Homs

Siria: potrebbe vincere il Califfato?

Damasco

Si legge poco in questa estate di Siria. Della Siria e della sua guerra, che è un po’ come ‘l’isola che non c’è’. Oscurata dallo scontro Israele-Hamas e ora dall’aggravarsi della crisi in Iraq, dove il Premier uscente al-Maliki rifiuta la nomina dell’esponente sciita al-Abadi, incaricato dal Presidente Fuad Masum di formare un nuovo Governo e dove avanza il Califfato Islamico che ha conquistato la città di Jalawla, a 130 chilometri a nord-est di Baghdad, minacciando i confini meridionali della Regione autonoma del Kurdistan. Si legge poco. O niente. E la Siria sembra ormai un Paese congelato in uno situazione senza tempo e senza via di uscita.

Nonostante i 170mila morti (in 3 anni e mezzo di violenze, il numero delle vittime siriane supera quello delle vittime della guerra civile libanese durata 15 anni, dal 1975 al 1990); più di 7 milioni di sfollati interni e circa 9,5 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria (dati OCHA), oltre 1 milione di feriti, di cui più di 650 mila  mutilati (dati Syrian Network for Human Rights). I rifugiati registrati dall’UNHCR sono 3 milioni ma i dati si riferiscono appunto solo ai siriani registrati ufficialmente: si calcola, infatti, che almeno un terzo della popolazione sia fuggita dal Paese, avventurandosi anche in pericolosi viaggi per mare.

Qualche giorno di attenzione sui media a larga diffusione, la Siria l’aveva guadagnata, durante le elezioni presidenziali del 3 giugno scorso. Elezioni pluralistiche solo da un unto di vista tecnico e non rappresentative di tutto il Paese dato che si erano svolte solo nelle zone controllate da Regime. E non legittime perché avvenute dopo un cambiamento della legge elettorale che- di fatto – escludeva gli esponenti della coalizione degli oppositori all’estero e i dissidenti storici. Vinte come previsto da Bashar al -Asad.

Elezioni contestate, svolte in un Paese in guerra conclamata, minacciato dall’emergenza dei gruppi jihadisti legati o meno ad al Qaeda, dove l’allora gruppo estremista dell’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e delle Siria) chiamato dai siriani Daesh (Dawla Islamiya fi Iraq wa Sham) ora Califfato  (Stato Islamico, IS) dopo l’auto-proclamazione del suo leader Abu- Bakhr al Baghdadi -aveva già preso possesso di larghe fette del territorio a nord est della Siria.  E’ quindi pur vero che -esistono numerose testimonianze-  molti  siriani saranno andati a votare pensando: ‘alla fine, fra le milizie spietate di Daesh e il dottor Bashar, è Bashar il male minore’.

Ma è forse cambiato qualcosa? Bashar al- Asad è il signore della guerra di un territorio in larga parte distrutto. La leadership di Damasco controlla le zone occidentali del Paese, da Damasco a Latakia, passando per Homs. Mentre l’est è ‘governato’ in buona parte dallo Stato Islamico, ‘il Califfato’. L’Esercito Siriano Libero sta perdendo terreno. Gli altri gruppi ribelli si contendono, lottando fra di loro e contro l’Esercito regolare, il nord della Siria, tra cui Aleppo e le province di Idlib e Hama. Le forze sul terreno sono variegate e si scontrano appunto spesso fra loro. Il più forte rimane sempre il Califfato’.

Secondo l’Institute for the Study of war, lo scorso luglio, lo Stato Islamico ha conquistato alcune città lungo il fiume Eufrate: come Deir Ezzor, sesta città siriana per numero di abitanti, e ora controlla circa l’80 per cento della provincia.  Sembra che abbia recentemente preso possesso anche di una base militare a Raqqa e una seconda base nella provincia nord-orientale di Hasaka. Ancora secondo l’Institute for the Study of war, il Califfato ha raggiunto anche Aleppo (in parte ancora in mano all’Esercito siriano libero) e pesantemente bombardata dall’aviazione governativa.

