Qatar: luci ed ombre

I lavoratori, per la maggior parte stranieri, non hanno tutele e non riescono ad integrarsi

Rami lavora dalle cinque della mattina alle due del pomeriggio. Scarica cassette ai mercati, vicino all’Omani suq di Doha. Abita fuori città in una specie di complesso-dormitorio con una doccia comune, e servizi igienici carenti. Ma lui non si lamenta. Racconta che certi suoi amici stanno peggio perché “dormono in stanze senza finestre“. “Molti operai – continua – vivono in mezzo al deserto, impiegano due ore per raggiungere il posto di lavoro e possono solo spostarsi con i pullman del Governo”Ai lavoratori single, recentemente, per legge, è stato vietato di abitare nelle zone residenziali della capitale.Prima – spiega ancora Rami – molti lavoratori indiani riuscivano ancora a stare ammassati in qualche casa in un’area centrale. Ma con la nuova legge potranno solo abitare nei campi di lavoro costruiti per loro fuori Doha“.

In Qatar, su una popolazione di circa 1.7 milioni di persone, gli indigeni, i ‘veri qatarioti’sono soltanto 225.000. Invece l’ 80% circa della forza lavoro è straniera, proveniente soprattutto dall’India, dal Pakistan, dalle Filippine, dal Bangladesh. Sono lavoratori migranti. Una massa di filippini, nepalesi, pachistani, thailandesi, etiopi, sudanesi di seconda e terza categoria, privi di diritti politici, e sfruttati dai datori di lavoro . Nei cantieri, i turni sono massacranti: 50-55 ore alla settimana per un mensile medio di 500 ryal (circa 100 euro) spesso a temperature insopportabili. E dall’ultimo rapporto Amnesty risulta che le domestiche immigrate sono spesso vittime di percosse e di violenze sessuali.

Che cosa significa essere poveri e ’schiavi’ in un Paese che la rivista americana Forbes ha appena classificato come il più ricco del mondo grazie all’ aumento dei prezzi del petrolio ed alle riserve di gas naturali? Gli immigrati hanno paura a parlare. Susy, una thailandese, impiegata in un autonoleggio, mi spiega sottovoce che “può perdere il lavoro in qualsiasi momento”. Nessuno la tutela. – E le condizioni di vita? La casa? “Tutto dipende dalla Compagnia” e non vuole aggiungere altro. Certo, ci si può domandare: che cosa accadrebbe se questa massa di gente prendesse il controllo? E allora viene ghettizzata. Discriminata. “Anche se uno di noi sposasse una donna qatariota rimarrebbe straniero, non diventerebbe mai cittadino. E neppure i suoi figli”, aggiunge ancora Rami.

I migranti non hanno la possibilità di integrarsi e sono privi di tutele e di rappresentanza sindacale. Rappresentano soltanto forza lavoro per costruire i bellissimi grattacieli, i centri commerciali strade, gli hotel a cinque stelle in vista dei Mondiali 2022 dell’Emirato più ricco del mondo.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/qatar-luci-ed-ombre/ (riproducibile citando la fonte)

Comments (1):

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Nilo Domanico: ingegnere, fotografo e viaggiatore in Oman – Storie di Expat

”Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare,
tre concetti che riassumono l’arte della fotografia”.
Helmut Newton

« Ho incominciato a fotografare quando frequentavo le superiori, durante una gita scolastica, e non ho più smesso» racconta Nilo Domanico.

Aeroporto e expat: una storia d’amore?

«Arrivi o parti?» Amelia
«Non lo so. Tutti e due» Viktor

Questa è una battuta dei due personaggi principali (interpretati da Catherine Zeta-Jones e Tom Hanks) nel celebre film “The terminal”. Ma per me, expat, rispecchia la realtà. E la relazione con gli aeroporti, una vera e propria storia di amore.

Perché i verbi assumono una valenza diversa, quando vivi in un altro Continente, in un Paese che senti tuo. E allora le carte si scompigliano. “Andare“ in Italia o ”tornare” per esempio?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: