Crisi siriana

Il Virus siriano

L’attentato d Beirut apre scenari allarmanti. Ma in Medio Oriente niente è scontato, come dimostra la storia. A chi giova destabilizzare il Libano? Gli interessi in gioco sono tanti. E chi era Wissam al -Hassan?

L’autobomba esplosa venerdì scorso a Beirut, non ha soltanto ucciso il capo dell’Intelligence libanese, il generale Wissamal-Hassan, e distrutto Piazza Sassine – nel cuore del quartiere cristiano di Ashrafiye – ma rischia di alterare gli equilibri, già fragili, del Paese dei Cedri, la nazione mediorientale più simile a una democrazia occidentale, pur se tormentato da dinamiche settarie e contrapposizioni politiche.

Che il lungo, lento collasso siriano con la tragica guerra civile potesse coinvolgere altri Paesi arabi e ’stravolgere’ la stabilità regionale, già si sapeva e si temeva. Ma i trenta chili di tritolo che hanno gettato Beirut e il Libano nel caos, hanno confermato le fosche previsioni. Dopo gli scontri di ieri (lunedì 22) ai funerali di Wissam al-Hassan, fra le forze dell’opposizione e l’esercito governativo, e quelli di Tripoli al nord del Paese, le forze armate di Beirut hanno invitato quelle politiche a usare moderazione nelle dichiarazioni per non fomentare le tensioni. E hanno aggiunto: “E’ in gioco il destino del Paese”.

Wissam al-Hassan era una figura di punta dell’ISF (Intelligence Internal Security Forces libanesi). Indubbiamente, era lui l’obiettivo dell’attentato che ha causato otto vittime e una settantina di feriti e sembra aver riportato Beirut indietro nel tempo. Vicino a Piazza Sassine, trent’anni fa, infatti era esplosa la bomba che aveva ucciso Bashir Gemayel, presidente neo-eletto del Libano a capo della Falange cristiano-maronita.

Ma non solo. Wissam al-Hassan, era visto anche come una delle personalità sunnite più importanti del Paese. Aveva condotto le indagini sull’attentato del 14 febbraio 2005, in cui perse la vita l’ex premier Rafiq Hariri accusando del fatto la Siria e le milizie sciite di Hezbollah. E aveva arrestato, nell’agosto scorso, Michel Samaha, allora ministro dell’Informazione libanese, con l’incriminazione di aver ordito un complotto per uccidere personalità politiche e religiose libanesi malviste da Damasco.

Ma Wissam al-Hassam era stato anche sospettato di ’coinvolgimento’ nell’uccisione di Rafiq Hariri; in quel periodo infatti era a capo dei servizi di sicurezza personali del Presidente e il giorno dell’attentato, il 14 febbraio 2005, non si trovava accanto a lui, come da protocollo, ma aveva preso un giorno di ferie per sostenere, in mattinata, un esame universitario. Gli investigatori delle Nazioni Unite trovarono l’alibi sospetto (anche per via delle 24 telefonate fatte dal Wissam quella mattina) ma le indagini non proseguirono perché Saad, il figlio di Rafiq Hariri, confermò la piena fiducia nel generale Wissam.

Un altro elemento importante e non trascurabile, è che l’Intelligence Internal Security Forces, del generale Wissam, ha l’incarico di controllare le infiltrazioni nel Paese dei Servizi israeliani. E, in seguito ad indagini, aveva arrestato Fayez Karam, a capo dei servizi di antiterrorismo e contro-spionaggio durante gli anni Ottanta e figura di spicco del Partito FPM (Free Patriotic Movement)con l’accusa di fornire informazioni sul partito di Hezbollah e del FPM (suo alleato).

Wassam al-Hassan era quindi un “obiettivo di alto livello” – come ha dichiarato Robert Fisk, corrispondente del quotidiano britannico ’The Independent’“su cui difficilmente saranno giudicati i responsabili”. Nella ridda delle ipotetesi: i siriani che vogliono allargare il conflitto oltre i confini o Hezbollah, alleato degli Assad. Ma in Medio Oriente niente è scontato, come dimostra la storia. A chi giova destabilizzare il Libano?