Una situazione fluida, con alleanze che si fanno e si disfano nel giro di pochi giorni. I civili come sempre, tragicamente intrappolati fra i vari contendenti di una guerra che -pur interessando pochi- è invece sempre più sanguinosa.  Gli ultimi due mesi (giugno e luglio) secondo il Centro di documentazione delle violazioni in Siria hanno registrato un altissimo numero di morti, più di 1300.

Il Califfato combatte anche i curdi siriani nel nord del Paese  -che avevano già dichiarato la propria indipendenza dal Governo centrale nell’autunno del 2013-  con esiti altalenanti. Il PYD (Democratic Union Party) e il suo braccio armato, si stanno contendendo da mesi la ragione siriana di Hassakah che confina con il Kurdistan iracheno e il sud della Turchia (sempre a maggioranza curda).

E’ evidente, quindi che  -a parte il dramma dei siriani e la crisi umanitaria –  non possiamo disinteressarci della Siria. Le connessioni con i Paesi confinanti sono evidenti e pericolose.  Si sta ridisegnando una nuova mappa della Regione. Il Califfato potrebbe arrivare a minacciare la stessa area controllata da Bashar al Asad. Questa abitudine molto italiana di considerare i problemi  e le crisi di Paesi vicini a noi come la Sira, come problemi che non ci riguardano -se non per la paura egoistica di dover ospitare i rifugiati-  è un’arma a doppio taglio. Siamo tutti coinvolti in questo cambiamento storico e, anche se è già tardi, sarebbe meglio capirlo.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Siria: potrebbe vincere il califfato? (riproducibile citando la fonte)

edi anche:

– See more at: http://www.lindro.it/politica/2014-08-12/138094-siria-potrebbe-vincere-il-califfato#sthash.FsxWu8gm.dpuf

Vedi:
L’Indro – La terza guerra d’Iraq
L’Indro – Vogliamo pace in Medio Oriente

edi anche:

– See more at: http://www.lindro.it/politica/2014-08-12/138094-siria-potrebbe-vincere-il-califfato#sthash.FsxWu8gm.dpuf

edi anche:

– See more at: http://www.lindro.it/politica/2014-08-12/138094-siria-potrebbe-vincere-il-califfato#sthash.FsxWu8gm.dpuf

edi anche:

– See more at: http://www.lindro.it/politica/2014-08-12/138094-siria-potrebbe-vincere-il-califfato#sthash.FsxWu8gm.dpuf

L’ansia dell’incertezza. L’impossibilità di programmare una giornata, una settimana;  la nebbia che copre il futuro. La sensazione che il futuro non esista: questo ha spinto la mia famiglia a lasciare la Siria. Più delle difficoltà economiche, più della paura. Non avevamo più speranze”. Mahmoud ora vive a Roma con la famiglia. Si è salvato e riesce ancora a sorridere chiedendomi “Ti ricordi la gita a Maloula, nel 2008?”.  Può rifarsi una vita. Non come T. di Yabrud, uno degli oppositori pacifici della prima ora. Uno degli organizzatori delle manifestazioni. Una notte è stato portato via dai servizi segreti. E solo pochi giorni fa, dopo tre anni di ricerche, ho avuto la conferma che è stato ucciso. Perché lo sappiamo tutti, lo so -ero in Siria in quel periodo- che durante i primi mesi del 2011, la rivolta non era armata. E che erano i siriani a scendere in piazza a chiedere riforme e libertà. Siriani come T. che non aveva idee molto chiare su chi avrebbe voluto al potere, che era forse un poco ingenuo e alle mie domande rispondeva solo  “inshallah”, offrendomi mishmish ancora acerbe. Ma era siriano. Siriano e non straniero, non jihadista o radicale. Una fase che oggi si tende a dimenticare. Perché poi sono arrivate le armi, si è formato l’Esercito Siriano Libero, sono intervenute le potenze Regionali e le super potenze. E dal 2012, i combattenti stranieri legati al jihad.

