Isis

Le donne dell’ISIS: tra figli e social media

 

I ruoli degli appartenenti a ISIS sono ben divisi a seconda del sesso: mentre gli uomini combattono, le giovani donne si occupano della propaganda sui social media. I canali digitali sono gli stessi con cui queste vengono arruolate e che useranno a loro volta per coinvolgere altre donne a fare altrettanto.

Sono giovani, usano Skype, Facebook, Twitter, Tumblr, Ask.fm e Kik come qualunque ragazza della loro età.

Bambini - Campo Profughi siriano di Basirma - Shaqlawa - Kurdistan iracheno

Siriani nel Kurdistan iracheno

Basirma – Shaqlawa (Kurdistan iracheno) – Il Campo di Basirma è a circa 80 chilometri a nord- est di Erbil, nel distretto di Shaqlawa. Appare all’improvviso, dietro una curva, come un miraggio bianco disteso nella pianura secca e giallastra in mezzo alle colline. Il campo, è nato nell’agosto 2013, grazie all’intervento della Regione autonoma del Kurdistan e di Organizzazioni Internazionali, ed è ben strutturato, tranquillo. Lungo

Peshmerga 15Base - Yalchi - Kirkuk

Kirkuk: peshmerga, petrolio e territori contesi

Kirkuk (Kurdistan) Iraq – Per arrivare a Kirkuk, circa 80 chilometri a sud di Erbil, lungo la Baghdad road, i check point dell’Esercito curdo, formato dai peshmerga, sono cinque. Ogni volta i documenti vengono controllati con attenzione, così come il bagagliaio dell’automobile.
Dopo l’attacco dei miliziani di Abu Bakr al- Baghdadi, respinti dai peshmerga,

fountain citadel Erbil - Kurdistan Iracheno

La guerra pacifica del Kurdistan

Erbil (Kurdistan) Iraq – E’ tempo di Ramadan e Mohammad Nuri -imprenditore e commerciante di Erbil- ha fissato il nostro appuntamento dopo il tramonto quando il muezzin annuncia la rottura del digiuno, al Café Azado, nel Family Mall.

Ordinando un tè, cita il leader politico curdo, Abdul Rahman Ghassemlou: “non si parla molto dei curdi perché noi non abbiamo mai preso un ostaggio, mai dirottato un aereo e ne sono fiero”.

Iraq: ecco come ISIS usa Twitter

Questo è il primo guest post, sul blog Conbagaglioleggero, di Roberto Favini – che scriverà sempre di Medio Oriente, di Paesi Arabi e aree di crisi – ma attraverso la chiave interpretativa del giornalismo dei dati, fact-checking e delle forme digitali di storytelling.
Buona lettura!

Se al-Qaeda rappresenta il primo soggetto violento non governativo in grado di applicare una strategia di sfida globale verso una superpotenza è anche perché, parallelamente alle operazioni militari sul territorio, ha saputo sfruttare efficacemente i vari media.

Nel corso degli anni ha saputo adattarsi rapidamente ai cambiamenti, utilizzando metodi sempre più sofisticati. Lo si nota particolarmente dall’uso crescente jihadista di Internet e, da qualche anno a questa parte, dei social media.
Nelle ultime settimane i media ci riferiscono sull’avanzata delle truppe di ISIS/ISIL in Iraq,  mentre rimangono consolidati al nord, e si stanno rafforzando nel nord-est della Siria. Negli stessi giorni però è stato anche possibile assistere a diverse novità nell’uso di Twitter a supporto delle operazioni militari.

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crediti: dailymail.co.uk

Anzitutto, una premessa per comprendere meglio il contesto, specie per chi è un po’ a digiuno di sigle e nomi di gruppi jihadisti.

ISIS o ISIL  è un gruppo terroristico nato come costola di al Qaeda, e operativo in Iraq e in Siria,  che ha rivendica presto un suo potere decisionale fino ad essere richiamato in Iraq dallo stesso Zawahiri  (leader di Al Qaida)  e invitato ad abbandonare la questione siriana. Ma il gruppo si è rifiutato di obbedire e ha dichiarato (già all’inizio del 2013)  il suo obiettivo: ricreare un Califfato islamico dell’Iraq e del Levante, sulla base di un’identità etnica, culturale e storica. Per Levante, intende la “Grande Siria” (non la Siria che conosciamo) ma quella che comprendeva invece – prima della divisione dell’Impero Ottomano alla fine della 1° Guerra Mondiale – la Siria di oggi e parte di territorio della Turchia, l’attuale Giordania, Libano, Israele e Iraq.

