Hezbollah

31 Gennaio 2015: MINIREPORT ESTERI

#Minireport_esteri #Ucraina #Egitto #Sinai #Israele #Libano I ribelli filorussi hanno annullato i colloqui di pace sulla crisi previsti ieri, dopo che altre 20 persone sono morte sotto i bombardamenti su Donetsk .#Egitto, tra le vittime degli attacchi jihadisti nel Sinai (Egitto), nella notte fra giovetì e venerdì, anche due bambini. La situazione è in peggioramento. Gli attentati al confine tra Israele e Libano confermano che Hezbollah si sta rafforzando (fonti, Financial Times e Internazionale)

Effetto Siria e Contagio egiziano

Reazioni in Medio Oriente

Sugli schermi della televisione siriana passa a ripetizione uno spot che mostra un dattero, alimento tradizionale del Ramadan, che contiene un proiettile. Sotto, una scritta: «Non rovinate il Ramadan con la violenza». Era l’11 agosto 2012, un anno e un mese fa, ad Aleppo. Quest’anno il Ramadan è iniziato il 9 o il 10 luglio (varia da Paese in Paese secondo le fasi lunari), ma in Siria le armi

Libano, il prossimo fronte?

Analisti divisi – Il Commento del Prof. Paolo Branca

Già nel novembre scorso, percorrendo la direttrice che collega Beirut a Sidone (città portuale a circa 40 km a sud della capitale) ero stata avvisata che spesso, verso sera, i miliziani  salafiti  dello sceicco Sheikh Ahmad al- Assir,  sbarravano la strada nei dintorni di Sidone. In quei giorni c’erano stati scontri  tra la fazione salafita e i miliziani di Hezbollah. Allora i militari libanesi non erano intervenuti né erano stati coinvolti. Si limitavano a stazionare nei check point. Ma due giorni fa (il 23 giugno) un gruppo dello Sheikh al-Assir ha attaccato proprio un check-point militare ad Abra, un villaggio vicino a Sidone con lanci di granate. Incidenti anche sul lungo mare di Sidone. Il bilancio: 17 soldati e 25 miliziani uccisi. Scontri, sempre al sud,  nel campo profughi palestinese di Ein al Hilwah.

Il motivo dell’attacco? Lo Sheikh ha accusato il governo di essere un alleato di  Nasrallah, leader di Hezbollah e ha spinto  i suoi seguaci ad assalire i militari dell’esercito. Un fatto che rappresenta senza dubbio un escalation pericolosa.  Soprattutto ora che il Libano è retto da un governo provvisorio, dopo le dimissioni in aprile, del Primo ministro Mikati e che l’esercito non riceve forse ordini precisi.

Il villaggio di Abra è da tempo è roccaforte di gruppi sunniti radicali  libanesi schierati contro il Presidente siriano Bashar al -Assad e contro Hezbollah, il movimento sciita che lo sostiene militarmente. Lo Sheikh al-Assir aveva invitato anche i suoi miliziani a dare fuoco alle case di esponenti di Hezbollah, che vivono in zona. Ricordiamo però che i sunniti radicali rappresentano una minoranza in Libano. Il Gran Mufti Mohammad Rashid Qabbani, il più alto rappresentante sunnita  ha dichiarato che l’attacco contro i militari è stato un vero e proprio crimine contro il Libano.  Ieri l’esercito ha ripreso il controllo di Abra, confiscando esplosivi e fucili automatici.  Lo Sheick è in fuga mentre il Presidente Suleiman ha indetto una riunione di emergenza del governo. Continuano gli scontri anche al nord del Libano, a Tripoli fra i sunniti del quartiere di Bab el Tabanneh, schierati con i ribelli siriani e tra gli alawuiti (il ramo sciita cui appartiene la famiglia degli Assad) di Jebal Mohse.

Gli  ultimi attacchi riportano alla mente le violenze della guerra civile libanese. Perché come ha scritto il giornalista David Rieff  «Non è vero che la storia si ripete prima come tragedia e la seconda volta come farsa. Si ripete soltanto, più e più volte, come tragedia».

E’  comunque dall’inizio della guerra civile siriana che  gli analisti sono divisi sul fatto che il contagio possa estendersi anche al Paese dei Cedri. Abbiamo chiesto un commento al Prof. Paolo Brancadocente di Islamistica e Lingua e Letteratura araba presso l’Università Cattolica di Milano.  

Non solo il Libano, ma l’intero Medio Oriente vede addensarsi le nubi del confessionalismo settario che oppone sempre più il campo sunnita e quello sciita, mascherando con la religione interessi di natura geostrategica. L’elezione di un moderato in Iran fa ben sperare sul breve periodo, ma è un fatto che la regione resta (come ai tempi della Guerra Fredda) il campo dove si affrontano strategie che la sorpassano e temo che la popolazione civile pagherà come sempre il prezzo più alto di giochi che sostanzialmente non le appartengono“.

Molti osservatori ritengono che il rischio consista proprio nel fatto che diverse fazioni religiose del Paese tornino a scontrarsi in una guerra civile simile a quella combattuta fra il 1975 e il 1990. Altri sostengono che proprio la memoria di quelle tragedia fermerà il contagio. Il suo parere.

Un’atroce barzelletta di molti anni fa riporta che due capi di fazioni siriane si dicevano a vicenda: “Combatteremo fino all’ultimo libanese!” Anche l’Algeria è stata poco interessata dalla  primavera araba poiché aveva già dato… ma, come diceva Einstein,due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana” aggiungendo “sul primo potrei avere dei dubbi.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Libanoi il prossimo fronte (riproducibile citando la fonte)

Vedi anche:

 

L’ambiguità dell’Arabia Saudita

I Sauditi, schierati con l’Opposizione siriana, cominciano a cercare una soluzione politico – diplomatica?