Si legge poco in questa estate di Siria. Della Siria e della sua guerra, che è un po’ come l’isola che non c’è’. Oscurata dallo scontro Israele-Hamas e ora dall’aggravarsi della crisi in Iraq,  dove il Premier uscente al-Maliki  rifiuta la nomina dell’esponente sciita al-Abadi, incaricato dal Presidente Fuad Masum di formare un nuovo Governo e dove  avanza il Califfato Islamico che ha conquistato la città di Jalawla, a 130 chilometri a nord-est di Baghdad, minacciando i confini meridionali della Regione autonoma del Kurdistan. Si legge poco. O niente. E la Siria sembra ormai un Paese congelato in uno situazione senza tempo e senza via di uscita.

– See more at: http://www.lindro.it/politica/2014-08-12/138094-siria-potrebbe-vincere-il-califfato#sthash.2IURGCk9.dpuf

Siria - guerra

Una guerra civile infinita o una “cantonizzazione” della Siria?

L’utopia e l’ipocrisia bisbigliano ancora “soluzione politica”. Il Piano B di Bashar al-Asad

 

Siria - guerraLa realtà mette sul piatto della bilancia ormai solo due scenari. Il proseguimento di una guerra civile brutale, senza esclusioni di colpi che scivolerà ogni giorno di più nell’anarchia e nel caos. O la cantonizzazione della Siria.

La guerra civile porterà l’inevitabile corollario di vendette personali e di clan; di gruppi armati che si affrontano, milizie private, sacche di resistenza, bande criminali. Il Paese, d’altra parte, è già distrutto nelle infrastrutture e negli animi, nel patrimonio culturale e nel tessuto sociale. Alcuni analisti hanno ipotizzato almeno una ventina di anni prima che la Siria possa essere ricostruita. Ma si può ipotizzare quanti anni siano necessari per guarire dall’odio, dalle ferite interiori?  Come entità territoriale unica comunque il Paese esiste solo sulle vecchie carte geografiche. Si sta disgregando. E i combattimenti continueranno anche in uno scenario post- Assad. Qualsiasi transizione infatti deve avvenire dall’interno. Dall’accordo dei vari gruppi e delle varie etnie. Certo la Siria può vantare un passato di coesistenza intercomunitaria. Ma dopo la guerra, le distruzioni e l’altissimo prezzo pagato in termini umani, quanto tempo impiegheranno i siriani a sentirsi cittadini di un unico Stato? E ci riusciranno?

Intanto sul terreno nessuno sembra intenzionato a deporre le armi. I combattimenti fra il regime e gli oppositori registrano vittorie e sconfitte alterne. Il Presidente Bashar al- Assad non controlla più tutto il territorio.  E’ piuttosto stabile a Damasco ma sembra che stia preparando da tempo un piano B, nel caso fosse costretto ad abbandonare la capitale.

L’alternativa è quella di un piccolo Stato indipendente, costiero, nella  zona di Latakia, protetto ad est dalle montagne popolate di villaggi  alawuiti  (il ramo sciita cui appartiene la famiglia degli Assad) e a ovest dalla base navale russa di Tartous. Uno stato che per sopravvivere dovrebbe essere collegato con la valle libanese della Beqaa (dominata dal movimento sciita di  Hezbollah, filo-Assad) attraverso la piana di Qusayr, a una trentina di km a sud ovest di Homs. Una direttrice vitale.

Questo spiegherebbe il nuovo fronte dei combattimenti fra l’esercito lealista coadiuvato da Hezbollah e gli oppositori. Damasco, Homs, Hama e infine Latakia: la dorsale a ridosso del confine con il Libano è una zona strategica perché unisce la capitale con le zone costiere del nord dove la maggioranza della popolazione è, come abbiamo detto, alawita.  La creazione di uno stato-énclave alawita collegato al Libano di Hezbollah e anche all’Iran attraverso l’aeroporto  di Latakia o i porti di Tortous e Latakia, consentirebbe agli Assad di rimanere al potere e di mantenere in vita il cosiddetto “arco sciita”. Le zone  curde di al-Raqqa e al-Hasaka, vicine al confine turco e iracheno, potrebbero invece distaccarsi dalla Siria e creare uno stato indipendente curdo.  E qualcuno teme che i gruppi jihadisti estremisti riescano a dare vita a piccoli “emirati islamici” nelle regioni sotto il loro controllo.