L’acronimo ISIS sta per ”Islamic State in Iraq and Syria” ma il gruppo fondametalista sunnita viene anche chiamato ISIL, “Islamic State in Iraq and the Levant” .

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crediti: wikipedia.org

Tornando alle modalità di utilizzo dei social media, si può notare come con al-Qaeda le discussioni su netiquette e pratiche scorrette sui social media sono superate; l’organizzazione si distingue infatti per un uso spregiudicato degli strumenti a disposizione e per la totale assenza di rispetto delle regole, come intuibile.

Ovviamente, i social network non ammettono comportamenti simili: li tollerano quando sono borderline ma li bloccano quando vanno oltre, se rilevati o segnalati da altri utenti.

Solitamente, alla sospensione di un account jihadista segue l’apertura di nuovi account, in una sorta di rincorsa continua; questo vale sia per gli account dei militanti che per quelli ufficiali dei vari rami dell’organizzazione.

Per esempio, da venerdì a oggi Twitter ha sospeso otto account affiliati a ISIS, che pubblicavano immagini di esecuzioni di massa. Le motivazioni di queste sospensioni vanno ricercate nei TOS del servizio, ma forse anche in una legge statunitense che vieta a qualsiasi persona o entità degli Stati Uniti di fornire supporto o risorse materiali a un’organizzazione che appare sulla lista ufficiale dei gruppi terroristici.

Uno di questi era l’account @nnewsi, per la cui chiusura Wikileaks ha parlato di censura, ma suscitando molte polemiche.

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Tutti i gruppi estremisti sono sempre più presenti sui social media per reclutare, propagandare e raccogliere fondi; ISIS è uno di quelli più abili in questo approccio.

Le attività di ISIS sui social media seguono uno studio e una pianificazione sofisticati; inoltre, non avendo molti sostenitori on-line, vengono usate strategie per gonfiare e controllare i messaggi.

Il governo iracheno, nel tentativo di contrastare le comunicazioni di ISIS, ha attuato il blocco degli accessi da browser a servizi web come Twitter, Facebook, Youtube, Whatsapp, Viber e Skype, ma solo nelle zone ancora sotto il controllo governativo.

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Per aggirare il blocco degli indirizzi IP di questi servizi, le milizie e i sostenitori di ISIS spiegano come utilizzare il browser crittografato TOR o come recuperare gli account bloccati.

Un altro metodo è quello di realizzare delle app per smartphone specifiche per lo scopo. Una delle iniziative ISIS di maggior successo è infatti un’app in lingua araba per Twitter, chiamata “The Dawn of Glad Tidings”. L’app è stata resa disponibile solo per smartphone Android, in quanto lo store di Apple possiede restrizioni maggiori. In realtà negli scorsi giorni è stata rimossa dal Google Play store, ma dopo essere stata scaricata centinaia di volte. Successivamente è stata riproposta su siti mirror (chiusi e riaperti in continuazione).

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Questa app viene promossa come modo per rimanere sempre aggiornati sulle ultime notizie del gruppo jihadista; una volta scaricata, ISIS richiede i dati personali dell’utente.

Dopo la registrazione, l’app pubblicherà attraverso l’account dell’utente tweet i cui contenuti vengono stabiliti dal team social media di ISIS.

I tweet sono ben studiati, con link, hashtags e immagini; lo stesso contenuto viene twittato da tutti gli account registrati, ma con un leggero ritardo l’uno rispetto all’altro, in modo da aggirare i controlli automatici anti-spam di Twitter. Per il resto del tempo, l’account Twitter è utilizzabile normalmente.

I termini di utilizzo di Twitter in materia sono infatti chiari sulle regole di automazione e pratiche consigliate.

“La creazione massiva o seriale di account con sovrapposizione d’uso, tuttavia, è vietata”

“Le violazioni possono comportare la sospensione permanente di tutti gli account correlati”.

Di seguito, l’andamento dei tweet inviati attraverso l’app di ISIS scegliendo un periodo di osservazione di due ore. Solo il giorno della marcia verso la città di Mosul, i tweet pubblicati in questo modo sono stati circa 40 mila.

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L’app era stata rilasciata già lo scorso aprile, ma solo con l’ultima offensiva è stata utilizzata in modo massiccio, come si può notare da questi altri grafici diffusi dal Telegraph.