Tempo di riflessione per l’Arabia Saudita.  Fin dall’inizio dell’internazionalizzazione della crisi, il Paese si è allineato a fianco dell’opposizione siriana, fornendo aiuto finanziario e militare ai ribelli, sia all’Esercito siriano libero (ESL) sia ai gruppi vicini all’ideologia wahabita (una corrente ultraconservatrice che si fonda sulla purezza e sulle origini dell’Islam).   Come sappiamo infatti la Siria, dal punto di vista geopolitico, è un Paese-chiave per  posizione strategica. Ed è per questo che la rivolta siriana, nata come ribellione nei confronti del regime, si è presto trasformata in  un conflitto tra diversi attori regionali e internazionali. Tutti determinati a seguire i propri interessi.  L’esito dello scontro, che da più di due anni sta straziando il Paese, avrà in ogni caso un peso determinante sui futuri assetti regionali.

a qualcosa sta cambiando, almeno per l’Arabia Saudita. Partita come paladina della “primavera siriana”, già dall’inizio del 20,  richiamando l’ambasciatore a Damasco ed esponendosi con dichiarazioni pubbliche e azioni politiche contro Bashar al-Asad ,  ora sembra indecisa se proseguire sulla stessa linea. Intendiamoci, continua a mandare denaro e armi ai ribelli ma sembrerebbe aspirare a una soluzione  politico-diplomatica. Perché? – See more at: http://www.lindro.it/politica/2013-06-13/87026-lambiguita-dei-sauditi#sthash.koUEb6Wh.dpuf

Tempo di riflessione per l’Arabia Saudita.  Fin dall’inizio dell’internazionalizzazione della crisi, il Paese si è allineato a fianco dell’opposizione siriana, fornendo aiuto finanziario e militare ai ribelli, sia all’Esercito siriano libero (ESL) sia ai gruppi vicini all’ideologia wahabita( una corrente ultraconservatrice che si fonda sulla purezza e sulle origini dell’Islam).

Come sappiamo infatti la Siria, dal punto di vista geopolitico, è un Paese-chiave per  posizione strategica. Ed è per questo che la rivolta siriana, nata come ribellione nei confronti del regime, si è presto trasformata in  un conflitto tra diversi attori regionali e internazionali. Tutti determinati a seguire i propri interessi.  L’esito dello scontro, che da più di due anni sta straziando il Paese, avrà in ogni caso un peso determinante sui futuri assetti regionali.

– See more at: http://www.lindro.it/politica/2013-06-13/87026-lambiguita-dei-sauditi#sthash.koUEb6Wh.dpuf

Tempo di riflessione per l’Arabia Saudita.  Fin dall’inizio dell’internazionalizzazione della crisi, il Paese si è allineato a fianco dell’opposizione siriana, fornendo aiuto finanziario e militare ai ribelli, sia all’Esercito siriano libero (ESL) sia ai gruppi vicini all’ideologia wahabita( una corrente ultraconservatrice che si fonda sulla purezza e sulle origini dell’Islam).

Come sappiamo infatti la Siria, dal punto di vista geopolitico, è un Paese-chiave per  posizione strategica. Ed è per questo che la rivolta siriana, nata come ribellione nei confronti del regime, si è presto trasformata in  un conflitto tra diversi attori regionali e internazionali. Tutti determinati a seguire i propri interessi.  L’esito dello scontro, che da più di due anni sta straziando il Paese, avrà in ogni caso un peso determinante sui futuri assetti regionali.

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Ma qualcosa sta cambiando, almeno per l’Arabia Saudita. Partita come paladina della “primavera siriana”, già dall’inizio del 20,  richiamando l’ambasciatore a Damasco ed esponendosi con dichiarazioni pubbliche e azioni politiche contro Bashar al-Asad ,  ora sembra indecisa se proseguire sulla stessa linea. Intendiamoci, continua a mandare denaro e armi ai ribelli ma sembrerebbe aspirare a una soluzione  politico-diplomatica. Perché?

Prima di tutto consideriamo le motivazioni dello schieramento anti- Assad. Motivazioni di politica estera,come abbiamo detto, per via del ruolo importante della Siria sulla scacchiera regionale.

La competizione fra i Paesi del Golfo e l’Iran esiste, per ragioni economiche, di potere e territoriali. Dal punto di vista degli equilibri regionali, con la sconfitta degli Assad, l’Arabia saudita potrebbe acquistare influenza in Libano (a scapito del partito Hezbollah alleato delle Siria); in Iraq (dove attualmente è al governo lo sciita Al Maliki). E metterebbe in posizione di svantaggio l’Iran che si è sempre servito della Siria come deterrente conto Israele. Gli analisti hanno sottolineato in particolare la storica contrapposizione fra sunniti e sciiti (gli Assad appartengono al ramo sciita degli Alawuiti). La casa regnate saudita, è invece sunnita (precisamente wahabita). Un regime sciita contro una popolazione in rivolta (per lo più sunnita) quindi, contrastato da un forte Paese sunnita. Ma la spaccatura confessionale rappresenta solo un aspetto del rapporto complesso fra Siria e Arabia Saudita. La religione cela sempre altri intereressi, non possiamo infatti dimenticare che la decisone di Ryad di collocare le sue pedine contro Damasco, dipende anche da ragioni di politica interna.

Lo schieramento anti-Assad  ha rappresentato l’escamotage per allontanare l’attenzione dai mille problemi della Monarchia saudita, che certo non è un modello di democrazia e deve fare i conti, nonostante la ricchezza con corruzione, disoccupazione, rivolte nelle fasce sciite, conflitti tribali. Importanti anche le motivazioni del consenso interno.Ergendosi infatti a paladino dei sunniti, il Regno saudita, ha senza dubbio ottenuto l’appoggio dei sunniti wahabiti più conservatori.