Gli interessi in gioco sono tanti. Tanti i sospetti. E i sospettabili. Non possiamo escludere per esempio che l’attentato abbia avuto origini interne, libanesi: salafiti, jihadisti sunniti, palestinesi dei campi profughi. Forze in campo che vogliono dare un nuovo assetto al Paese o regolare conti in sospeso. Rimane da sperare che i libanesi rimangano uniti nonostante tutto in nome del dolore e delle sofferenze patite durante la lunga e sanguinosa guerra civile.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Chi era Wissam al-Hassan – IL VIRUS SIRIANO
riproducibile citando la fonte

 

Tutte le sfide della Giordania

La situazione nel regno Hascemita

Tutte le sfide della Giordania

L’evoluzione di una piccola nazione creata dai ’pasticceri di Versailles’. Le riforme socio-politiche di Re Abdallah II, le difficoltà interne e del contesto regionale

“Ai pasticceri di Versailles, come a molti cuochi, erano avanzati ritagli di pasta dopo aver riempito gli stampi del mondo, e questo è uno di quei rimasugli” scrisse nel 1923, Junius Wood, inviato del National Geographic. Il ’rimasuglio’ era la Transgiordania, il Paese creato sulla carta, durante la Conferenza di Pace di Versailles, dai Paesi vincitori della Prima guerra mondiale. La Transgiordania, viene ’regalato’ ad Abdallah, secondogenito dello Sheikh della Mecca Husayn, come ricompensa per l’aiuto prestato durante la Prima guerra mondiale contro i turchi. Ma in realtà, Abdallah può fare poco. La Trangiordania è di fatto governata dalla Gran Bretagna. Passano gli anni e la Storia. Nel 1949 è il primo stato arabo a firmare il trattato di Pace con Israele, dopo la guerra del 1948. Per questo, la Trangiordania che intanto ha conquistato l’indipendenza, diventando il Regno Hascemita di Giordania, sarà ’ricompensata’ dall’Occidente con la cessione dei territori, a ovest del fiume Giordano, la Cisgiordania e una parte di Gerusalemme (che sarà occupata da Israele nella guerra dei 1967). Sarà Re Hussein, nipote di Abdullah, a cedere i diritti sulla Cisgiordania ai palestinesi nel 1988, anzi a Yesser Arafat a capo dell’Olp, che annuncia così la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese. Una buona mossa quella di Re Hussein. Compiuta in nome della stabilizzazione dei rapporti fra i Paesi arabi e Israele. Per la pace. Anche se purtroppo le buone intenzioni non sono state ricompensate.

Cambia il terreno di battaglia

Gli scontri, da Damasco, riconquistata dall’esercito regolare, si spostano ad Aleppo. Seconda città della Siria, cuore commerciale e imprenditoriale, situata in una posizione geografica strategica a una sessantina di chilometri dalla frontiera turca. Per mesi roccaforte lealista e ospite di una comunità di 300 mila cristiani, il doppio lato di una guerra interna e internazionalizzata che apre mille scenari inquietanti.

Parafrasando il titolo di un celebre film “Tutti dicono che è necessario trovare una soluzione alla crisi siriana”. Politica, diplomatica, regionale, ma la soluzione appare sempre più lontana.
Fallimento del Piano Kofi Annan, fallimento della Missione degli Osservatori Onu, chiusi negli alberghi di Damasco e in procinto di lasciare il Paese. Tre Risoluzioni Onu bloccate dal veto della Russia e della Cina. Scambio di accuse fra Stati Uniti e Russia che denuncia “Gli Stati Uniti appoggiano il terrorismo”. Una Opposizione  (il CNS è la piattaforma che raccoglie la maggior parte di sigle, all’estero) che continua ad apparire divisa e che non ha ancora espresso un discorso chiaro. Unificante. Nel Cns i più organizzati e più coesi sembrano essere i Fratelli Musulmani. Un esercito siriano libero composto da varie brigate che ora sconfessano i vertici in Turchia, ora dichiarano di aver raggiunto un pieno coordinamento.