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Analizzando la strategia su Twitter di ISIS, si nota come possa essere comparata a una comunicazione corporate, con vere e proprie campagne di marketing con hashtag e operazioni di branding, come quando viene lanciato un nuovo prodotto.

Aiutati da strumenti come l’app descritta, centinaia – a volte migliaia – di attivisti pubblicano ripetutamente nell’arco della giornata tweet che usano un hashtag concordato, che così finirà nei trending topic di Twitter. Questo risultato viene solitamente ottenuto con un una media di 72 retweets per tweet.

Il volume di tutti questi tweet è tale per cui ricercando “Baghdad” su Twitter, le prime immagini proposte siano quelle spinte da ISIS.

Esistono persino account Twitter creati apposta per pubblicare i trending topic del momento, ma soltanto dei contenuti jihadisti.

L’effetto è quello dell’amplificazione del messaggio e dell’esposizione di un numero molto maggiore di utenti.

Jabhat al-Nusra, l’unico gruppo terroristico siriano riconosciuto ufficialmente da al-Qaeda, ha un numero di follower paragonabile a quello di ISIS, ma ottiene risultati molto inferiori.

Nel mese di febbraio ISIS ha spesso ottenuto oltre 10 mila citazioni al giorno per gli hashtag, contro i 2500-5 mila ottenuti da  Fronte al-Nusra ( gruppo estremista salafita operante in Siria).

Secondo l’osservatorio Jihadica, nel mese di maggio l’utilizzo di Twitter è avvenuto in prevalenza da dispositivi Android, per pubblicare contenuti in lingua araba, con un hashtag ben preciso.

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Un altro esempio di utilizzo in stile corporate sono i focus group, come quando gli attivisti avevano promosso, dal basso, un hashtag per chiedere al leader ISIS Abu Bakr al-Baghdadi se non era il caso di cambiare il nome all’organizzazione (da “Stato islamico di Iraq e Siria” a “Califfato islamico”).

Sia al-Qaeda che ISIS sono molto attente anche al targeting: per esempio, i giovani nel Levante i giovani utilizzano quasi esclusivamente Facebook, mentre nel Golfo è più probabile che possano essere raggiunti via Twitter.

Altri obiettivi perseguiti da ISIS attraverso Twitter sono l’intimidazione dei residenti e la diffusione di notizie false. E’ interessante notare anche l’accurata scelta dell’istante per pubblicare i contenuti, che spesso accompagnano le azioni militari in tempo reale; questa tecnica ricorda molto il ruolo dei trombettieri o dei tamburi sui campi di battaglia dei secoli trascorsi.

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Il califfato: dalla Siria all’Iraq, con furore

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Le sigle rischiano di confondere il lettore che legge ISIS (Stato islamico dell’Iraq e della Siria) o ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) senza poter dare agli acronimi lo spessore storico.
‘Siria’ e ‘Levante’ sono termini ingannevoli. In realtà, gli arabi usano invece la parola ‘Sham’ o ‘As-Sham’ che significa ‘la Grande Siria’. Non la Sira di oggi, dunque, (almeno prima delle rivolte e della guerra) che confina con la Turchia a nord, la Giordania e Israele a sud, l’Iraq ad est, e il Libano a ovest. Perché ‘la Grande Siria’, invece, comprendeva -prima della divisione dell’Impero Ottomano con l’Accordo Sykes-Picot (il trattato segreto stilato da due diplomatici britannici e francesi, Mark Sykes e Francois George-Picot , alla fine della Prima Guerra Mondiale per dividere le terre dell’Impero Ottomano tra Gran Bretagna e Francia)- la Siria di oggi più parte dei territori di questi Stati.
Per questo gli arabi non usano le sigle occidentali, ma identificano il gruppo estremista sunnita islamico con il nome di Dawla Islamiya fi Iraq wa Sham chiamato familiarmente Daesh dai siriani.
Il trattato di Sykes-Picot, fu un raggiro a danno della Grande Siria e molti arabi non dimenticano ancora ‘la grande offesa’. Per questo, ancora oggi, molti mediorientali, rifiutano di accettare questa divisione e pensano alla Siria come ‘la Grande Siria’.
E se agli occidentali, il termine ‘Califfato’ può far sorridere e sembrare fuori dal tempo, è bene ricordare che proprio della terra di ‘Sham’ (Bilad al-Sham) questo vasta regione di cui facevano parte anche aree dei Paesi sopra citati, nacque il primo Califfato Islamico, quello degli Omayyadi, dal 661 al 750 d.c., con Damasco capitale.