Ma oggi sembra appunto che la casa regnante dei Saud, abbia qualche ripensamento. Che deriva soprattutto da tre fattori.  Gli attriti con il Qatar, la morte del re Abd Allāh bin Abd al-Azīz Āl Saūd e la sua successione e la paura di una deriva jihadista in Siria.

Il Qatar. C’è stato un momento, prima del’inizio delle manifestazioni, in cui l’Arabia Saudita, insieme al Qatar, l’altro grande sponsor dell’Opposizione siriana,  aveva  cercato di allontanare la leadership di Damasco  dalla sfera iraniana.  Ma dopo lo scoppio  della crisi, il connubio fra sauditi e qatarini  si è via via raffreddato. Il Qatar infatti  ha procurato aiuti  e appoggio  ai Fratelli musulmani siriani, il gruppo più forte all’interno della Coalizione nazionale siriana.

In risposta, l’Arabia saudita, si è da poco schierata a favore dei gruppi laici presenti nella stessa Coalizione nazionale e  in opposizione al predominio della Fratellanza musulmana. La morte di re ‘Abd Allāh  costituisce un nuovo problema da gestire  e last but not least, Ryad ha cominciato ad accorgersi che il proliferare dei movimenti salafiti potrebbe ritorcersi contro l’Arabia Saudita favorendo una  ventata fondamentalista. Come si comporterebbero i gruppi estremisti non solo foraggiati ma spesso partiti volontari  dall’Arabia Saudita?  

L’Arabia Saudita fornisce armi all’opposizione, attraverso il confine meridionale siriano (Daraa)  e attraverso la Turchia ma già dall’inizio del 2013  ha cominciato cominci a porsi la domanda che si è fatta anche l’Occidente: a chi andranno gli armamenti, il denaro? Molte formazioni, non sono mai state controllate, altre hanno dichiarato la propria indipendenza in un momento successivo.

Continuare ad armare il conflitto – da una parte o dall’altra  degli schieramenti  – non farà che prolungare la guerra in atto e creare altra sofferenza al popolo siriano. Mentre i rischi di una estensione degli scontri  nell’area,  sono già diventati realtà.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro: L’ ambiguità dei Sauditi

empo di riflessione per l’Arabia Saudita.  Fin dall’inizio dell’internazionalizzazione della crisi, il Paese si è allineato a fianco dell’opposizione siriana, fornendo aiuto finanziario e militare ai ribelli, sia all’Esercito siriano libero (ESL) sia ai gruppi vicini all’ideologia wahabita( una corrente ultraconservatrice che si fonda sulla purezza e sulle origini dell’Islam).

Come sappiamo infatti la Siria, dal punto di vista geopolitico, è un Paese-chiave per  posizione strategica. Ed è per questo che la rivolta siriana, nata come ribellione nei confronti del regime, si è presto trasformata in  un conflitto tra diversi attori regionali e internazionali. Tutti determinati a seguire i propri interessi.  L’esito dello scontro, che da più di due anni sta straziando il Paese, avrà in ogni caso un peso determinante sui futuri assetti regionali.

– See more at: http://www.lindro.it/politica/2013-06-13/87026-lambiguita-dei-sauditi#sthash.koUEb6Wh.dpufMa qualcosa sta cambiando, almeno per l’Arabia Saudita. Partita come paladina della “primavera siriana”, già dall’inizio del 20,  richiamando l’ambasciatore a Damasco ed esponendosi con dichiarazioni pubbliche e azioni politiche contro Bashar al-Asad ,  ora sembra indecisa se proseguire sulla stessa linea. Intendiamoci, continua a mandare denaro e armi ai ribelli ma sembrerebbe aspirare a una soluzione  politico-diplomatica. Perché? Prima di tutto consideriamo le motivazioni dello schieramento anti- Assad. Motivazioni di politica estera, come abbiamo detto, per via del ruolo importante della Siria sulla scacchiera regionale.  La competizione fra i Paesi del Golfo e l’Iran esiste, per ragioni economiche, di potere e territoriali. Dal punto di vista degli equilibri regionali, con la sconfitta degli Assad, l’Arabia saudita potrebbe acquistare influenza in Libano (a scapito del partito Hezbollah alleato delle Siria); in Iraq (dove attualmente è al governo lo sciita Al Maliki). E metterebbe in posizione di svantaggio l’Iran che si è sempre servito della Siria come deterrente conto Israele. Gli analisti hanno sottolineato in particolare la storica contrapposizione fra sunniti e sciiti (gli Assad appartengono al ramo sciita degli Alawuiti). La casa regnate saudita, è invece sunnita (precisamente wahabita). Un regime sciita contro una popolazione in rivolta (per lo più sunnita) quindi, contrastato da un forte Paese sunnita. Ma la spaccatura confessionale rappresenta solo un aspetto del rapporto complesso fra Siria e Arabia Saudita. La religione cela sempre altri intereressi, non possiamo infatti dimenticare che la decisone di Ryad di collocare le sue pedine contro Damasco, dipende anche  da ragioni di politica interna. continua la lettura su L’Indro L’ ambiguità dei Sauditi

(riproducibile citando la fonte)

Vedi anche:

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Tempo di riflessione per l’Arabia Saudita.  Fin dall’inizio dell’internazionalizzazione della crisi, il Paese si è allineato a fianco dell’opposizione siriana, fornendo aiuto finanziario e militare ai ribelli, sia all’Esercito siriano libero (ESL) sia ai gruppi vicini all’ideologia wahabita( una corrente ultraconservatrice che si fonda sulla purezza e sulle origini dell’Islam).