Da Damasco, riconquistata dall’esercito regolare, gli scontri fra esercito e oppositori armati si sono spostati ad Aleppo. Chiamata anche la capitale del nord, seconda città della Siria in ordine di importanza cui contende il titolo di città abitata più antica del mondo, cuore commerciale e industriale del Paese. Situata in una posizione geografica strategica, a una sessantina di chilometri dal confine con la Turchia, che, tra l’altro, ieri ha chiuso i valichi di frontiera.
Una provincia di 7 milioni di abitanti, con una popolazione variegata di arabi, curdi, armeni, circassi e una comunità di 300mila cristiani appartenenti a una decina di confessioni diverse. La minoranza finora schierata per la maggior parte con la leadership del Paese.

Aleppo è anche stata, per mesi, una vera e propria roccaforte lealista. Lo scorso anno mi trovavo proprio a luglio in una Aleppo tappezzata da striscioni inneggianti al Presidente Bashar al Assad. Una città che aveva reagito in maniera compatta alla visita dell’ambasciatore statunitense Ford ad Hama, l’8 luglio 2011, bollandola come “ingerenza nella politica interna siriana”.

Questo, in sintesi, il nuovo “terreno di scontro” che appare quindi molto importante nello sviluppo dei fatti e nell’evolversi della crisi e della guerra civile.
La Turchia rappresenta un humus vitale per la guerriglia. Dalle zone di frontiera entrano infatti uomini e armi. Ma la Turchia, che ospita la sede del CNS siriano, i vertici dell’esercito siriano libero, comincia a essere consapevole dell’incognita rappresentata dai curdi siriani.
E ritorniamo quindi al doppio lato di questa guerra: interna e internazionalizzata, con serie possibilità di un’espansione del conflitto in Libano e in Iraq.
Tutti dicono dobbiamo fare qualcosa. Ad Aleppo, dominata dalla Cittadella, con il suq grandioso, gli hammam, le testimonianze di un passato ricco di storia e di prestigio (dal 1968 il centro storico è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco) intanto si combatte.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/Cambia-il-terreno-di-battaglia/ (riproducibile citando la fonte).

Sky TG24 – L’intervento di Antonella Appiano

Antonella Appiano, rientrata settimana scorsa dalla Siria, ospite a Sky TG24 del 21/07/2012.

La svolta nella battaglia di Damasco: dove sarà ora il presidente Bashar al Assad?

La battaglia di Damasco ha segnato una svolta. L’attentato al Palazzo della Sicurezza Nazionale in cui sono rimasti uccisi importanti esponenti dell’esercito e dell’intelligence − tra cui il Ministro siriano della Difesa Dawoud Rajiha, il viceministro della Difesa ed ex capo dei servizi di sicurezza militari, Assef Shawkat (marito della sorella del Presidente, Bushra) e Hasan Turkmani, a capo della cellula anti crisi − rappresenta senza dubbio un attacco al simbolo del Potere. Ma del potere ‘formale’ (quello diciamo di facciata composto dal Parlamento, dal Governo, dalla Corte di Giustizia), non decisionale.
In Siria infatti è il poter ‘informale’ (composto dai Servizi di sicurezza e dai Corpi speciali dell’esercito) a prendere le decisioni, oltre naturalmente al Presidente.

Non sappiamo in questo momento se Bashar al Assad abbia lasciato o meno Damasco. Fonti dell’Opposizione affermano che si sia “rifugiato a Lattakia”, ma con certezza, sappiamo solo che il Rais non era nella sede dell’Ufficio della Sicurezza Nazionale al momento dell’attentato. Il Palazzo si trova in un quartiere al nord della città, Abu Roumaneh, accanto a piazza al Malki (dove ci sono molte ambasciate, anche quella italiana) e molto vicino alla Residenza presidenziale, un’area super controllata. E questo pone interrogativi sulla dinamica dell’esplosione. Auto kamizake, una bomba lasciata all’interno del Palazzo o un kamikaze, un uomo insospettabile, che indossava una cintura esplosiva?

