Dal convegno dei “Musulmani 2G”, le seconde generazioni, com’è lontana la Svizzera dei minareti

Torino, 1-2 dicembre 2009, Convegno Nazionale “Musulmani 2G- Diritti e doveri dei giovani musulmani di seconda generazione”, promosso dal CIPMO (Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente) in collaborazione con l’Associazione Giovani Musulmani italiani, L’istituto di Studi Storici Gaetano Salvemini e l’Associazione FIERI (rete di studi interdisciplinari per lo studio dei fenomeni migratori e l’inclusione delle comunità straniere).
Atmosfera intensa e partecipe nella sala del Circolo dei Lettori del seicentesco Palazzo Granieri della Roccia che ospita il convegno. La presentazione ufficiale davanti a un pubblico eterogeneo: docenti universitari, ricercatori, cittadini partecipi,  giovani donne in hijab…
 Janiki Cingoli, Direttore del CIPMO, pone subito l’accento sullo scopo dei lavori. Analizzare “il tema dei giovani musulmani di seconda generazione da tre punti di vista: la vita quotidiana, gli aspetti giuridici, il confronto tra le diverse esperienze europee”. Secondo le stime ufficiali, oggi, i giovani musulmani in Italia sono 200.000, di cui l’80% è nato nel nostro Paese o vi è arrivato giovanissimo con i genitori. Una realtà composita, dato che le origini dei ragazzi fanno riferimento a circa 50 nazionalità differenti. 
Hanno frequentato le nostre scuole, parlano perfettamente l’italiano, tifano per la Juventus o la Roma. Eppure, al di là delle immagini preconfezionate e i soliti stereotipi, non sappiamo veramente chi sono questi ragazzi. Come vivono? Che cosa studiano? Dove lavorano? Quali sono i problemi che devono affrontare ogni giorno? Lo scopriremo nel corso del Convegno…
Omar Jibril, 25enne, una laurea in ingegneria, è Presidente dell’Associazione Giovani Musulmani d’Italia.
Dopo aver incominciato la presentazione con il rituale “Nel nome di Allah il Misericordioso”, dichiara subito, con piglio imprenditoriale,  “siamo soddisfatti di essere stati interpellati  come “soggetti” e non solo come “oggetto” del convegno”. E prosegue spiegando che “ il giovane musulmano è sempre in bilico fra due processi. Il primo è il principio di negazione di se stesso e delle proprie origini, nel tentativo di diventare il più possibile simile ai coetanei autoctoni”. Le conseguenze? “Disagio interiore e problemi nei rapporti familiari. Il secondo processo è il principio di negazione della società. Avviene, quando invece il ragazzo si chiude e frequenta solo coetanei con genitori dello stesso paese di provenienza. Una vera e propria auto-ghettizzazione, insomma”. Obiettivo dell’associazione, proprio quello di aiutare i ragazzi a trovare un equilibrio d’identità. Certamente i musulmani di seconda generazione  hanno bisogno di un confronto franco con le istituzioni e non di atteggiamenti paternalistici. E’ necessario adottare soluzioni efficaci per una integrazione reale.
 Fra il pubblico, Hisham Elmautaoukil, arrivato dal Marocco a 8 anni, studente a “Scienze Infermieristiche”.  Che cosa pensi del Convegno? “L’inizio è promettente. Siamo stati chiamati qui. Possiamo far sentire la nostra voce”. Dello stesso parere Mongi Ayari, paese di origine Tunisia. Ayary  fa parte di una Cooperativa Sociale torinese, “Sanabil”, impegnata in progetti  mediazione culturale. “Un’iniziativa importante, significativa,controcorrente. Soprattutto nel clima- acuito in questi giorni- di paura, di diffidenza nei confronti dell’Islam”. In effetti, anche se i relatori ne hanno fatto cenno (la notizia imponeva un commento), qui, al Circolo dei Lettori a Torino, il “No ai minareti” della Svizzera, sembra davvero lontano.

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