Come sappiamo infatti la Siria, dal punto di vista geopolitico, è un Paese-chiave per  posizione strategica. Ed è per questo che la rivolta siriana, nata come ribellione nei confronti del regime, si è presto trasformata in  un conflitto tra diversi attori regionali e internazionali. Tutti determinati a seguire i propri interessi.  L’esito dello scontro, che da più di due anni sta straziando il Paese, avrà in ogni caso un peso determinante sui futuri assetti regionali.

Ma qualcosa sta cambiando, almeno per l’Arabia Saudita. Partita come paladina della “primavera siriana”, già dall’inizio del 20,  richiamando l’ambasciatore a Damasco ed esponendosi con dichiarazioni pubbliche e azioni politiche contro Bashar al-Asad ,  ora sembra indecisa se proseguire sulla stessa linea. Intendiamoci, continua a mandare denaro e armi ai ribelli ma sembrerebbe aspirare a una soluzione  politico-diplomatica. Perché?

Prima di tutto consideriamo le motivazioni dello schieramento anti- Assad. Motivazioni di politica estera, come abbiamo detto, per via del ruolo importante della Siria sulla scacchiera regionale.

La competizione fra i Paesi del Golfo e l’Iran esiste, per ragioni economiche, di potere e territoriali. Dal punto di vista degli equilibri regionali, con la sconfitta degli Assad, l’Arabia saudita potrebbe acquistare influenza in Libano (a scapito del partito Hezbollah alleato delle Siria); in Iraq (dove attualmente è al governo lo sciita Al Maliki). E metterebbe in posizione di svantaggio l’Iran che si è sempre servito della Siria come deterrente conto Israele. Gli analisti hanno sottolineato in particolare la storica contrapposizione fra sunniti e sciiti (gli Assad appartengono al ramo sciita degli Alawuiti). La casa regnate saudita, è invece sunnita (precisamente wahabita). Un regime sciita contro una popolazione in rivolta (per lo più sunnita) quindi, contrastato da un forte Paese sunnita. Ma la spaccatura confessionale rappresenta solo un aspetto del rapporto complesso fra Siria e Arabia Saudita. La religione cela sempre altri intereressi, non possiamo infatti dimenticare che la decisone di Ryad di collocare le sue pedine contro Damasco, dipende anche  da ragioni di politica interna.

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Chi combatte in Siria – Seconda parte

Dalla parte di Bashar: le forze armate siriane ma non solo…

Durante una rivoluzione,  l’esercito ha  sempre un ruolo fondamentale. In Tunisia e in Egitto infatti le rivolte dei rispettivi paesi non si sono militarizzate anche perché le forze armate non si sono schierate dalla parte del regime. In Siria invece, nonostante un certo numero di defezioni,  l’esercito si è dimostrato solido e compatto intorno al Raìs.

Ai vertici, gli alti gradi militari sono infatti occupati da alauiti e da uomini provenienti da clan alauiti legati alla famiglia degli Assad. Circa 300mila uomini in servizio attivo e altrettanti “in riserva”. La massa dei militari  arriva dal servizio di leva obbligatorio e appartiene alla maggioranza sunnita mentre in servizio permanente ci sono circa 200mila uomini.  Le divisioni meglio addestrate sono laGuardia Repubblicana (a difesa della dirigenza di Damasco) e la Quarta Divisione meccanizzata, formate esclusivamente da alauiti. La “truppa” proveniente dal servizio di leva non è addestrate alla contro- guerriglia anche  se possiede una massiccia quantità di armamenti forniti per il 78% dalla Russia. Di origine sovietica non solo i veicoli corazzati, i carri armati e l’artiglieria ma anche gli armamenti  dell’aeronautica. Secondo fonti ufficiali, negli ultimi tre anni, la Siria ha comprato armi dalla Russia per almeno un miliardo di dollari.

Nella drammatica guerra civile siriana, come gli oppositori armati non contano solo sull’ESL (Esercito Siriano Libero) ma su una galassia di formazioni e milizie (dai Volontari libici, ai vari gruppi estremisti come Liwa al -Islam o il Gruppo militante jihadista Fronte al Nusra) così anche l’esercito regolare  ha sul terreno i propri alleati.

Gli Shabbiha, milizie private al servizio degli Assad, o delle famiglie dei clan al potere, nate per proteggere i traffici di contrabbando e della prostituzione nelle zone di Latakia, Banyas e Tartus, e oggi impiegate nella repressione.  Contrariamente a ciò che molti pensano non sono tutti alauiti, anzi quelli di Aleppo appartengono alla maggioranza sunnita. A sostegno degli Assad anche i Pasdaran (Guardiani della rivoluzione), gruppi speciali iraniani.  

La presenza sul territorio siriano è stata confermata dal comandante dei  Pasdaran, Mohammad Ali Jafari, all’agenzia di Stampa iraniana Isna. Anche se il comandante ha sottolineato che  il contributo dei Pasdaran si limita «alla consulenza militare, al sostegno economico e spirituale».  Ancora in campo per gli Assad, i miliziani di Hezbollah. Il gruppo politico sciita libanese, per ora combatte nella regione centrale siriana di Qusayr, vicino al confine libanese, dove vivono circa 30.000 libanesi di fedi religiose diverse. E ancora le milizie sciite irachene e le milizie Ligian. Queste ultime sono delle vere e proprie sezioni locali di “autodifesa” che operano nei quartieri cristiani, drusi, sciiti, nate con lo scopo di proteggere la popolazione civile da rapimenti, estorsioni e atti criminali compiuti spesso da ribelli o delinquenti comuni.

