Rivolte siriane

Qui Siria - Clandestina ritorna a Damasco edizioni Quintadicopertina

Qui Siria – Clandestina ritorna a Damasco

Qui Siria. Clandestina ritorna a Damasco” è il mio secondo libro sulla Siria. Ma questa volta per raccontare  ciò che ho visto nel Paese nei viaggi successivi al 2011,  la trasformazione delle rivolte pacifiche  in guerra civile,  e i fatti  fino ai giorni d’oggi, ho scelto di scrivere un ebook. Perché permette –  attraverso collegamenti multimediali, foto, mappe, approfondimenti, timeline –  una lettura più ricca e intensa. Quasi vissuta in prima persona dal lettore.

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La svolta nella battaglia di Damasco: dove sarà ora il presidente Bashar al Assad?

La battaglia di Damasco ha segnato una svolta. L’attentato al Palazzo della Sicurezza Nazionale in cui sono rimasti uccisi importanti esponenti dell’esercito e dell’intelligence − tra cui il Ministro siriano della Difesa Dawoud Rajiha, il viceministro della Difesa ed ex capo dei servizi di sicurezza militari, Assef Shawkat (marito della sorella del Presidente, Bushra) e Hasan Turkmani, a capo della cellula anti crisi − rappresenta senza dubbio un attacco al simbolo del Potere. Ma del potere ‘formale’ (quello diciamo di facciata composto dal Parlamento, dal Governo, dalla Corte di Giustizia), non decisionale.
In Siria infatti è il poter ‘informale’ (composto dai Servizi di sicurezza e dai Corpi speciali dell’esercito) a prendere le decisioni, oltre naturalmente al Presidente.

Non sappiamo in questo momento se Bashar al Assad abbia lasciato o meno Damasco. Fonti dell’Opposizione affermano che si sia “rifugiato a Lattakia”, ma con certezza, sappiamo solo che il Rais non era nella sede dell’Ufficio della Sicurezza Nazionale al momento dell’attentato. Il Palazzo si trova in un quartiere al nord della città, Abu Roumaneh, accanto a piazza al Malki (dove ci sono molte ambasciate, anche quella italiana) e molto vicino alla Residenza presidenziale, un’area super controllata. E questo pone interrogativi sulla dinamica dell’esplosione. Auto kamizake, una bomba lasciata all’interno del Palazzo o un kamikaze, un uomo insospettabile, che indossava una cintura esplosiva?

I combattimenti fra gli oppositori dell’Esercito siriano libero e l’esercito regolare, per la prima volta si sono spostati dalla periferia della capitale al centro. E proseguono da cinque giorni.
A Midan, quartiere sunnita conservatore a sud della Città vecchia, a Kafar Suse, già teatro di manifestazioni nei mesi scorsi. Questi scontri cono attestati anche da testimonianze, attraverso alcune telefonate via skype con cui sono riuscita a raggiungere Damasco. “Si spara, ci sono elicotteri e blindati a Midan”, dice un medico residente nel quartiere.
Fonti non confermate, riferiscono che si combatte anche a Sharia Baghad e nel quartiere di Muhajirin vicino a una caserma della Quarta Divisione comandata dal fratello del Presidente, Maher.

L’esito degli scontri, però non è ancora certo. Molti gli interrogativi. Non solo sulla sorte del Presidente, sulla dinamica dell’attentato o sull’accresciuta capacità dei ribelli che appare rinforzata da aiuti esterni.
Ultimo ma certo non meno importante interrogativo: che cosa faranno gli alawuiti (la setta minoritaria sciita, cui appartengono gli Assad) al potere (sia pur con elementi cooptati dalla comunità sunnita e cristiana) che hanno continuato a sostenere la leadership di Damasco? Continueranno a combattere? Si ritireranno nella regione di provenienza (le montagne fra il Mediterraneo e la piana dell’Oronte)? La caduta del Presidente provocherebbe una vera e propria crisi del sistema, travolgendo come un’onda tutta la società.

Una cosa però è certa. La guerra civile non resterà confinata nel Paese. Ci saranno ripercussioni sulla regione. La Siria confina con Paesi caldi come Libano, Iraq, Israele. Gli interessi in gioco sono tanti. Per esempio quello dell’Occidente e dei Paesi del Golfo che hanno sostenuto l’opposizione armata nel sostituire il regime con una leadership sunnita per isolare gli Hezbollah libanesi e l’Iran sciita, troppo forte per essere attaccato. Un Iran che dà fastidio agli Stati Uniti per il nucleare e per il dominio nel Golfo del petrolio. Nata come rivolta socio-economica, la crisi siriana rischia di trasformare il Paese in un nuovo Libano o comunque di essere strumentalizzata da potenze esterne, arabe, occidentali, turche. Siria. Una guerra per procura?