I combattimenti fra gli oppositori dell’Esercito siriano libero e l’esercito regolare, per la prima volta si sono spostati dalla periferia della capitale al centro. E proseguono da cinque giorni.
A Midan, quartiere sunnita conservatore a sud della Città vecchia, a Kafar Suse, già teatro di manifestazioni nei mesi scorsi. Questi scontri cono attestati anche da testimonianze, attraverso alcune telefonate via skype con cui sono riuscita a raggiungere Damasco. “Si spara, ci sono elicotteri e blindati a Midan”, dice un medico residente nel quartiere.
Fonti non confermate, riferiscono che si combatte anche a Sharia Baghad e nel quartiere di Muhajirin vicino a una caserma della Quarta Divisione comandata dal fratello del Presidente, Maher.

L’esito degli scontri, però non è ancora certo. Molti gli interrogativi. Non solo sulla sorte del Presidente, sulla dinamica dell’attentato o sull’accresciuta capacità dei ribelli che appare rinforzata da aiuti esterni.
Ultimo ma certo non meno importante interrogativo: che cosa faranno gli alawuiti (la setta minoritaria sciita, cui appartengono gli Assad) al potere (sia pur con elementi cooptati dalla comunità sunnita e cristiana) che hanno continuato a sostenere la leadership di Damasco? Continueranno a combattere? Si ritireranno nella regione di provenienza (le montagne fra il Mediterraneo e la piana dell’Oronte)? La caduta del Presidente provocherebbe una vera e propria crisi del sistema, travolgendo come un’onda tutta la società.

Una cosa però è certa. La guerra civile non resterà confinata nel Paese. Ci saranno ripercussioni sulla regione. La Siria confina con Paesi caldi come Libano, Iraq, Israele. Gli interessi in gioco sono tanti. Per esempio quello dell’Occidente e dei Paesi del Golfo che hanno sostenuto l’opposizione armata nel sostituire il regime con una leadership sunnita per isolare gli Hezbollah libanesi e l’Iran sciita, troppo forte per essere attaccato. Un Iran che dà fastidio agli Stati Uniti per il nucleare e per il dominio nel Golfo del petrolio. Nata come rivolta socio-economica, la crisi siriana rischia di trasformare il Paese in un nuovo Libano o comunque di essere strumentalizzata da potenze esterne, arabe, occidentali, turche. Siria. Una guerra per procura?

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/dove-sara-ora-il-presidente-bashar-al-assad/ (riproducibile citando la fonte).

TV2000 del 19/07/12 – L’intervento di Antonella Appiano

Antonella Appiano, appena rientrata dalla Siria e ospite di Nicola Ferrante a Nel cuore dei giorni Estate su TV2000, parla della crisi che sta colpendo il Paese.

UnoMattina Estate del 19/07/12– Antonella Appiano ospite in studio

UnoMattina Estate. Antonella Appiano, appena rientrata da Damasco, parla della situazione siriana.

L’altra faccia della guerra in Siria

Damasco – È siriano ma ha vissuto a lungo in Italia, a Siena, per studiare Storia dell’Arte Contemporanea. Artista e critico d’arte, fondatore della Biennale di Sharjah, Talal Moualla, ha lavorato negli Emirati Arabi Uniti, a Dubai e a Sharjah, come Direttore del Centro d’arte arabo. Da un anno è ritornato in Siria per dirigere il nuovo Dipartimento per lo sviluppo dei Musei e dei siti archeologici del Patrimonio Culturale.