Alla galassia caotica e crescente di sigle e compagini che combattono pro o contro Bashar al- Assad  senza una leadership comune, vanno aggiunte le bande di criminali e i gruppi, diciamo, autonomi. Come i curdi del Pyd (Partito dell’Unione democratica), partito curdo siriano nato nel 2003 nella Siria del Nord e affiliato con il Pkk (Partito crudo dei lavoratori) che in  Turchia e gli Stati Uniti è considerato una organizzazione terrorista. Perché autonomi? Perché il Pyd – pur non essendo schierato dalla parte degli Assad- mira soprattutto a tutelare gli interessi dei curdi, quindi è disposto anche a collaborare con il regime se lo ritiene conveniente. Il Pyd boicotta poi l’Opposizione nata e sostenuta dalla Turchia, accusandola di danneggiare la causa curda.

E’ chiaro che se gli “sponsor” esterni continuano ad armare sia le formazioni a favore del governo, sia quelle contro,  la guerra civile continuerà per lunghi anni. Nessuno è in grado di vincere.  Le conseguenze in questo caso saranno tragiche sul piano umanitario e pericolose  su quello politico. «In Medio Oriente, a vote si ha la sensazione che nessun evento della storia abbia un orizzonte finito, che non si volti mai pagina e non arrivi mai il momento in cui poter dire, adesso basta» scrisse in “Cronache mediorientali”, Robert Fisk.

Ma perché la Siria possa continuare ad esistere ora è indispensabile dire “adesso basta”. E dirlo con un intervento reale e pragmatico della Diplomazia russa e statunitense. Le opposizioni purtroppo non rappresentano ancora una soluzione perché incapaci di coalizzarsi  in maniera omogenea ed esprimere un programma politico, unitario e convincente. E in mezzo al tragico balletto di spie e infiltrati, soldati e mercenari, armi e denaro, combattimenti e distruzioni, interessi economici e strategici,  il popolo siriano tenta di sopravvivere.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro  Chi combatte in Siria – seconda parte (riproducibile citando la fonte)

Vedi anche:

G+ Antonella Appiano

Israele ha attaccato la Siria o Hezbollah?

Fra dichiarazioni e smentite, anche sull’uso delle armi chimiche da parte dei ribelli, sale la tensione nell’area. E nascono nuovi interrogativi.

Certo la dichiarazione che Carla del Ponte – già procuratore del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia e membro della Commissione Onu che indaga sui crimini di guerra in Siria –  ha rilasciato domenica scorsa (5 maggio) alla RadioTelevisione Svizzera è stata eclatante: «Stando alle testimonianze che abbiamo raccolto fino ad ora sono state utilizzate armi chimiche, in particolare gas nervino, ma dagli oppositori, dai ribelli». E ha concluso: «In conflitti come quello siriano, non ci sono buoni e cattivi. Per me sono tutti cattivi perché tutti, sia una parte sia l’altra, commettono crimini».

Una dichiarazione forte e inaspettata per i Paesi occidentali che sostengono l’opposizione siriana, pronti a intervenire  militarmente nel caso in cui il regime usasse le armi chimiche. La tesi di Carla del Ponte però è stata smorzata ieri sera (6 maggio) da una nota della stessa Commissione Onu  in cui  si sottolinea «che non sono state  raccolte prove conclusive sull’uso di armi chimiche in Siria dalle parti coinvolte nel conflitto».

Da dicembre scorso il regime e gli oppositori si accusano a vicenda sull’uso di armi non convenzionali. Le prove si troveranno prima o poi? Se non avessimo  a che fare con una delle guerre più crudeli e sanguinose, sembrerebbe tutto una farsa. «Armi chimiche sì, armi chimiche no. Abbiamo le prove. Non le abbiamo. Sono solo sospetti». E se le armi chimiche  sono in mano agli oppositori, di quali oppositori stiamo parlando? Quale fazione armate fra le tante milizie che ormai combattono sul terreno?  Siriani dell’esercito libero o jihadisti stranieri e  salafiti o il potente Fronte al -Nusra?

Intanto Israele compie due raid in territorio siriano nel week-end (precisamente nella notte tra giovedì 2 e venerdì 3 maggio, e poi nella notte fra sabato 4 e domenica 5 maggio). Silenzio stampa di Tel Aviv, come sempre. Il governo israeliano  infatti non ha confermato gli attacchi, anche se – secondo fonti militari – l’obiettivo sarebbe stato un  arsenale di missili iraniani destinate alle milizie libanesi di Hezbollah.

Per Damasco si è trattato invece di un attacco contro il centro di ricerche militari di Jamraya, vicino Damasco, già preso di mira nel gennaio scorso. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, nel raid sono morti 42 soldati governativi. Il ministro  degli esteri siriano ha  dichiarato su Sana – l’agenzia di stato ufficiale – che «l’attacco di Israele rappresenta un’alleanza tra terroristi islamici e Israele».

Il raid, ha aggiunto il ministro dell’Informazione siriano Omran al-Zoubi «apre le porte a qualsiasi possibilità».  Le autorità militari israeliane hanno predisposto  la chiusura dello spazio aereo civile a nord, più per timore di una rappresaglia delle milizie sciite libanesi di Hezbollah, alleate degli Assad, che delle minacce del Regime di Damasco. Appare infatti improbabile che in un momento in cui il regime è impegnato sul territorio in una lotta per la sua stessa sopravvivenza, sia in grado di aprire un altro fronte. Soprattutto contro un esercito così forte come quello israeliano.

Anche gli Stati Uniti, come Israele, non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’accaduto. Ma sembra poco credibile che le autorità statunitensi non fossero al corrente dell’operazione. Un raid che, mentre la guerra civile prosegue violenta in Siria e l’Occidente non sa che decisioni prendere, potrebbe fare comodo a molti. Per indebolire Hezbollah e quindi anche l’Iran. Attraverso l’emittente di stato Press Tv, l’Iran ha criticato  gli attacchi di Israele contro la Siria e ha esortato  «i paesi della regione a levarsi contro le aggressioni israeliane» mentre attraverso  Al-Manar, il canale televisivo di  Hezbollah, il “Partito di Dio” ha descritto l’attacco come la prova del collegamento tra «l’entità sionista e i mercenari estremisti che combattono il regime siriano».