Chiarito questo primo punto storico, passiamo alla Siria, dove il gruppo estremista di matrice qaidista, è comparso sul terreno più di un anno fa, nel febbraio 2013, sventolando le ormai celebri bandiere nere. Combattendo contro il regime, ma con finalità diverse dall’Esercito Siriano Libero (ESL), quelle, appunto, della creazione di un Califfato islamico. E, in secondo tempo, scontrandosi addirittura con alcune brigate dello stesso ESL e agendo quind, di fatto, come ‘forza controrivoluzionaria’ -e cioè indebolendo i ribelli siriani più che la leadership degli Assad. E’ in Siria che l’ISIS si è rafforzato e ha cominciato la sua espansione verso est, impossessandosi di Mosul, la seconda città irachena e arrivando a pochi chilometri dalla capitale, Baghdad. 

Molto importante, però, al fine della comprensione dei fatti,  è ricordare l’’intrecciarsicontinuo  e il collegamento delle azioni del gruppo, in Siria e in Iraq dal 2013. Infatti, subito dopo la comparsa in  Siria, a Daraya e Aleppo (a febbraio), già nel luglio 2013, il gruppo estremista sunnita, compie una serie di attentati suicidi in Iraq, a Nassiriyya, Mosul, Kirkuk, Bassora. Mentre, nell’agosto 2013,  riesce a conquistare la città di Raqqa, sconfiggendo i ribelli dell’Esercito siriano libero (Esl) alleato con i gruppi salafiti di Jabhat al Nusra e Ahrar ash Sham, che avevano strappato la città al regime, nel 6 marzo 2013.  Dalla conquista di Raqqa, il gruppo comincia a vessare i civili (anche i musulmani non solo i cristiani)  e balzare sulle pagine della cronaca per le azioni crudeli.  Afferma di applicare la Sharia (la legge coranica) ma è una interpretazione radicale, secondo molti analisti, distorta. ‘Lo Stato Islamico’ esegue fustigazioni e taglio delle mani ai ladri, espone pubblicamente chi uccide perché accusato di omicidio o di combattere per il regime. Spesso impone l’abolizione del fumo, della musica e velo integrale alle donne.

Proprio perché ormai ‘Lo Stato Islamicorappresenta un pericolo per le vere forze rivoluzionarie, in Siria, i ribelli che combattono contro Bashar al- Assad, si riuniscono sotto il Fronte islamico e cercano (dal dicembre 2013)  di cacciarlo dal Paese. In un susseguirsi di vittorie  e di sconfitte, alla fine i ribelli siriani perdono. Il risultato finale? A irrobustirsi e a consolidare posizioni o  ad addirittura ad avanzar sono l’Isis e il regime. Inoltre, anche i gruppi di jihadisti stranieri combattono da tempo sui due fronti: Siria e Iraq. Un’azione congiunta comprensibile se si pensa che il fine ultimo è cancellare la frontiera fra i due Paesi per la creazione del Califfato.

Due osservazioni ancora. Se in un primo tempo, abbiamo definito l’Isis (o  Isil o Dawla Islamiya fi Iraq wa Islam), insomma lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, un gruppo di stampo qaidista perché nato con l’approvazione del leader di al QaidaAyman al Zawahiri,  e da un primo nucleo operante in Iraq (ISI) in un secondo tempo, all’inizio del 2013, il leader dell’Isi, Abu Baqr al Baghdadi, comincia prendere decisioni ‘unilaterali’. Proclama la sua fusione con il gruppo del Fronte al -Nursa (che invece rivendica la sua autonomia) fino ad essere richiamato dallo stesso Zawahiri  in Iraq, e invitato a abbandonare la questione siriana. Ma Abu Baqr al Baghdadi rifiuta di obbedire, rivendica la propria autonomia e si definisce Califfo dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.
La seconda. Perché Lo stato Islamico dell’Iraq e del Levante sta collezionando tante vittorie? Superiorità militare sul terreno senza dubbio, però esiste ancora un fattore: la sua organizzazione. Per la prima volta ci troviamo davanti a un gruppo jihadista, estremista che non è nato solo per combattere. Ma per vincere e restare in maniera strutturata. Un gruppo di  tipo ‘parastatale’ anche se, il modello che propone è quello di uno Califfato, uno Stato basato, come abbiamo detto, sulla sharia -anzi su una interpretazione oscurantista, deviata della sharia-  ma che è in grado, quando s’impossessa di un territorio  di rendere operativi scuole, uffici, strutture poliziesche.

