Idlib

Siria: Tu chiamale se vuoi, elezioni…

piazza Mohafza - Damasco - Antonella Appiano

Un hashtag #BloodElection (elezioni di sangue) e uno slogan Sawa(insieme). Il primo è stato scelto dall’Opposizione siriana all’estero, il 9 maggio, per boicottare le Elezioni Presidenziali che si svolgeranno oggi a Damasco e nei territori controllati dal Regime e dai lealisti. Il secondo è il motto scelto dal Presidente Bashar al-Asad, per la campagna elettorale, una parola che vorrebbe sottolineare il concetto di unità. Ma secondo l’ultimo rapporto  dell’UNRWA e del Syrian Centre for Policy Research,  «il conflitto in Siria ha creato un’economia di violenza incurante dei diritti umani, delle libertà civili e delle leggi; mentre le nuove élite politiche ed economiche usano network locali e internazionali per commerciare illegalmente armi, merci e persone, saccheggiando, rubando, sequestrando persone e sfruttando l’assistenza umanitaria».

Il partito Bath, al potere da 50 anni, propaganda elezioni presidenziali pluralistiche, democratiche e libere. Ma come possono svolgersi elezioni libere in un Paese in piena guerra civile? Dove la radicalizzazione del conflitto armato, scoppiato dopo la dura repressione delle manifestazioni pacifiche iniziate a metà marzo del 2011, sembra senza via di uscita? In un Paese con almeno 160mila morti, 2 milioni e mezzo di profughi e 6 milioni di sfollati interni?  11 milioni di persone senza fonte di sostentamento? Un paese in cui l’inflazione galoppante, schiacciando le famiglie, sta creando un popolo senza speranza?

Per la cronaca. Dato che i candidati sono tre, non si tratta di un referendum, ma di elezioni pluralistiche. Tecnicamente però. Perché, come ha rimarcato Noura Al- Ameer, Vice Presidente del CNS (il Consiglio Nazionale Siriano, la piattaforma dell’Opposizione riconosciuta dall’Occidente): «Queste elezioni sono una tragica farsa. E sono illegittime perché sono stati esclusi, di fatto, i candidati dell’opposizione e quindi tutti gli esuli politici».  A metà marzo, infatti, la legislazione siriana, aveva messo a punto una nuova legge elettorale molto selettiva. Più candidati certo, in queste Presidenziali, e votati dai cittadini.  Quali sono stati, però, i criteri per essere ammessi nella rosa degli ‘aventi diritto’?
Eccoli. Il candidato doveva avere computo 40 anni all’inizio dell’anno della candidatura; nessun precedente penale; nazionalità siriana da parte di tutti e due i genitori, anche loro siriani alla nascita. Altri requisiti: moglie siriana; residenza in Siria da almeno 10 anni e in maniera continuativa. Più facile partecipare alle Olimpiadi.
I requisiti richiesti hanno ‘bocciato‘  i dissidenti storici presenti in Siria o all’estero,  gli esponenti della Coalizione delle opposizioni in esilio, quelli del  Comitato di Coordinamento nazionale (l’Opposizione interna tollerata). Quasi tutti  vivono all’estero oppure sono sposati a ‘non siriane’ o hanno accuse pendenti o condanne per  ‘atti contro il Governo’. Così sono stati esclusi i potenziali  rivali di Bashar al- Asad. E quando, lo scorso 20 aprile, sono state aperte le candidature per le presidenziali,  dei 24 aspiranti che si erano proposti dinanzi alla Corte Suprema, sono rimasti in lizza solo due comparse,  Hassan Nuri, proveniente da una ricca famiglia di Damasco ed ex Ministro dello Sviluppo, e Maher Hajjar, un deputato dell’ex Partito comunista.  E come tutte le comparse, la loro foto non compare in cartellone. Damasco è tappezzata da gigantografie di Bashar al-Asad. Sui muri, sui portoni, ai lati delle vie, sulle automobili.  Bashar serio, in  alta uniforme o in mimetica e occhiali da sole; sorridente e amichevole in abiti civili.

Le elezioni non si svolgeranno in tutto in Paese, ma solo nelle aree controllate dallaleadership di Damasco e dai lealisti. La Siria è in guerra. E le regioni a nord ovest  e a sud di Damasco, non potranno votare perché sotto controllo dell’Opposizione. Quelle a nord est, del gruppo fondamentalista dell’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante).  Non ci sono seggi, dunque, ad Aleppo, la seconda città del Paese.  Né ad Idlib. E nei campi profughi. Urne aperte, dunque, per circa 16 milioni di siriani, circa due terzi della popolazione. A Damasco i seggi sono aperti dalle 7 di questa mattina, per 12 ore. E i risultati saranno annunciati mercoledì.

I ribelli dei vari gruppi e fazionihanno proclamato azioni di sabotaggio: fra sabato e ieri ad Aleppo, sono morte una cinquantina di persone, durante un’offensiva degli oppositori armati contro le zone controllate dal Governo. Un attacco lanciato proprio per protestare contro le elezioni.  I dati sono stati diffusi dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, mentre il Ministro siriano dell’Informazione, Omran al-Zoubi,  ha affermato che i morti sono stati venti nella sola giornata di sabato.