Più di 70 mila morti secondo le fonti Onu, centinai di migliaia di profughi,  macerie, rovine, troppo sangue versato. Che cosa resta oggi della Siria?

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/politica/2013-05-09/81389-siria-due-possibili-scenari (riproducibile citando la fonte)

Leggi anche

Israele ha attaccato la Siria o Hezbollah?

G+ Antonella Appiano

Donne per i diritti umani. Casa della memoria e della storia – Roma.

Martedì 20 marzo alle ore 17,00 presso la Casa della Memoria e della Storia a Roma

ANPI provinciale Roma: “Donne per i diritti umani”.

[nggallery id=9]

Donne protagoniste della resistenza: oggi in Siria, Iran, Afghanistan e Sudan, come ieri in Italia. L’ANPI di Roma e Lazio ha organizzato l’incontro per dare voce alle testimonianze di donne italiane sulla primavera araba e sulle esperienze di resistenza delle donne in Iran, Afghanistan e Sudan.
L’incontro, coordinato da Elena Improta, Vice Presidente di Anpi Roma, è stato aperto da Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente
dell’Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa, che da sempre ascolta le voci delle donne straniere e con loro ha costruito un ideale filo di unione tra mondi e culture diverse, promuovendo libri e convegni sul tema.
Con l’introduzione di alcune letture dal suo reportage, affidate a Daniela Poggi, la giornalista Antonella Appiano ha raccontato la sua esperienza di “Clandestina a Damasco”, un libro/diario dalla Siria vietato ai reporter internazionali, scritto grazie alle diverse identità false assunte dall’autrice nei quattro mesi che ha trascorso nel paese in rivolta.

Si è quindi passati alle letture tratte dal libro “Tre Donne e una sfida”. L’autrice Marisa Paolucci ha testimoniato del suo dialogo con tre protagoniste femminili del mondo musulmano: l’iraniana premio Nobel per la Pace Shirin Ebadì, la sudanese e prima donna eletta in un parlamento africano Fatima Ahmed Ibrahim, l’afgana Malalai Joya, parlamentare combattiva dal 2003 al 2007, che ha denunciato i «criminali di guerra» che le sedevano accanto.

La Notte di Radio 1. La crisi siriana

La Notte di Radio 1

La crisi siriana.

A cura di Sandro Capitani.

Con il conduttore, ne hanno parlato Antonella Appiano (corrispondente per il Medioriente de L’Indro), Maria Gianniti (Inviata speciale di GR Radio 1), Marco Guidi (editorialista de Il Messaggero e inviato di guerra), Guido Olimpio (Corriere della Sera).

Antonella Appiano – Gr1 – La notte

L’intera trasmissione

Il podcast

Puntata del 28 febbraio 2012

Lo avete sentito poco fa, un centinaio di morti in Siria nelle ultime ore, mentre la popolazione va al voto per un referendum fatto su misura per il presidente Assad.
Da Tunisi nei giorni scorsi è venuta la richiesta di una forza di pace, Onu-Lega Araba, mentre l’Europa impone nuove sanzioni.

Il bivio siriano.

Da un lato l’appoggio di Russia, Cina e Iran, dall’altro l’inasprimento delle posizioni americane. Intanto il Paese continua ad essere teatro di violenze.

La Siria a un bivio? E’ destinata a diventate terra di scontro fra lo schieramento arabo-statunitense e quello russo-iraniano? Oppure stiamo assistendo solo ad ’una prova di forza’ delle vecchie superpotenze? Secondo fonti della Cnn, il Pentagono ha preso in esame l’ipotesi di un intervento militare contro la Siria. L’Unione Europea si è dissociata, ribadendo, ancora una volta, che la ’Siria non è la Libia’. Mentre il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, ha annunciato oggi una missione congiunta delle Nazioni Unite e della Lega Araba (che aveva interrotto l’incarico dei suoi osservatori lo scorso 28 gennaio).