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/dove-sara-ora-il-presidente-bashar-al-assad/ (riproducibile citando la fonte).

Intervista a un membro anonimo dell’opposizione: Siria, “è una rivolta sociale”

Beirut − Ieri mattina presto a Damasco è arrivato il tam-tam sugli scontri nei sobborghi della capitale, fra l’esercito regolare e gli oppositori armati. Un rincorrersi di voci degli abitanti di Sidi Qadad, di al Qazaz, Tadamun. Ancora una volta, come già è successo nelle settimane scorse, la periferia sta attaccando il centro. Quartieri poveri, agglomerati cresciuti come funghi senza piani regolatori dopo l’immigrazione massiccia dalle campagne degli ultimi anni. Damasco solo qualche anno fa contava un milione e mezzo di abitanti, ora ci vivono circa sei milioni di persone.

Un membro dell’Opposizione siriana che ha partecipato anche all’Incontro al Cairo del 2 luglio come indipendente − e che naturalmente chiede l’anonimato − incontrato due giorni fa a Damasco, afferma che “i principali gruppi di Opposizione hanno ormai trovato l’accordo con l’esercito Siriano libero”. Racconta: “All’inizio sono stato a favore di un’Opposizione senza armi ma ora non più. Abbiamo bisogno di un braccio armato”. Eppure il FSA (Free Syrian Army) aveva boicottato la riunione, gli ricordo. “È vero, però le divisioni si stanno appianando. Abbiamo capito che se vogliamo davvero cambiare il sistema dobbiamo lottare insieme”.

Abdul (lo chiamerò con questo nome) afferma che anche molti cristiani e alawuiti (la minoranza sciita cui appartiene la famiglia del Presidente Bashar al Assad, circa il 13% della popolazione) adesso “hanno passato la barricata”. Aggiunge: “Gli alawuiti hanno cooptato una larga fetta di borghesia sunnita e cristiana anche se occupano circa l’80% degli alti comandi militari e della sicurezza. Voi occidentali sbagliate quando affermate che questo è scontro settario, confessionale. È una rivolta nata su basi sociali, economico-sociali. Il Presidente Bashar, al contrario del padre Hafez, ha trascurato le campagne. I contadini si sono impoveriti e la politica di liberalizzazione ha accresciuto i problemi. La disoccupazione è arrivata alla soglia del 30%. Anche la privatizzazione degli enti pubblici non ha portato gli effetti positivi sperati perché la corruzione ha favorito solo certi gruppi al potere. Solo in un secondo tempo quindi, le rivolte sono diventate una questione politica”.

Secondo Abdul “le armi vengono pagate da imprenditori che vivono all’estero, portate dai soldati disertori o comperate di contrabbando”. Ma ammette un coinvolgimento di Paesi stranieri. E la presenza di “gruppi di jihadisti”. “E non pensate di poter essere strumentalizzati?” domando. “No, risponde. La parte sana e laica della Siria vincerà.” Ma ormai la rivolta si è trasformata in guerra civile. Nega. Insisto. “Se un siriano uccide un altro siriano…”. Non risponde. “C’è purtroppo anche delinquenza comune, piccole fazioni fuori controllo” ammette. Intanto anche la Croce Rossa Internazionale dichiara che “il conflitto siriano ormai è così diffuso da dover essere classificato come guerra civile”.

Fino a che sono rimasta in città non ho visto colonne di fumo e non ho sentito bombardamenti da Midan, il quartiere a maggioranza sunnita a sud ovest di Old Town, nella capitale. Un quartiere pieno di moschee perché in passato da questa zona partivano le carovane di pellegrini diretti alla Mecca. Un quartiere ribelle anche durante la dominazione ottomana e l’occupazione francese. Bombardato dai francesi durante la rivolta siriana del 1925. Ma ieri pomeriggio e stamattina le agenzie hanno riportato la notizia di veicoli corazzati nel quartiere per controllare le strade principali di accesso. Da Beirut chiamo inutilmente al telefono Bassam che vive in zona. Il telefono squilla a vuoto.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/Siria-e-una-rivolta-sociale/ (riproducibile citando la fonte).