E gli espatriati? Solo chi è espatriato legalmente potrà andare alle urne. Secondo le fonti ufficiali di Damasco, dei  200.000 elettori registrati all’estero, nei giorni scorsi ha votato, presso le Ambasciate siriane, il 95%. L’affluenza è stata alta soprattutto in Libano e in Giordania.
Non hanno votato, invece, i profughi che si sono rifugiati nei Paesi Arabi che hanno appoggiato la campagna di boicottaggio dell’Opposizione, in Turchia, Francia, Germania. E molti siriani,  sono bloccati  in zone dove si combatte. Feriti, malati. Senza cibo senza medicinali.  Stretti a tenaglia fra i bombardamenti dell’aviazione di Assad e  le violenze dei gruppi jihadisti.

Per  offrire un’immagine democratica, comunque, i  rappresentanti di sette Paesi controlleranno le operazioni di voto. Fra questi vi sono gli alleati del regime, Iran e Russia, il Libano, Tagikistan, Uganda, Zimbabwe, Bolivia, Venezuela e Filippine.  Da un punto di vista politico e simbolico per  Bashar al- Asad questa vittoria è importante perché, dopo le ultime vittorie militari, soprattutto la riconquista della città ribelle di Homs, da cui si sono ritirati gli oppositori,  gli permette di legittimare il regime, e il suo ruolo di garante delle minoranze, di difensore della stabilità contro il terrorismo.

Raggiunta telefonicamente  via skipe, Bushra 32, disoccupata, che avevo conosciuto a Damasco nel luglio del 2012, racconta: “Certo il Presidente può contare sul voto delle classi sociali privilegiate, di quelle legate al regime dal punto di vista finanziario, di ampie fasce di cristiani, terrorizzati dalle violenze dei gruppi estremisti. I  cristiani e molti musulmani temono unoStato islamico‘ se cade Bashar. L’opposizione politica è disunita e molti ribelli hanno compiuto crimini,  eppure non penso che chi ha creduto nelle rivolte si arrenda“. Busrha mi aveva parlato con franchezza anche durante il nostro incontro. Le chiedo, quindi, se ci sono state ‘forzature’, intimidazioni. “Credo di sì“, risponde senza esitazioni, “almeno a scopo preventivo. E la campagna elettorale è imponente, ben orchestrata. Mi ha colpito l’appoggio di attori celebri come Duraid Lahham e dell’attrice Salma al Masri, che nei video trasmessi in tv, invitano i cittadini ad andare alle urne con appelli come: il tuo voto è la tua protezione“.

Vittoria scontata, dunque? Sì, ma non risolutiva. Bashar al -Asad vincerà ma più che  il Presidente delle Repubblica araba di Siria fino al 2021, diventerà soltanto il più potente ‘Signore della guerra’ in un territorio diviso, lacerato, stremato.

[Tutte le foto che presentiamo sono tratte dal Blog ‘Dimashilens‘, realizzato da un gruppo di giovani siriani, reporter e attivisti sul campo, che lavorano per registrare e documentare la storia attraverso fotografie e video. «Riportiamo la realtà così com’è, senza la falsificazione al fine di trasmettere un quadro chiaro della vita giorno per giorno a Damasco e nella sua periferia», affermano nella presentazione del loro lavoro.]

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Siria: tu chiamale se vuoi elezioni (riproducibile citando la fonte)

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Cosa succederà ora tra Turchia e la Siria? Damasco ha chiesto scusa ad Ankara e annunciato “l’apertura di una inchiesta”. Da due settimane al confine turco siriano sono in corso combattimenti fra l’esercito regolare e gli oppositori. Non è quindi chiaro chi abbia sparato il tiro di mortaio che ha colpito, l’altro ieri, il villaggio di Akcakale, causando vittime civili. La Turchia ha risposto bombardando la provincia settentrionale di Idlib ma nel pomeriggio ha smesso di attaccare con l’artiglieria le postazioni dell’esercito siriano. E anche se il Parlamento turco ha approvato la richiesta di Erdogan “di condurre operazioni militari fuori dal confine nazionale”, Ankara rassicura la comunità internazionale che non intende agire da sola contro la Siria. E su questo punto il Premier turco è sincero. Vuole il supporto della Nato. Per la seconda volta (la prima nel giugno scorso quando un caccia era stato abbattuto sul Mediterraneo dalla contraerea siriana) ha cercato il ’casus belli’ per un intervento Nato appellandosi all’articolo quattro del trattato, secondo il quale, un attacco contro uno Stato membro è considerato un attacco a tutti i partecipanti dell’Alleanza. Ma né l’Europa né gli Stati Uniti vogliono essere trascinati direttamente nel conflitto. La Cina e la Russia continuano a porre il veto al Consiglio di Sicurezza. E senza dubbio il fermo ’no’ di Mosca gioca un ruolo fondamentale. Come la situazione in Libia che sta degenerando in una spirale di violenza senza controllo. E la presenza in Siria e nell’area regionale, di gruppi jihadisti. I Paesi occidentali sono infatti sempre più preoccupati del peso che i combattenti stranieri hanno conquistato nella rivolta contro gli Assad. Se il fine ultimo è lo stesso, abbattere il regime, gli altri obiettivi, certo non sono in comune.