La Turchia condanna Israele  e la Russia esprime preoccupazioni per il Libano. «Stiamo esaminando e analizzando tutte le circostanze relative alle relazioni del 3 maggio e del 5 maggio, quando si sono verificati gli attacchi aerei israeliani», ha dichiarato il ministero degli Esteri russo in una nota, nella quale si precisa che i raid di Tel Aviv minacciano la stabilità del vicino Libano.

E il grande game si complica con dichiarazioni non avvalorate da fonti secondo le quali Israele avrebbe mandato un messaggio segreto a Bashar al Assad, garantendogli appunto di non voler intervenire nel conflitto. Il “nemico” di Israele a quanto pare, è il “Partito di Dio”. Stiamo per assistere a un nuovo conflitto fra Tel Aviv e Hezbollah?

Antonella Appiano per L’Indro Israele ha attaccato la Siria o Hezbollah? – (riproducibile citando la fonte)

Vedi anche:

 

Nel turbine della storia- Parte II Le primavere arabe del Mashreq e dei Paesi del Golfo

Una infinità di variabili in Medio Oriente

Bahrein Proteste

Abbiamo già scritto quanto sia difficile analizzare eventi ancora in atto. E’ un momento storico in cui nulla è scontato. Terreno friabile, quello delle rivolte dei Paesi arabi. Un fiume in piena che può deviare il corso molte volte ancora. Che ci costringe a continui aggiornamenti e riconsiderazioni. Tentiamo, comunque, di terminare  la sintesi prendendo in considerazione l’area del Mashreq e quella dei Paesi del Golfo.

Mashreq Per ora è la zona regionale  più problematica  a causa della funzione chiave che svolge in geopolitica. Già a rischio prima delleprimavereper il conflitto senza fine fra Israele e i palestinesi e oggi, più che mai, teatro di scontri non risolti.  In Siria è tuttora in corso una violenta guerra civile,  fra l’esercito, le milizie del regime e i gruppi armati dei ribelli, complicata dalla presenza di combattenti stranieri jihadisti e di frange terroristiche come il Fronte Al Nusra. La Siria si sta disgregando, come ha dichiarato l’inviato delle Nazioni Unite, Lakhdar Brahimi, “la guerra sta distruggendo il Paese pezzo dopo pezzo”.  Una guerra per procura, dove i ribelli sono appoggiati dalla Turchia, dai Paesi arabi del Golfo (Arabia Saudita e Qatar) e dai Paesi Occidentali. E il regime del Presidente Bashar-al Assad, sostenuto dalla Russia, può contare invece sull’Iran e gli hezbollah libanesi. Non possiamo prevedere lo scenario futuro, ma certo una transizione è ancora molto lontana. Ricostruire la Siria sarà una operazione lenta, complessa e costosa in termini umani ed economici. Senza contare il rischio-contagio in Libano e  http://www.lindro.it/il-punto-della-situazione-in-giordania/. Finora le primavere arabe hanno spazzato via i regimi cosiddetti laici. Ma se il conflitto dovesse debordare in monarchie come la Giordania, il puzzle mediorientale cambierebbe di nuovo, assumendo forme nuove.

Area Paesi Golfo. Ad eccezione del Bahrein, le Petromonarchie del Golfo si sono salvate dalle rivolte. Con il denaro proveniente dalle rendite petrolifere infatti,  sono riuscite a tacitare lo scontento dei gruppi di opposizione ‘laica’ che chiedevano riforme.  Il meccanismo di questi stati-provvidenza, come scrive Marcella Emilianisi regge sull’assioma no taxation no representation. Gli autocrati possono cioè permettersi di non concedere alcuna rappresentanza politica nella misura in cui non fanno pagare le tasse”. D’altra parte, l’Arabia Saudita, il Qatar e gli altri stati-provvidenza hanno sempre elargito denaro per garantire la stabilità interna.

Bahrein. Proprio oggi (14 febbraio n.d.r)  si  ‘festeggia’  il  secondo anniversario delle proteste contro  la monarchia sunnita di re Hamad al- Khalifa. La popolazione, formata in maggioranza da sciiti (circa il 70%)  discriminati sul piano sociale, politico ed economico, rivendica diritti uguali per tutti e un vero Parlamento. Ma la monarchia continua ad attaccare i manifestanti, forte anche dell’aiuto dei militari dello Scudo della Penisola (forza congiunta dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo) e del silenzio complice dell’Occidente e degli Stati Uniti che, ricordiamo, proprio in Bahrain hanno basato la IV Flotta.
Infine, fa parte geograficamente dei Paesi Golfo ma non è uno stato-provvidenza, lo Yemen, dove si continua a combattere. Uno scontro complesso fra clan, esercito e gruppi di Al Qaida al sud, ed esercito e gruppi sciiti Huti al Nord del Paese. Anche in Yemen, due giorni fa (il 12 febbraio) si è celebrato il secondo anniversario delle rivolte contro l’ex presidente Ali Abdullah Saleh fra scontri nella capitale e nel sud del Paese dove le forze di ordine hanno sparato sulla folla. Durante le manifestazioni i dimostranti hanno chiesto che Saleh venga richiamato in patria e processato.

Dopo l’entusiasmo iniziale di fronte alle rivolte arabe, lo scenario appare senza dubbio instabile anche se sarebbe sbagliato affermare che le “primavere sono sfiorite”. Ci troviamo ancora, come scrisse Ryszard Kapuściński nel “turbine della storia”.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro: Le primavere arabe del Mashreq e dei paesi del golfo (riproducibile citando la fonte)

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La fragilità del Libano

Le sfide nel Paese dei Cedri

LA FRAGILITÀ DEL LIBANO

Fra tensioni non risolte, dinamiche regionali, un governo che si basa sulle componenti religiose, disoccupazione in aumento e i rifugiati palestinesi. E le elezioni si avvicinano.