“Una squadra specializzata si trova ora nel Distretto di Qamishli, a nord, nella zona curda, dove sono stati scoperti i resti di antichi villaggi. Lo so, sembra strano, ma nel paese esiste questa doppia realtà. Certo, in alcune zone si combatte, però allo stesso tempo la vita va avanti. Tutti gli uffici e i Ministeri funzionano regolarmente, anche il Museo di Damasco è aperto”. Sorride. “Non ci sono turisti, è vero, ma torneranno. In ogni caso non possiamo permettere che le testimonianze delle antiche civiltà che si sono sovrapposte in Siria – da Ebla ai Babilonesi, dai Romani ai Bizantini, dagli arabi agli ottomani – vengano danneggiate o dimenticate. Ho proposto al Governo un nuovo piano per il mantenimento del nostro Patrimonio culturale, una delle nostre ricchezze più grandi, ed è stato accettato con entusiasmo”.

Occhiali e folta barba brizzolata, Talal Moualla afferma che “In passato questo Patrimonio non è stato conservato e valorizzato in maniera corretta” e aggiunge “c’è molto da fare, per questo, anche se ho la residenza a Dubai sono rientrato nel mio Paese”.

Guerra e cultura. Guerra, monumenti e antichità. Sembrano entità distanti fra loro eppure non lo sono. Prima di tutto perché, approfittando della situazione, molte opere d’arte possono che essere trafugate e portate di contrabbando all’estero. “Il commercio illecito di antichità sta aumentando – racconta Jean, un libanese che ha parenti in Siria – io stesso pur non essendo nel ramo sono stato contattato da una famiglia di Damasco che mi ha proposto la vendita di un antico dipinto”. E Fatima, che teme un intervento militare da parte dell’Occidente aggiunge. “Non posso dimenticare che cosa è successo in Iraq, durante l’attacco anglo-americano. Il museo di Baghdad depredato dei suoi tesori. I siti di Umma eIsin, distrutti per sempre”.

Fatima appartiene anche al gruppo dei siriani ’profughi’ in Patria. Abitava a Douma, una quindicina di chilometri da Damasco, il sobborgo a maggioranza sunnita, teatro degli scontri fra l’esercito e i guerriglieri del Free Syrian Army, nei primi giorni del mese. “Ho lasciato la mia casa già da mesi. Ora vivo dalla nonna in città”. E’ ancora Jean a raccontarmi che “un certo numero di siriani sta cercando casa a Beirut. Ho affittato appartamenti a due famiglie. C’è domanda. Qualcuno continua a rimanere in Siria però preferisce avere una piccola base anche fuori”.

Una giornalista siriana, Rana, sospira: “Stasera vado a una festa di fidanzamento. Ci si sposa, si esce, anche la sera, si cerca di vivere come prima. Però non è più come prima. Ho paura. Passo davanti a un’automobile e penso: esploderà? Due mie amici, che insegnavano arabo agli stranieri, da senza lavoro, si sono trasferiti in Francia. Chi ha parenti all’estero o doppia nazionalità, soprattutto chi ha figli piccoli sta pensando di lasciare il Paese almeno fino a quando la situazione si risolverà”. Chiedo: in che modo? Mi risponde con un sorriso imbarazzato.

Intanto il numero dei profughi siriani, secondo gli ultimi dati dell’UNHCR, (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), è salito a 90mila, di cui il 75% donne e bambini. Sono ospiti nei campi allestiti in Turchia, Libano e Giordania.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/laltra-faccia-della-guerra-in-siria/ (riproducibile citando la fonte).

Siria, una guerra a due piani

Damasco – Majed è un soldato di leva. In Siria il servizio militare è obbligatorio e dura un anno e mezzo. “Sono un musicista” mi dice subito. Finiti gli studi al Conservatorio, infatti, ha avuto il posto nell’Orchestra sinfonica ma è anche stato richiamato. Ora è ricoverato all’Ospedale militare di Tishreen con una brutta ferita alla gamba sinistra. “Sono stato colpito in un’imboscata alla periferia di Aleppo, il 5 di Giugno; eravamo sulla statale con l’ambulanza quando siamo stati attaccati, un mio compagno è morto.” Majed non sa quanti siano gli insorti armati nella zona nord (lui li chiama terroristi), ma racconta che sono ben armati. Mitragliatrici PKC e lanciarazzi RPG. Fra quattro mesi Majedtermina, il servizio militare, e “tornerà a suonare la tromba nell’Orchestra sinfonica, insahaallah”.

