sventolano le bandiere nere di Jabbat al-Nusra insieme alla nuova bandiera siriana.

Quartiere 6 Ottobre Il Cairo Bandiere(Il Cairo):  “Non c’importa se sono jihadisti” dice Mohammad, indicando le bandiere nere che sventolano nelle bancarelle e in qualche caffè “basta che ci aiutino a cacciare Bashar al-Assad”.

Le bandiere sono quelle di Fronte al Nusra (Jabbat al- Nusra, Fronte della Vittoria) il gruppo militante jihadista che si è costituito in Siria nel gennaio del 2012. Senza dubbio il più efficace braccio armato delle forze di opposizione, che ha già rivendicato 43 attacchi suicidi e conquistato molte postazioni militari. E secondo il Dipartimento di Stato Usa è affiliato ad Al Qa’ida in Iraq.

Mohammad però afferma che, secondo i suoi informatori – amici e parenti- di Aleppo, Jabhat al Nusra, al nord non è visto così male dai siriani”. Anche secondo Firas (che ora vive al Cairo) “i sentimenti dei siriani in patria, si sono a poco a poco trasformati: da timore a rispetto”. Timore certo perché “l’islam radicale non appartiene al nostro popolo” ma rispetto perché “ i combattenti della formazione sono i più preparati nei combattimenti e i più corretti in città nei confronti dei cittadini”. Secondo Firas, il Fronte al Nusra controlla anche i rifornimenti dei forni del pane con giustizia mentre, “per mesi alcune frange dell’Esercito libero avevano imposto prezzi esagerati sulla farina per rifornirsi di denaro. Come sempre, nelle guerre c’è chi s’infiltra. Ed è successo anche nelle file dell’ ESL. Una minoranza, ma hanno rubato, rapinato, rapito gente, saccheggiato”. Insomma sembra che invece il Fronte abbia guadagnato consensi. Ma non tutti i siriani espatriati che ho intervistato, concordano su questo punto. Molti ne diffidano.

Mohammad, Firas, Abu Omar, Anas… sono nomi di fantasia. Mi hanno chiesto di non scrivere i nomi reali e di non essere fotografati perché hanno ancora parenti in Siria. Tante storie. E tutti, dopo un primo momento di diffidenza (ma l’amico siriano che mi accompagna li rassicura) vogliono raccontare. Entrano nel negozietto di alimentari dov’era fissato l’incontro, curiosi, si siedono, incominciano a parlare. Discutono, a volte non sono d’accordo.
Non sono profughi e neppure rifugiati politici. Appartengono alla middle-class e sono riuscii a portar via dalla Siria un piccolo capitale per avviare attività commerciali in Egitto. Arrivano da Damasco, da paesi vicino alla capitale, da Homs. “Ho corrotto gli shabbia che controllano l’aeroporto di Damasco e sono uscito dal Paese con la famiglia 5 mesi fa“, racconta Abu Omar, proprietario del negozio. Indossa una jellabia grigia e fuma il narghilè per tutto il tempo, alternandolo a numerose tazze di thé. “Siamo di Qalamoun, un’area periferica di Damasco. Allevavo e vendevo falchi per i clienti del Golfo. La nostra zona non è stata teatro di scontri ma non c’era più lavoro e la situazione diventava ogni giorno più pericolosa”.
Anas, anche lui di Qalamoun, 35 anni e due figli piccoli, temeva di esser richiamato come riservista. Aveva un negozio di elettrodomestici, ora fa il fruttivendolo.

Khaled, 18 anni, è invece di Homs. È in Egitto da 6 mesi: “I miei genitori hanno deciso di partire perché sarei stato richiamato per il servizio militare. Abbiamo attraversato il confine con il Libano e poi raggiunto il Cairo” racconta. È arrabbiato. “Molti miei amici militano nell’Esercito Siriano Libero. Io vorrei raggiungerli però mio padre mi ha preso il passaporto. Che cosa ci faccio qui? Avevo interrotto gli studi a Homs e lavoravo come elettricista nella piccola impresa familiare. Vorrei tornare in Siria e combattere”.
Mohammad invece è di Damasco, trentenne, insegnava arabo agli stranieri. “Quando sono spariti dalla Siria, ho incominciato a lavorare utilizzando Skype. Ma la connessione non era stabile. Potrei definirmi un profugo di Skype” ironizza. Dopo molte traversie in Turchia, Mohammad, ha deciso di venire in Egitto. È uscito dalla Siria nell’autunno del 2011.

Tutti provano riconoscenza per il Paese che li ospita e nostalgia della Siria dove sperano di ritornare come ‘vincitori’.Ora il potere spetta ai sunniti” ripetono tutti. “Siamo consapevoli del fatto che questa guerra durerà molto tempo – sottolinea Abu Omar – e che, quando cadrà Bashar al-Assad, la guerra sarà ancora più crudele. Ormai la nostra guerra è diventata la guerra di tutti. Aspetteremo”.
Quando chiedo che cosa pensano possa succedere, nello scenario post-Assad, si scherniscono. “Non lo sappiamo, preghiamo per la Siria”.

Sono grati a questo governo e al Presidente Morsi: Con Mubarak non sarebbe stato possibile stabilirci qui. Nessun problema con i documenti, pochi controlli. Le autorità sono tolleranti” afferma Anas. Sperano che le manifestazioni “cessino e che l’Egitto trovi stabilità“. E sono convinti che “se Morsi ha vinto Morsi deve governare”.

Il fratello maggiore di Anas mi spiega che la comunità siriana in Egitto è molto unita. “Abbiamo creato anche scuole nostre. I siriani più ricchi mandano invece i figli nelle scuole private egiziane, dove è sufficiente presentare i documenti d’identità e un attestato scolastico”. Mohammad, che ora vive al Cairo, “in un quartiere dove tutti ormai mi chiamano Usthad, ‘il professore’”, mi spiega che nella Città del 6 ottobre ci sono anche quartieri, come il numero Sei, dove abitano siriani poveri. “Vivono per lo più di carità”.

Facciamo un giro del quartiere. Ovunque insegne che richiamano alla Siria. A Damasco. Ristoranti, caffè, bancarelle che espongono bandiere, bracciali con la scritta: “Siria libera”. Forni che vendono la focaccia tipica, con il timo, il ‘saj’, banchetti con pile di sottoaceti, profumo di felafel ovunque. “Che noi siriani facciamo con i ceci e non con le fave” precisa Mohammad “e sono migliori”. Il proprietario di un ristorante, sulla soglia, ha dipinto il ritratto di Bashar al-Assad e del padre “così tutti quelli che entrano li calpestano” mi dice sorridendoIn un angolo del locale, una bandiera nera del Fronte al Nusra.

Intanto in Siria non si smette di combattere: ieri una bomba sulla città di Aleppo ha provocato 15 vittime, in gran parte bambini, come riferito dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, e c’è grande apprensione per Amedeo RicucciElio ColavolpeAndrea Vignali e Susan Dabbous, giornalisti fermati in Siria, irraggiungibili dal 4 aprile, ma che secondo la Farnesina stanno bene e presto saranno liberi, ndr.

In esclusiva per Lindro, riproducibile citando la fonte.
per L’Indro:  Little Siria al Cairo


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