L’Italia ha richiamato a Roma, per consultazioni, l’ambasciatore a Damasco Achille Amerio, anche se la nostra ambasciata, come ha dichiarato la Farnesina “rimarrà aperta per garantire l’assistenza ai connazionali presenti nel Paese”. Dopo la chiusura di lunedì dell’Ambasciata americana, anche la Francia, la Spagna, il Belgio e l’Olanda, hanno richiamato i propri diplomatici.

Ma il regime siriano non sembra cambiare linea. Senza dubbio, il presidente Bashar-al-Assad ha dalla sua parte Mosca e Pechino che, con il duplice veto contro la Risoluzione di condanna del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, hanno confermato ancora una volta di sostenere la leadership al potere.

E l’Iran. Anche il Presidente Mahmud Ahmedinejad ha ribadito l’appoggio alla Siria accusando “gli Stati Uniti e i loro alleati di voler provocare una guerra nella regione per infrangere il fronte della resistenza islamica”.

Questi i fatti. Le dichiarazioni. Ma ancora una volta, dietro il palcoscenico, la scena è meno chiara. A Homs, sotto assedio, si continua a combattere ma il fronte non è uno solo.Manifestanti armati, civili inermi, soldati del Free Syrian Army, lealisti. E qui i fatti non sono confermati da fonti indipendenti. Informazione e controinformazione si alternano gettando luci e ombre. La tv di stato siriana comunica di un’esplosione di un’autobomba nel quartiere di Bayada , ad opera di ’bande di terroristi’ che ha causato morti e feriti fra i civili e le forze di sicurezza. Secondo le dichiarazioni dell’Opposizione, attraverso il canale satellitare del Qatar Al Jazeera, la città è sotto assedio e nella sola mattinata di oggi sono morte più di quaranta persone.

Damasco non rispetta il piano.

Bashar al Assad trascura i quattro punti della road map della Lega Araba.

Bashar al-Assad

La Lega Araba è un’Associazione internazionale composta oggi di 22 stati arabi, nata nel 1945 al Cairo, con lo scopo di coordinare le loro politiche, di rappresentarli in alcune trattative internazionali e di mediare dispute e conflitti. La Lega non ha poteri militari. E, fino ad ora, in nessuna delle numerose crisi mediorientali, ha raggiunto gli obiettivi, rivelandosi di fatto un organismo ininfluente.

Anche l’accordo con il governo di Damasco, che sembrava essere stato raggiunto settimana scorsa (il 2 novembre) è fallito. I quattro punti della Road Map proposti dalla Lega: fine alle violenze, rilascio dei prigionieri politici, libero accesso alla stampa internazionale, e ritiro dei carri armati dalle città, non sono stati rispettati. La Lega ha organizzato quindi un incontro sabato prossimo, 12 novembre, per riesaminare la delicata questione siriana. Il segretario generale della Lega Araba, Nabil el-Arabi è con le spalle al muro. Ha lanciato un nuovo appello al regime siriano ricordando che “il fallimento della soluzione araba avrebbe conseguenze disastrose sulla situazione nel Paese e della regione nel suo insieme”. Ma il Presidente Bashar al-Asad sembra curarsene poco. In Siria infatti, proseguono le violenze. I mezzi pesanti continuano ad attaccare Homs, roccaforte della rivolta, dove secondo gli attivisti “è in atto un disastro umanitario. E sembra che l’esercito sia entrato anche nella città Hama, nella zona centro-occidentale del Paese. La repressione continua. Secondo le stime dell’Alto Commissariato dell’Onu i civili uccisi sono oggi oltre 3.500.

Reportage o no? Sulla Siria gli occhi di una giornalista clandestina.

da l’Unità.it

di Ella Baffoni.

manifestazione a favore di Bashar al-Assad

Andare, guardare, capire, riferire. Le regole del giornalismo, in sintesi sono queste. Il fatto è che questo mestiere è molto cambiato – non so se in meglio – in questi anni. Un esempio ne dà il libro di Antonella Appiano “Clandestina a Damasco” (Castelvecchi, 124 pgg, 12.50 euro). Esperta di Medio oriente, Appiano ha fatto quel che avrebbe fatto un giornalista dell’altro secolo. Durante la primavera araba è tornata in Siria nel marzo scorso, iscrivendosi all’università per celare la vera ragione del suo viaggio, per cercare di cogliere cosa accadeva in uno dei paesi più “chiusi” agli inviati occidentali. E ha reso evidente un curioso paradosso.