Brahim invece è un ufficiale. Capelli rasati e occhi chiari, sembra un marine. Anche lui è ferito a una gamba. Anche lui è stato colpito in un’imboscata, ma a Douma il 4 di giugno, durante un servizio di pattugliamento. “Appena guarisco ritorno nell’esercito a fare il mio dovere”.
Ieri c’è stato il funerale di 30 soldati qui all’Ospedale” − mi dice il Direttore, un chirurgo ortopedico. “Nei mesi scorsi, arrivavano una quindicina di morti al giorno, ma negli ultimi tempi le vittime sono aumentate”. Il Direttore, che non è solo medico ma anche generale, è cristiano e originario di un villaggio vicino a Homs, appare molto sicuro. “La situazione è sotto controllo”. E mi corregge quando cerco di sapere il numero di chi combatte nelle fila dell’Esercito siriano libero: 40, 50 mila? “Non è un esercito, sono bande, gruppi armati di terroristi che non osano affrontarci frontalmente e ci attaccano in agguati e imboscate”. Poi sorridendo mi suggerisce di girare la domanda al Presidente Barack Obama.

Eppure i feriti sono tanti nelle corsie dell’Ospedale. Questo significa che la guerra in Siria si è fatta più dura. L’esercito regolare è composto da circa 300mila uomini, ma in tanti hanno disertato e più che una guerra è una guerriglia sempre più crudele, fatta d’imboscate, rapimenti, rappresaglie. “I civili spesso sono presi di mezzo, coinvolti in una lotta senza esclusione di colpi”, racconta un testimone che chiede l’anonimato per sicurezza. Hassan è stato ferito proprio mentre “cercava di liberare un gruppo di soldati rapiti il 27 di giugno a Daraa dai terroristi”. Terroristi. Una parola che fa paura soprattutto ai cristiani fuggiti da Homs e che ora riempiono molti alberghi Damasco. “Chi sono?, Li ha visti?”, chiedo a uno sfollato che accetta di essere intervistato. “Ma non scriva il mio nome”, chiede con insistenza. “Sono integralisti, jihadisti. Arrivano dall’Iraq, dalla Giordania, o comunque da fuori. Non so quanti siano ma abbastanza per terrorizzarci e farci lasciare le nostre case. Siamo profughi, vede? Profughi di lusso, ma pur sempre profughi”.

Diciotto mesi, circa 15mila morti. In Siria si combatte una guerra su due livelli. Il primo è sul campo, fra i ribelli e la leadership di Damasco. Il secondo è fra le diplomazie e i giochi di potere dei Paesi coinvolti ormai in questa battaglia geopolitica. Potenze regionali come i Paesi del Golfo le grandi Potenze. Usa e Russia in testa. L’Iran. Ma la Siria confina anche con Paesi caldi come la Turchia, Israele, Libano e Iraq. Intanto, di vertice in vertice, di riunione in riunione per cercare una soluzione politica per il disarmo, per decidere se i Caschi Blu devono o no proseguire la loro missione, la gente qui muore.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/Siria-una-guerra-a-due-piani/ (riproducibile citando la fonte).