Sui media occidentali, il fenomeno Isis vien visto soprattutto come scontro confessionale fra sunniti e sciiti. Ed anche il Presidente iracheno Nuri al Maliki spinge in questa direzione. Ma è riduttivo definire l’Isis solo come gruppo combattente religioso‘. E necessario conoscere la storia. E’ necessario ricordare il potere, la politica, la rivincita.
Si sa, infatti, che in Iraq, la politica di Al Maliki e dei  governi a maggioranza sciita al potere dopo la  caduta di Saddam Hussein, sono stati penalizzanti nei confronti dei sunniti (il 40% della popolazione se consideriamo anche curdi e turcomanni ). Quindi il successo delloStato islamicopuò anche essere visto dai sunniti come  rivincita sul potere sciita. Non solo in Iraq ma anche in Siria, dove la dittatura al potere degli Assad, appartiene al ramo sciita degli  alawiti (nel Paese la percentuale sunnita è del 74%).
E ancora, il richiamo al Califfato, non riguarda solo l’Islam degli albori, delle prime conquiste, ma ricorda lo scontro per il potere secolare, tra le due confessioni del mondo musulmano: sciiti e sunniti.
Proviamo a pensare alle  guerre di religione in Europa. Cattolici e protestanti combatterono per la religione in senso stretto o per il potere secolare? Vittoria dopo vittoria (ma in Iraq alla presa di Mosul, hanno contribuito  gli ex ufficiali di Saddam e i gruppi tribali della provincia), gli Stati Uniti rilasciano dichiarazioni contrastanti di intervento sì e intervento no sul territorio o tramite droni o di una alleanza con l’Iran. I Paesi dell’Unione Europea, l’Italia soprattutto, non contano nulla, né sul piano diplomatico nè operativo, mentre la proclamazione di un  califfato sunnita, a ridosso del confine tra Iraq e Siria, sta diventando concreta.
Per ora solo i guerrieri curdi (i peshmerga)  della regione autonoma del Kurdistan iracheno con capoluogo a Erbil, si sono dimostrati in grado di contrastarli. Dal 12 giugno, dopo che Kirkuk era caduta in mano dell’Isis, è sotto controllo appunto deipeshmerga.
Certo l’attacco dell’Isis al Governo irecheno rappresenta una buona occasione per i curdi iracheni che mirano alla costituzione di uno Stato vero e proprio e in passato si sono scontrati con il Governo di Baghdad per dispute territoriali sul Governatorato di Kirkuk e di Salaheddine. Ora, di fronte alla totale impreparazione dell’Esercito iracheno, la leadership di Baghdad  ha chiesto ufficialmente al Governatorato del Kurdistan di impiegare i peshmerga contro Isis.

In Siria si continua a combattere anche dopo le ‘elezioni presidenziali‘ e le opzioni sono ancora tutte aperte. Un fatto appare, pero, altamente provabile: accordo Sykes-Picot, addio. L’avanzata dell’Isis ha il reale potere di cambiare gli assetti regionali del Medio Oriente e i confini tracciati dall’Occidente dopo la prima guerra mondiale per la spartizione dell’area.

Antonella Appiano per  ©Lindro  Il Califfato: dalla Sira all’ Iraq con furore – Tutti i diritti riservati

Vedi anche: La terza guerra d’Iraq

Per approfondire:

Chi rivuole il Califfato in Siria?
Sogniamo un Kurdistan indipendente
Tu chiamale se vuoi, elezioni …
Siria: scenari possibili post elezioni 2014
Il fondamentalismo islamico
Chi sono i Salafiti
Iraq, una pace mai nata

 

 

Siria: Tu chiamale se vuoi, elezioni…

piazza Mohafza - Damasco - Antonella Appiano

Un hashtag #BloodElection (elezioni di sangue) e uno slogan Sawa(insieme). Il primo è stato scelto dall’Opposizione siriana all’estero, il 9 maggio, per boicottare le Elezioni Presidenziali che si svolgeranno oggi a Damasco e nei territori controllati dal Regime e dai lealisti. Il secondo è il motto scelto dal Presidente Bashar al-Asad, per la campagna elettorale, una parola che vorrebbe sottolineare il concetto di unità. Ma secondo l’ultimo rapporto  dell’UNRWA e del Syrian Centre for Policy Research,  «il conflitto in Siria ha creato un’economia di violenza incurante dei diritti umani, delle libertà civili e delle leggi; mentre le nuove élite politiche ed economiche usano network locali e internazionali per commerciare illegalmente armi, merci e persone, saccheggiando, rubando, sequestrando persone e sfruttando l’assistenza umanitaria».