Mi trovavo a Beirut quando è scoppiato il conflitto Gaza-Israele. E la soglia dell’attenzione per ciò che stava accadendo era molto alta. Nei caffé e nei negozi, i televisori erano sintonizzati sulle emittenti satellitari che trasmettevano immagini e notizie 24 ore su 24. E la gente non parlava d’altro. Che cosa succederà? Israele e Hamas firmeranno la tregua? E se invece scoppiasse una guerra regionale? Se Israele occupasse ancora una volta il sud del Libano? Ora che la tregua è stata raggiunta fra Hamas e Israele, l’esercito di Tel Aviv non ha invaso la Striscia e si è ritirato, chiamo dall’Italia, Samira, avvocato quarantenne di Sidone. Non nasconde il sollievo. Ma è consapevole che se l’accordo non si trasforma in un processo di pace, rimane fragile.

Fragile come il suo Paese, il Libano, che confinando con Israele e la Siria, è infatti dal punto di vista geopolitico, ’a rischio’, esposto a continue tensioni e non solo da oggi. Una entità politica chiamata Libano infatti non era mai esistita prima dello smembramento dell’Impero Ottomano seguito alla Prima guerra mondiale. Fu la Francia a tracciare i confini del nuovo Paese, riunendo in una unico Stato un mix di di confessioni religiose: musulmani sunniti e sciiti, cristiani, drusi. Nel 1926 la Francia permise che il Libano (ancora sotto l’influenza francese) si proclamasse Repubblica e adottasse una Costituzione. Ma proprio questa Costituzione conteneva fattori di pericolosa ambiguità che verranno alla luce presto.

Certo gli abitanti del Paese dei Cedri erano arabi per lingua e cultura, ma l’unità era compromessa dagli interessi economici e dalle diverse alleanze delle varie confessioni. Diciotto per la precisione quelle ufficialmente riconosciute (armeni cattolici, armeni ortodossi, alawuiti, Chiesa assira d’oriente, caldei cattolici,copti, drusi, greco-cattolici, greco ortodossi, ismailiti, ebrei, maroniti, protestanti, cattolici romani, sunniti, sciiti, siro-cattolici, sir-ortodossi ). Nel 1926, la maggioranza dei libanesi, era cristiana, circa il 55% seguita dai musulmani sunniti, dai musulmani sciiti e dai drusi. La costituzione, formalizzata in maniera definitiva nel 1943, prevedeva un assetto istituzionale regolamentato dall’appartenenza religiosa. Il Presidente della repubblica, cristiano (in particolare cristiano maronita); il primo ministro, sunnita, il presidente del Parlamento, sciita.

Con gli anni i rapporti di forza delle componenti cambieranno. Ma il Libano continua a esseregovernato dai gruppi religiosi che devono mediare di continuo fra cittadini e Stato. A questa situazione di instabilità strutturale, vanno poi aggiunti altri eventi: la lunga e cruenta guerra civile, dal 1975 al 1990 – provocata dal’intrinseca debolezza della società libanese frammentata e quindi preda di antagonismi – le invasioni israeliane (nel 1978, nel 1982, nel 2006), il continuo ’controllo’ siriano, la presenza sul territorio di circa 500mila rifugiati palestinesi, l’assassinio del Primo ministro Rafiq Hariri nel 2005.

L’attacco a Gaza ha risvegliato i timori in una parte di sciiti libanesi, di un’altra invasione d’Israele, nel sud. Il leader del partito Hezbollahah, Hassan Nasrallah ha già avvisato TelAviv. La risposta ad un eventuale attacco, sarà un lancio di missili. Storicamente poi il Libano è stato sempre connesso con la Siria. E ora guarda con apprensione al conflitto che potrebbe estendersi all’interno dei suoi confini. Al nord, nella zona di Tripoli da mesi sono in atto scontri fra sciiti pro Bashar e sunniti anti Bashar. E se le forze progressiste tifano per cambio di regime in Siria, si percepisce chiaramente nel Paese anche il timore che la Siria diventi un altro anello dell’alleanza Fratellanza Musulmana e Stati Uniti.

In questo quadro s’inseriscono le elezioni politiche previste per la primavera del prossimo anno. Tutti sono in teoria d’accordo nell’affermare che una riforma elettorale sia ormai inevitabile. Ma la via per raggiungere l’obiettivo è piena di ostacoli. Intanto ieri (26 novembre) a Beirut, il Presidente libanese, Michel Suleiman, e il Presidente armeno, Serzh Sarkissian, hanno lanciato un appello per risolvere la crisi siriana tramite canali politici senza interventi militari esterni. Suleiman ha aggiunto che “il Libano continuerà a mantenere una posizione neutrale sui conflitti regionali”.
Vengono in mente alcuni versi della celebre canzone di Fairouz ’Li Beirut’: “Beirut con il suo animo produce vino e sudore, pane e gelsomini con le fatiche dei suoi abitanti. Ma allora perché ha il sapore di fiamme e fumi?”.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro: La fragilità del Libano (riproducibile citando la fonte)

 

 

 

   
 

“L’OFFENSIVA SU GAZA, UNA PROVA PER MORSI”

“Esiste una capacità missilistica che Israele credeva smantellata e che ora si è dimostrata, al contrario, potenziata”

Beirut – Incontro Sayyed Ibrahim Moussawi, responsabile del Dipartimento Media e Informazioni e membro dell’Ufficio Politico di Hezbollah, in un palazzo dell’intricata periferia sud di Beirut, storica ’roccaforte’ della comunità sciita.