Voci dalla capitale siriana: Damasco, una città divisa

Damasco Una casa, nel quartiere di Salihiyya, sotto il Jebel Qassiuon, la montagna rocciosa che si erge a nord ovest di Damasco.
“Tutto sembra tranquillo vero?” dice Amal. La sera, il Jebel è illuminato. Le automobili, le luci, la gente. Nei sobborghi però gli scontri proseguono. Ieri, a Qadam. “Io ho paura. Non riesco più a dormire da quando, settimana scorsa, i terroristi sono arrivati alle porte di Damasco. Gli spari, i colpi di cannone. Che vita è questa?”.
La sorella, Busrha, la interrompe spazientita. “Non sono terroristi, Amal, sono ribelli. Questa è una rivoluzione”.
Succede in molte famiglie della capitale ora, non solo fra amici, di discutere e schierarsi a favore o contro la leadership al potere. Si sono addirittura rotti fidanzamenti.

Si parla, a Damasco. Dell’esercito siriano libero, di Kofi Annan, del conflitto che ha superato le frontiere, della gente che è scappata da Homs e da Duma e che occupa gli hotel al posto dei turisti. O affitta case. Ieri le voci degli scontri nel distretto di Qadam, a circa tre chilometri, sono circolate subito. Impossibile, però, verificare. Anche Qudsaya non è più raggiungibile. Intorno alla capitale sono aumentati i posti di blocco. Come sono cresciuti, rispetto a un mese fa, quelli lungo il tragitto che dalla frontiera libanese porta in Siria.

Beirut est e Beirut ovest? In effetti si prova una specie di spaesamento in questi giorni. Anche quando non è dichiarata, si percepisce fra la gente una divisione. Uno schieramento fra chi è ‘pro’ e chi e ‘contro’. La città vecchia sotto il sole rovente è vivace. Il souk pieno di merce. Nei caffè le ragazze fumano narghilè, annoiate. George, il proprietario di un ristorante racconta che “certo l’embargo ha creato problemi al Paese. Il gas è più caro, per esempio. Il 50% della produzione siriana di gas era destinata a uso interno e il 50% all’estero. Ora che l’Europa non importa più dalla Siria, il gas lo vendiamo in Russia, in Iran, Algeria. L’economia terrà”.

George non ha dubbi. È con il Presidente Bashar al Assad, così come Samar, un’insegnante di sport, originaria di Sweeda, che vuole addirittura farsi fotografare.

Si respira altro nell’aria di Damasco, in questi giorni: la stanchezza, l’incertezza, l’indecisione. Perché se è vero che per la prima volta la capitale è divisa, la divisione spesso si limita alle parole. E ancora si respira, come mi dice Jamal, “la sensazione di essere pedine” su “un grande tavolo da gioco manovrato da altri”. Jamal, è un artista. “Detesto la violenza. Vorrei che la situazione venisse risolta politicamente. Basta armi. Ci sono stati troppi morti da tutte e due le parti. Troppe famiglie hanno qualcuno da piangere. La rivolta pacifica si è trasformata in una guerra vera. Non è più solo un problema siriano. Troppi interessi in gioco. Troppe le Potenze interessate”.

Intanto la Russia ha presentato ai membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una bozza di risoluzione che prolunga di tre mesi la missione Onu in Siria. Gli osservatori internazionali non dovrebbero più limitarsi alla sorveglianza del cessate il fuoco ma impegnarsi in una soluzione politica del conflitto.
Il documento che sollecita una “urgente” e “immediata” attuazione del piano di Annan qui sembra qualcosa di molto lontano, di astratto.
Bushra apre la finestra. “Io non credo a uno scontro settario. Nessuno toccherà i cristiani o gli alawuiti (la minoranza sciita cui appartiene la famiglia del Presidente Bashar al Assad) se vince la rivoluzione”.
Amal non è d’accordo. “Chi ci garantisce che non ci saranno vendette? Quanta gente è rimasta schiacciata senza volerlo in questa guerra?” E rivolta a me: “Sai che la parte antica del quartiere è stata costruita da Nur al Din per gli arabi costretti a fuggire da Gerusalemme, a causa dai Crociati?”. Già. Era l’anno 1099. Le crociate: potere, territorio, dominio. Non certo religione.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/Damasco-una-citta-divisa/ (riproducibile citando la fonte).