E’ vero, la Siria è grande. E a Damasco c’è qualche manifestazione dell’opposizione, fortunatamente senza feriti, e molte filogovernative. Ma a Damasco arrivavano le notizie dalle altre città, a volte quasi di prima mano, a Damasco la giornalista assiste ai discorsi del presidente Bashar e ne discute con intellettuali, ascolta testimoni, si fa un’idea. E poi cerca, invano, di raggiungere Homs. Daraa, Suweia, Latakia, i luoghi delle proteste.

Si fa domande, cerca risposte. Davvero i siriani vogliono riforme, non rivoluzione?

Il presidente Bashar non è odiato: giovane, colto, non assetato di potere, è però condizionato dall’esercito e dalle autorità islamiche. Il regime è regime, certo: una dittatura. Ma se nelle campagne le condizioni di vita sono durissime, a Damasco e Aleppo c’è una borghesia teme di aver qualcosa da perdere da una rivolta radicale. E l’opposizione è debole ancora, sfrangiata. L’evoluzione, se ci sarà, sarà lenta. Ma che sia possibile è già un grande cambiamento.

Intanto una notizia la trova: la blogger siriana Amina, che compare ormai su tutti i media occidentali, non esiste. Militante lesbica, a Damasco non la conosce nessuno, ma neanche nelle altre città. I cyber attivisti siriani lo avevano detto: scrive troppo bene in inglese, vivrà all’estero. E dubitano anche del racconto del suo mancato arresto (la polizia era andata per arrestarla, il padre l’ha difesa e li ha respinti. Incredibile: quando la polizia siriana deve arrestare qualcuno, lo fa, punto) . Infatti Amina è un’invenzione di Thomas MacMaster, Georgia. Da Damasco la giornalista italiana aveva annusato la bufala.

Appiano torna in Italia, poi, in luglio riparte. Compra un biglietto per Damasco ma scende dall’aereo ad Aleppo, arriva a Latakia, a Homs, torna a Damasco. E’ qui, che finalmente, incontra la rivolta. Un fiume di uomini che chiede unità e libertà, “Meglio la morte che l’umiliazione”. E’ qui che i militari attaccano con i lacrimogeni, li disperdono. La polizia spara ad altezza d’uomo, in questi mesi i morti sul campo sono stati quattromila.

continua a leggere sul sito de l’Unità

“Clandestina a Damasco”, una cronista in Siria. (da Repubblica.it)

Antonella Appiano è l’autrice del reportage costruito giorno dopo giorno in tre mesi di permanenza nel paese mediorientale, con le sue diversissime etnie e religioni, oltre che con le centinaia di migliaia di profughi fuggiti dalla guerra irachena. Le molte identità che è stata costretta ad assumere. Alle manifestazioni con il velo islamico.

Manifestazioni pacifiche in Siria

ROMA – Alla Casa delle Letterature di Roma (in piazza dell’Orologio) viene presentato il libro “Clandestina a Damasco”, di Antonella Appiano. Si tratta di è lungo reportage, in forma di diario, scritto alla fine di un soggiorno durato tre mesi in Siria, un Paese che ha dimostrato di saper accogliere migliaia di profughi durante i momenti caldi della guerra in Iraq, oggi agitato dalle rivolte e dove è difficilissimo (se non impossibile) svolgere il lavoro di cronista, per l’estrema difficoltà poste dalle autorità siriane nel rilascio di accrediti-stampa. Antonella Appiano  è stata costretta a cambiare diverse identità – come ha raccontato oggi ad Anna Maria Giordano durante Radio 3 Mondo (in onda su Radio 3 alle 11.30 di ogni giorno). Un cambio di identità più volte imposto dalle difficilissime condizioni di lavoro per una giornalista che – come lei stessa ha dichiarato – ha avuto solo tentare di capire cosa stesse succedendo davvero in quel Paese, ascoltando tutti, sia gli oppositori che sono scesi in piazza rischiando di essere ammazzati dalla polizia, che quanti invece restano convintamente schierati con il governo di Bashar al Assad.

continua a leggere sul sito de La Repubblica.it

La Babele di Homs

La città epicentro delle rivolte ospita comunità religiose contrapposte fra loro. Aumentano le testimonianze di violenze e rappresaglie.