Il partito Bath, al potere da 50 anni, propaganda elezioni presidenziali pluralistiche, democratiche e libere. Ma come possono svolgersi elezioni libere in un Paese in piena guerra civile? Dove la radicalizzazione del conflitto armato, scoppiato dopo la dura repressione delle manifestazioni pacifiche iniziate a metà marzo del 2011, sembra senza via di uscita? In un Paese con almeno 160mila morti, 2 milioni e mezzo di profughi e 6 milioni di sfollati interni?  11 milioni di persone senza fonte di sostentamento? Un paese in cui l’inflazione galoppante, schiacciando le famiglie, sta creando un popolo senza speranza?

Per la cronaca. Dato che i candidati sono tre, non si tratta di un referendum, ma di elezioni pluralistiche. Tecnicamente però. Perché, come ha rimarcato Noura Al- Ameer, Vice Presidente del CNS (il Consiglio Nazionale Siriano, la piattaforma dell’Opposizione riconosciuta dall’Occidente): «Queste elezioni sono una tragica farsa. E sono illegittime perché sono stati esclusi, di fatto, i candidati dell’opposizione e quindi tutti gli esuli politici».  A metà marzo, infatti, la legislazione siriana, aveva messo a punto una nuova legge elettorale molto selettiva. Più candidati certo, in queste Presidenziali, e votati dai cittadini.  Quali sono stati, però, i criteri per essere ammessi nella rosa degli ‘aventi diritto’?
Eccoli. Il candidato doveva avere computo 40 anni all’inizio dell’anno della candidatura; nessun precedente penale; nazionalità siriana da parte di tutti e due i genitori, anche loro siriani alla nascita. Altri requisiti: moglie siriana; residenza in Siria da almeno 10 anni e in maniera continuativa. Più facile partecipare alle Olimpiadi.
I requisiti richiesti hanno ‘bocciato‘  i dissidenti storici presenti in Siria o all’estero,  gli esponenti della Coalizione delle opposizioni in esilio, quelli del  Comitato di Coordinamento nazionale (l’Opposizione interna tollerata). Quasi tutti  vivono all’estero oppure sono sposati a ‘non siriane’ o hanno accuse pendenti o condanne per  ‘atti contro il Governo’. Così sono stati esclusi i potenziali  rivali di Bashar al- Asad. E quando, lo scorso 20 aprile, sono state aperte le candidature per le presidenziali,  dei 24 aspiranti che si erano proposti dinanzi alla Corte Suprema, sono rimasti in lizza solo due comparse,  Hassan Nuri, proveniente da una ricca famiglia di Damasco ed ex Ministro dello Sviluppo, e Maher Hajjar, un deputato dell’ex Partito comunista.  E come tutte le comparse, la loro foto non compare in cartellone. Damasco è tappezzata da gigantografie di Bashar al-Asad. Sui muri, sui portoni, ai lati delle vie, sulle automobili.  Bashar serio, in  alta uniforme o in mimetica e occhiali da sole; sorridente e amichevole in abiti civili.

Le elezioni non si svolgeranno in tutto in Paese, ma solo nelle aree controllate dallaleadership di Damasco e dai lealisti. La Siria è in guerra. E le regioni a nord ovest  e a sud di Damasco, non potranno votare perché sotto controllo dell’Opposizione. Quelle a nord est, del gruppo fondamentalista dell’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante).  Non ci sono seggi, dunque, ad Aleppo, la seconda città del Paese.  Né ad Idlib. E nei campi profughi. Urne aperte, dunque, per circa 16 milioni di siriani, circa due terzi della popolazione. A Damasco i seggi sono aperti dalle 7 di questa mattina, per 12 ore. E i risultati saranno annunciati mercoledì.

I ribelli dei vari gruppi e fazionihanno proclamato azioni di sabotaggio: fra sabato e ieri ad Aleppo, sono morte una cinquantina di persone, durante un’offensiva degli oppositori armati contro le zone controllate dal Governo. Un attacco lanciato proprio per protestare contro le elezioni.  I dati sono stati diffusi dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, mentre il Ministro siriano dell’Informazione, Omran al-Zoubi,  ha affermato che i morti sono stati venti nella sola giornata di sabato.