Ormai è guerra fra Israele e Gaza. E ha un nome, ’Pilastro di Sicurezza’. Dopo l’uccisione, mercoledì scorso, di Ahmed Jabari, capo del braccio militare di Hamas, Ezzedine-al Kassame la successiva pioggia di missili che ieri ha colpito anche la periferia di Tel Aviv, stanno proseguendo i bombardamenti israeliani a Gaza- City: almeno una ventina di morti e centinaia di feriti.

Qui in Libano, il leader del Partito Hezbollah, Hassan Nasrallahha invitato i Paesi Occidentali e arabi a fare pressione sulle Nazioni Unite per fermare l’attacco israeliano. Scambio di accuse delle due parti. Israele minaccia una nuova offensiva via terra delle truppe Tsahal contro Gaza e Hamas ribadisce il diritto di difendersi- dice IbrahimMoussawi. Ma lo scenario, rispetto all’operazione ’Piombo Fuso’ del 2008-2009 è diverso, pur presentando alcuni elementi in comune.

Quali sono le ’costanti’?

Il Virus siriano

L’attentato d Beirut apre scenari allarmanti. Ma in Medio Oriente niente è scontato, come dimostra la storia. A chi giova destabilizzare il Libano? Gli interessi in gioco sono tanti. E chi era Wissam al -Hassan?

L’autobomba esplosa venerdì scorso a Beirut, non ha soltanto ucciso il capo dell’Intelligence libanese, il generale Wissamal-Hassan, e distrutto Piazza Sassine – nel cuore del quartiere cristiano di Ashrafiye – ma rischia di alterare gli equilibri, già fragili, del Paese dei Cedri, la nazione mediorientale più simile a una democrazia occidentale, pur se tormentato da dinamiche settarie e contrapposizioni politiche.

Che il lungo, lento collasso siriano con la tragica guerra civile potesse coinvolgere altri Paesi arabi e ’stravolgere’ la stabilità regionale, già si sapeva e si temeva. Ma i trenta chili di tritolo che hanno gettato Beirut e il Libano nel caos, hanno confermato le fosche previsioni. Dopo gli scontri di ieri (lunedì 22) ai funerali di Wissam al-Hassan, fra le forze dell’opposizione e l’esercito governativo, e quelli di Tripoli al nord del Paese, le forze armate di Beirut hanno invitato quelle politiche a usare moderazione nelle dichiarazioni per non fomentare le tensioni. E hanno aggiunto: “E’ in gioco il destino del Paese”.

Wissam al-Hassan era una figura di punta dell’ISF (Intelligence Internal Security Forces libanesi). Indubbiamente, era lui l’obiettivo dell’attentato che ha causato otto vittime e una settantina di feriti e sembra aver riportato Beirut indietro nel tempo. Vicino a Piazza Sassine, trent’anni fa, infatti era esplosa la bomba che aveva ucciso Bashir Gemayel, presidente neo-eletto del Libano a capo della Falange cristiano-maronita.

Ma non solo. Wissam al-Hassan, era visto anche come una delle personalità sunnite più importanti del Paese. Aveva condotto le indagini sull’attentato del 14 febbraio 2005, in cui perse la vita l’ex premier Rafiq Hariri accusando del fatto la Siria e le milizie sciite di Hezbollah. E aveva arrestato, nell’agosto scorso, Michel Samaha, allora ministro dell’Informazione libanese, con l’incriminazione di aver ordito un complotto per uccidere personalità politiche e religiose libanesi malviste da Damasco.

Ma Wissam al-Hassam era stato anche sospettato di ’coinvolgimento’ nell’uccisione di Rafiq Hariri; in quel periodo infatti era a capo dei servizi di sicurezza personali del Presidente e il giorno dell’attentato, il 14 febbraio 2005, non si trovava accanto a lui, come da protocollo, ma aveva preso un giorno di ferie per sostenere, in mattinata, un esame universitario. Gli investigatori delle Nazioni Unite trovarono l’alibi sospetto (anche per via delle 24 telefonate fatte dal Wissam quella mattina) ma le indagini non proseguirono perché Saad, il figlio di Rafiq Hariri, confermò la piena fiducia nel generale Wissam.

Un altro elemento importante e non trascurabile, è che l’Intelligence Internal Security Forces, del generale Wissam, ha l’incarico di controllare le infiltrazioni nel Paese dei Servizi israeliani. E, in seguito ad indagini, aveva arrestato Fayez Karam, a capo dei servizi di antiterrorismo e contro-spionaggio durante gli anni Ottanta e figura di spicco del Partito FPM (Free Patriotic Movement)con l’accusa di fornire informazioni sul partito di Hezbollah e del FPM (suo alleato).

Wassam al-Hassan era quindi un “obiettivo di alto livello” – come ha dichiarato Robert Fisk, corrispondente del quotidiano britannico ’The Independent’“su cui difficilmente saranno giudicati i responsabili”. Nella ridda delle ipotetesi: i siriani che vogliono allargare il conflitto oltre i confini o Hezbollah, alleato degli Assad. Ma in Medio Oriente niente è scontato, come dimostra la storia. A chi giova destabilizzare il Libano?

Gli interessi in gioco sono tanti. Tanti i sospetti. E i sospettabili. Non possiamo escludere per esempio che l’attentato abbia avuto origini interne, libanesi: salafiti, jihadisti sunniti, palestinesi dei campi profughi. Forze in campo che vogliono dare un nuovo assetto al Paese o regolare conti in sospeso. Rimane da sperare che i libanesi rimangano uniti nonostante tutto in nome del dolore e delle sofferenze patite durante la lunga e sanguinosa guerra civile.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Chi era Wissam al-Hassan – IL VIRUS SIRIANO
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