La moschea di Khalid b. al-Walid a Homs

Ci sono rappresaglie, omicidi. Armi. Ho paura.” Sono le uniche parole che mi scrive Ammer, pochi giorni fa. Non riesco più ad avere notizie. Ammer vive a Homs, da mesi epicentro delle rivolte siriane.

Già a fine luglio, la cellula di oppositori con cui avevo avuto contatti a Damasco, aveva dichiarato che “una parte dei manifestanti si stava armando, proprio a Homs e Deir-ez-Zor”. La testimonianza di Ammer e quella di un coraggioso giornalista del New York Times(anonimo per ragioni di sicurezza) confermano che la situazione in Siria, almeno adHoms, sta peggiorando.

Alla dura repressione della Leadership di Damasco, ora i manifestanti stanno rispondendo con rappresaglie, colpendo collaborazionisti e esponenti filo-regime. E’ stato ucciso un medico che, secondo gli attivisti, consegnava i feriti ai mukhabarat (i servizi segreti siriani). Ci sono barricate fra quartiere e quartiere.

Ad Homs (terza città siriana situata al centro del Paese, sulla direttrice Aleppo-Damasco) vivono sunniti, cristiani e alawuiti (ramo della galassia musulmana sciita a cui appartiene la famiglia degli Assad). Da un’amica originaria di Homs, che ora vive negli Emirati Arabi, arrivano altre dichiarazioni. “ In città ci sono scontri fra alawuiti e sunniti ma anche frasunniti pro e sunniti contro Bashar”.

Originario di Homs è anche Burhan Ghalioun, sociologo e docente alla Sorbona di Parigi (già indicato ad agosto capo di un Consiglio di transizione mai nato) che, da domenica 2 ottobre, ’anima’ il neonato Consiglio Nazionale siriano. Il Consiglio, a quanto pare, è riuscito a riunire numerose correnti del dissenso siriano, in Patria e all’estero, e a farsi riconoscere anche dai Comitati locali di Coordinamento, la piattaforma che raccoglie gran parte dei ’manifestanti di strada’. Al Consiglio hanno aderito anche rappresentanti dei Fratelli Musulmani, e membri dell’Annuncio di Damasco (dissidenti laici), ma non i rappresentanti del Comitato Centrale per il Cambiamento democratico (Cccp) il gruppo creato, a metà settembre, da alcuni dissidenti storici in patria, fra cui spiccano personalità come Michel KiloAref DalilahIl nuovo Consiglio riuscirà a riunire davvero le varie correnti e a proporre una soluzione politica concreta e unitaria?

Intanto in un clima di tensioni, accuse, smentite, news che si diffondono attraverso il web, prima di essere verificate, è venuto alla luce il caso di Zeinab al Hosni, la 18ennee, diventata un simbolo della rivolta siriana contro il presidente Bashar al Assad . Secondo un rapporto di Amnesty International, infatti, Zeinab era stata torturata e uccisa dagli agenti di sicurezza in modo barbaro dopo essere stata arrestata, a luglio, per spingere suo fratello,Mohammed Dib, un attivista, a costituirsiLa ragazza è invece apparsa sugli schermi della Tv siriana e rappresentanti dell’ufficio libanese di Human Rights Watch (HRW), dopo aver parlato con la madre di Zeinab che ne ha confermato l’identità, hanno smentito la notizia.

Il regime aveva sempre negato il fatto, e ieri (5 ottobre) ha ottenuto anche una vittoria diplomatica grazie alla Russia e alla Cina che hanno posto il veto a una risoluzione contro la Siria presentata da alcuni paesi europei al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Damasco esulta ma i problemi restano. E la crisi siriana non sembra trovare la via per una risoluzione pacifica.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/La-babele-di-Homs (riproducibile citando la fonte)