E gli espatriati? Solo chi è espatriato legalmente potrà andare alle urne. Secondo le fonti ufficiali di Damasco, dei  200.000 elettori registrati all’estero, nei giorni scorsi ha votato, presso le Ambasciate siriane, il 95%. L’affluenza è stata alta soprattutto in Libano e in Giordania.
Non hanno votato, invece, i profughi che si sono rifugiati nei Paesi Arabi che hanno appoggiato la campagna di boicottaggio dell’Opposizione, in Turchia, Francia, Germania. E molti siriani,  sono bloccati  in zone dove si combatte. Feriti, malati. Senza cibo senza medicinali.  Stretti a tenaglia fra i bombardamenti dell’aviazione di Assad e  le violenze dei gruppi jihadisti.

Per  offrire un’immagine democratica, comunque, i  rappresentanti di sette Paesi controlleranno le operazioni di voto. Fra questi vi sono gli alleati del regime, Iran e Russia, il Libano, Tagikistan, Uganda, Zimbabwe, Bolivia, Venezuela e Filippine.  Da un punto di vista politico e simbolico per  Bashar al- Asad questa vittoria è importante perché, dopo le ultime vittorie militari, soprattutto la riconquista della città ribelle di Homs, da cui si sono ritirati gli oppositori,  gli permette di legittimare il regime, e il suo ruolo di garante delle minoranze, di difensore della stabilità contro il terrorismo.

Raggiunta telefonicamente  via skipe, Bushra 32, disoccupata, che avevo conosciuto a Damasco nel luglio del 2012, racconta: “Certo il Presidente può contare sul voto delle classi sociali privilegiate, di quelle legate al regime dal punto di vista finanziario, di ampie fasce di cristiani, terrorizzati dalle violenze dei gruppi estremisti. I  cristiani e molti musulmani temono unoStato islamico‘ se cade Bashar. L’opposizione politica è disunita e molti ribelli hanno compiuto crimini,  eppure non penso che chi ha creduto nelle rivolte si arrenda“. Busrha mi aveva parlato con franchezza anche durante il nostro incontro. Le chiedo, quindi, se ci sono state ‘forzature’, intimidazioni. “Credo di sì“, risponde senza esitazioni, “almeno a scopo preventivo. E la campagna elettorale è imponente, ben orchestrata. Mi ha colpito l’appoggio di attori celebri come Duraid Lahham e dell’attrice Salma al Masri, che nei video trasmessi in tv, invitano i cittadini ad andare alle urne con appelli come: il tuo voto è la tua protezione“.

Vittoria scontata, dunque? Sì, ma non risolutiva. Bashar al -Asad vincerà ma più che  il Presidente delle Repubblica araba di Siria fino al 2021, diventerà soltanto il più potente ‘Signore della guerra’ in un territorio diviso, lacerato, stremato.

[Tutte le foto che presentiamo sono tratte dal Blog ‘Dimashilens‘, realizzato da un gruppo di giovani siriani, reporter e attivisti sul campo, che lavorano per registrare e documentare la storia attraverso fotografie e video. «Riportiamo la realtà così com’è, senza la falsificazione al fine di trasmettere un quadro chiaro della vita giorno per giorno a Damasco e nella sua periferia», affermano nella presentazione del loro lavoro.]

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Siria: tu chiamale se vuoi elezioni (riproducibile citando la fonte)

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Noura al Ameer

Noura al – Ameer, hijab colorato e sorriso aperto, è vice Presidente dl CNS, il Consiglio Nazionale Siriano (National Coalition for Syrian Revolutionary and Opposition Forces). Una delle pochissime donne, fra l’altro, a far parte dell’unica piattaforma politica di Opposizione riconosciuta dalle Diplomazie Occidentali (3 esponenti femminili su 122 membri). La incontriamo al seminario organizzato dall’Istituto Affari internazionali (IAI) sul tema “Sviluppi della Crisi Siriana e recenti prospettive” dove è intervenuta insieme al Segretario Generale del Cns, Badr Jamous, e all’attivista per i diritti umani Michel Kilo.
Da Noura Al-Ameer, vorremmo sapere qualcosa di più preciso sul collegamento fra la società civile in Siria e il CNS. Perché uno dei problemi maggiori della formazione politica, che per ovvie ragioni risiede all’estero, ci è sempre parso il contatto con le forze che operano sul terreno, fra cui appunto, quelle dei movimenti di opposizione non-violenta, degli attivisti civili.
Una breve premessa. Sappiamo che in Siria, esiste una società civile impegnata nella ricostruzione del Paese (soprattutto nelle zone liberate dall’ESL) e nella lotta contro la formazione integralista dell’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) che di fatto sta agendo come forza di contro-rivoluzione perché attacca anche i civili, gli attivisti e l’Esercito Siriano Libero.