Reportage o no? Sulla Siria gli occhi di una giornalista clandestina.

da l’Unità.it

di Ella Baffoni.

manifestazione a favore di Bashar al-Assad

Andare, guardare, capire, riferire. Le regole del giornalismo, in sintesi sono queste. Il fatto è che questo mestiere è molto cambiato – non so se in meglio – in questi anni. Un esempio ne dà il libro di Antonella Appiano “Clandestina a Damasco” (Castelvecchi, 124 pgg, 12.50 euro). Esperta di Medio oriente, Appiano ha fatto quel che avrebbe fatto un giornalista dell’altro secolo. Durante la primavera araba è tornata in Siria nel marzo scorso, iscrivendosi all’università per celare la vera ragione del suo viaggio, per cercare di cogliere cosa accadeva in uno dei paesi più “chiusi” agli inviati occidentali. E ha reso evidente un curioso paradosso.

E’ vero, la Siria è grande. E a Damasco c’è qualche manifestazione dell’opposizione, fortunatamente senza feriti, e molte filogovernative. Ma a Damasco arrivavano le notizie dalle altre città, a volte quasi di prima mano, a Damasco la giornalista assiste ai discorsi del presidente Bashar e ne discute con intellettuali, ascolta testimoni, si fa un’idea. E poi cerca, invano, di raggiungere Homs. Daraa, Suweia, Latakia, i luoghi delle proteste.

Si fa domande, cerca risposte. Davvero i siriani vogliono riforme, non rivoluzione?

Il presidente Bashar non è odiato: giovane, colto, non assetato di potere, è però condizionato dall’esercito e dalle autorità islamiche. Il regime è regime, certo: una dittatura. Ma se nelle campagne le condizioni di vita sono durissime, a Damasco e Aleppo c’è una borghesia teme di aver qualcosa da perdere da una rivolta radicale. E l’opposizione è debole ancora, sfrangiata. L’evoluzione, se ci sarà, sarà lenta. Ma che sia possibile è già un grande cambiamento.

Intanto una notizia la trova: la blogger siriana Amina, che compare ormai su tutti i media occidentali, non esiste. Militante lesbica, a Damasco non la conosce nessuno, ma neanche nelle altre città. I cyber attivisti siriani lo avevano detto: scrive troppo bene in inglese, vivrà all’estero. E dubitano anche del racconto del suo mancato arresto (la polizia era andata per arrestarla, il padre l’ha difesa e li ha respinti. Incredibile: quando la polizia siriana deve arrestare qualcuno, lo fa, punto) . Infatti Amina è un’invenzione di Thomas MacMaster, Georgia. Da Damasco la giornalista italiana aveva annusato la bufala.

Appiano torna in Italia, poi, in luglio riparte. Compra un biglietto per Damasco ma scende dall’aereo ad Aleppo, arriva a Latakia, a Homs, torna a Damasco. E’ qui, che finalmente, incontra la rivolta. Un fiume di uomini che chiede unità e libertà, “Meglio la morte che l’umiliazione”. E’ qui che i militari attaccano con i lacrimogeni, li disperdono. La polizia spara ad altezza d’uomo, in questi mesi i morti sul campo sono stati quattromila.

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“Clandestina a Damasco”, una cronista in Siria. (da Repubblica.it)

Antonella Appiano è l’autrice del reportage costruito giorno dopo giorno in tre mesi di permanenza nel paese mediorientale, con le sue diversissime etnie e religioni, oltre che con le centinaia di migliaia di profughi fuggiti dalla guerra irachena. Le molte identità che è stata costretta ad assumere. Alle manifestazioni con il velo islamico.

Manifestazioni pacifiche in Siria

ROMA – Alla Casa delle Letterature di Roma (in piazza dell’Orologio) viene presentato il libro “Clandestina a Damasco”, di Antonella Appiano. Si tratta di è lungo reportage, in forma di diario, scritto alla fine di un soggiorno durato tre mesi in Siria, un Paese che ha dimostrato di saper accogliere migliaia di profughi durante i momenti caldi della guerra in Iraq, oggi agitato dalle rivolte e dove è difficilissimo (se non impossibile) svolgere il lavoro di cronista, per l’estrema difficoltà poste dalle autorità siriane nel rilascio di accrediti-stampa. Antonella Appiano  è stata costretta a cambiare diverse identità – come ha raccontato oggi ad Anna Maria Giordano durante Radio 3 Mondo (in onda su Radio 3 alle 11.30 di ogni giorno). Un cambio di identità più volte imposto dalle difficilissime condizioni di lavoro per una giornalista che – come lei stessa ha dichiarato – ha avuto solo tentare di capire cosa stesse succedendo davvero in quel Paese, ascoltando tutti, sia gli oppositori che sono scesi in piazza rischiando di essere ammazzati dalla polizia, che quanti invece restano convintamente schierati con il governo di Bashar al Assad.