In Italia si parla poco dei Comitati civili perché i media a larga diffusione tendono a semplificare e dividono la Siria in due sezioni nette, contrapponendo il regime di Bashar al-Assad  ai  gruppi jihadisti radicali. E mettondo in risalto solo le notizie relative alle violenze che, come sempre purtroppo, attirano un maggior numero di pubblico e lettori. Molti protagonisti delle proteste pacifiche della prima fase delle Rivolte (iniziate nel marzo 2011) sono morti o si trovano in carcere o sono fuggiti. Ne ho incontrati alcuni, al Cairo, nell’aprile del 2013. «Raccontalo che per noi la rivoluzione era libertà e giustizia, che non volevamo le armi e la guerra e tutto questo orrore  e sangue. Raccontalo o finiremo con l’essere dimenticati».

Ma c’è chi continua a operare in Siria, nonostante il pericolo rappresentato dal regime e dai gruppi jihadisti più radicali.

E come fa notare Noura al- Ameer, «si sta formando nel Paese anche una nuova generazione di cittadini impegnati, che lavorano insieme non considerando affatto la confessione di appartenenza, lo stato sociale, i clan».  Di fatto questa generazione, rappresenta una realtà molto piccola, un’isola, nell’oceano di un conflitto crudele, intenso, interminabile ma non per questo va ignorata. Soprattutto perché potrebbe costituire il nucleo di un processo di riconciliazione nazionale, indispensabile quando (si spera il più presto possibile) cesserà la guerra.

Il consiglio nazionale siriano è presente in questi gruppi? E se sì, dove e come opera?

Abbiamo alcuni rappresentanti ad Aleppo, Idlib, Daraa, che vivono stabilmente in queste zone. Altri le visitano regolarmente. E’ importante seguire una linea comune. Siamo anche collegati attraverso canali d’informazione come i social media (protetti per non poter essere intercettati dal regime). Il nostro compito è formativo e operativo. Lo sforzo per ora è concentrato nel fornire servizi di base alla popolazione: acqua, elettricità, assistenza sanitaria, impiantare ospedali da campo. Insieme ai comitati locali stiamo elaborando progetti agricoli anche per la coltivazione del cotone e la costruzione di mulini per procurare la farina.

Da qualche parte bisogna pure cominciare, certo.

Ma in Siria è sempre guerra conclamata, tre anni di conflitti, 150mila morti, 6, 7 milioni di profughi interni, 3 milioni di rifugiati all’estero, infrastrutture e patrimonio artistico distrutti. Famigli divise, animi divisi. Perché venga ricostruita una Siria (unita, federalizzata è indipensabile che a parlare non siano le armi.  Però, una vittoria netta sul campo, da parte di uno degli schieramenti, per ora è lontana. Anche se il regime controlla l’asse strategico Damasco – Homs – Latakya; l’esercito siriano libero (ESL) il nord ovest del paese (Aleppo e Idlib) e parte del fronte sud (Deraa e Quneitra). Molte volte, nel corso degli ultimi anni, sono state annunciate battaglie decisive, “madri di tutte le battaglie” l’ipotesi appare poco realistica.

La soluzione per far cessare il conflitto? Per Noura la soluzione può essere soltanto politica, attraverso la mediazione delle super potenze e della comunità internazionale. Come già Michel Kilo, ribatte che senza un processo di pace mediato e un governo transitorio di unità nazionale, non è possibile arrivare a un cessate al fuoco reale e duraturo, a una stabilizzazione dell’area.

La conferenza di Ginevra II è fallita, e l’Occidente preoccupato dalla Crisi in Ucraina, sembra non solo aver dimenticato la Siria, ma anche non credere più che una qualche soluzione di compromesso accettabile sia possibile. Insomma le super potenze (Russia e Usa), l potenze occidentali e regionali, dopo aver contribuito con le loro interferenze al prolungamento della guerra civile, sono indifferenti alle sorti della Siria. Eppure sappiamo bene che la guerra siriana ormai è un problema che riguarda anche noi. Chiudere gli occhi, non servirà a nessuno.
Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Voci della Opposizione siriana (riproducibile citando la fonte)

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