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La Babele di Homs

La città epicentro delle rivolte ospita comunità religiose contrapposte fra loro. Aumentano le testimonianze di violenze e rappresaglie.

La moschea di Khalid b. al-Walid a Homs

Ci sono rappresaglie, omicidi. Armi. Ho paura.” Sono le uniche parole che mi scrive Ammer, pochi giorni fa. Non riesco più ad avere notizie. Ammer vive a Homs, da mesi epicentro delle rivolte siriane.

Già a fine luglio, la cellula di oppositori con cui avevo avuto contatti a Damasco, aveva dichiarato che “una parte dei manifestanti si stava armando, proprio a Homs e Deir-ez-Zor”. La testimonianza di Ammer e quella di un coraggioso giornalista del New York Times(anonimo per ragioni di sicurezza) confermano che la situazione in Siria, almeno adHoms, sta peggiorando.

Alla dura repressione della Leadership di Damasco, ora i manifestanti stanno rispondendo con rappresaglie, colpendo collaborazionisti e esponenti filo-regime. E’ stato ucciso un medico che, secondo gli attivisti, consegnava i feriti ai mukhabarat (i servizi segreti siriani). Ci sono barricate fra quartiere e quartiere.

Ad Homs (terza città siriana situata al centro del Paese, sulla direttrice Aleppo-Damasco) vivono sunniti, cristiani e alawuiti (ramo della galassia musulmana sciita a cui appartiene la famiglia degli Assad). Da un’amica originaria di Homs, che ora vive negli Emirati Arabi, arrivano altre dichiarazioni. “ In città ci sono scontri fra alawuiti e sunniti ma anche frasunniti pro e sunniti contro Bashar”.

Originario di Homs è anche Burhan Ghalioun, sociologo e docente alla Sorbona di Parigi (già indicato ad agosto capo di un Consiglio di transizione mai nato) che, da domenica 2 ottobre, ’anima’ il neonato Consiglio Nazionale siriano. Il Consiglio, a quanto pare, è riuscito a riunire numerose correnti del dissenso siriano, in Patria e all’estero, e a farsi riconoscere anche dai Comitati locali di Coordinamento, la piattaforma che raccoglie gran parte dei ’manifestanti di strada’. Al Consiglio hanno aderito anche rappresentanti dei Fratelli Musulmani, e membri dell’Annuncio di Damasco (dissidenti laici), ma non i rappresentanti del Comitato Centrale per il Cambiamento democratico (Cccp) il gruppo creato, a metà settembre, da alcuni dissidenti storici in patria, fra cui spiccano personalità come Michel KiloAref DalilahIl nuovo Consiglio riuscirà a riunire davvero le varie correnti e a proporre una soluzione politica concreta e unitaria?

Intanto in un clima di tensioni, accuse, smentite, news che si diffondono attraverso il web, prima di essere verificate, è venuto alla luce il caso di Zeinab al Hosni, la 18ennee, diventata un simbolo della rivolta siriana contro il presidente Bashar al Assad . Secondo un rapporto di Amnesty International, infatti, Zeinab era stata torturata e uccisa dagli agenti di sicurezza in modo barbaro dopo essere stata arrestata, a luglio, per spingere suo fratello,Mohammed Dib, un attivista, a costituirsiLa ragazza è invece apparsa sugli schermi della Tv siriana e rappresentanti dell’ufficio libanese di Human Rights Watch (HRW), dopo aver parlato con la madre di Zeinab che ne ha confermato l’identità, hanno smentito la notizia.

Il regime aveva sempre negato il fatto, e ieri (5 ottobre) ha ottenuto anche una vittoria diplomatica grazie alla Russia e alla Cina che hanno posto il veto a una risoluzione contro la Siria presentata da alcuni paesi europei al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Damasco esulta ma i problemi restano. E la crisi siriana non sembra trovare la via per una risoluzione pacifica.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/La-babele-di-Homs (riproducibile citando la fonte)

La quarta volta di Bashar

Oggi il Presidente siriano Bashar al-Assad dovrebbe fare il quarto discorso alla nazione. Trasmesso in tv.

Immagine del Presidente Bashar su magliette. Aleppo liglio 2011

http://www.dp-news.com/en/detail.aspx?articleid=93838

Siamo in attesa, Presidente.