Intervista a un membro anonimo dell’opposizione: Siria, “è una rivolta sociale”

Beirut − Ieri mattina presto a Damasco è arrivato il tam-tam sugli scontri nei sobborghi della capitale, fra l’esercito regolare e gli oppositori armati. Un rincorrersi di voci degli abitanti di Sidi Qadad, di al Qazaz, Tadamun. Ancora una volta, come già è successo nelle settimane scorse, la periferia sta attaccando il centro. Quartieri poveri, agglomerati cresciuti come funghi senza piani regolatori dopo l’immigrazione massiccia dalle campagne degli ultimi anni. Damasco solo qualche anno fa contava un milione e mezzo di abitanti, ora ci vivono circa sei milioni di persone.

Un membro dell’Opposizione siriana che ha partecipato anche all’Incontro al Cairo del 2 luglio come indipendente − e che naturalmente chiede l’anonimato − incontrato due giorni fa a Damasco, afferma che “i principali gruppi di Opposizione hanno ormai trovato l’accordo con l’esercito Siriano libero”. Racconta: “All’inizio sono stato a favore di un’Opposizione senza armi ma ora non più. Abbiamo bisogno di un braccio armato”. Eppure il FSA (Free Syrian Army) aveva boicottato la riunione, gli ricordo. “È vero, però le divisioni si stanno appianando. Abbiamo capito che se vogliamo davvero cambiare il sistema dobbiamo lottare insieme”.

Abdul (lo chiamerò con questo nome) afferma che anche molti cristiani e alawuiti (la minoranza sciita cui appartiene la famiglia del Presidente Bashar al Assad, circa il 13% della popolazione) adesso “hanno passato la barricata”. Aggiunge: “Gli alawuiti hanno cooptato una larga fetta di borghesia sunnita e cristiana anche se occupano circa l’80% degli alti comandi militari e della sicurezza. Voi occidentali sbagliate quando affermate che questo è scontro settario, confessionale. È una rivolta nata su basi sociali, economico-sociali. Il Presidente Bashar, al contrario del padre Hafez, ha trascurato le campagne. I contadini si sono impoveriti e la politica di liberalizzazione ha accresciuto i problemi. La disoccupazione è arrivata alla soglia del 30%. Anche la privatizzazione degli enti pubblici non ha portato gli effetti positivi sperati perché la corruzione ha favorito solo certi gruppi al potere. Solo in un secondo tempo quindi, le rivolte sono diventate una questione politica”.

Secondo Abdul “le armi vengono pagate da imprenditori che vivono all’estero, portate dai soldati disertori o comperate di contrabbando”. Ma ammette un coinvolgimento di Paesi stranieri. E la presenza di “gruppi di jihadisti”. “E non pensate di poter essere strumentalizzati?” domando. “No, risponde. La parte sana e laica della Siria vincerà.” Ma ormai la rivolta si è trasformata in guerra civile. Nega. Insisto. “Se un siriano uccide un altro siriano…”. Non risponde. “C’è purtroppo anche delinquenza comune, piccole fazioni fuori controllo” ammette. Intanto anche la Croce Rossa Internazionale dichiara che “il conflitto siriano ormai è così diffuso da dover essere classificato come guerra civile”.

Fino a che sono rimasta in città non ho visto colonne di fumo e non ho sentito bombardamenti da Midan, il quartiere a maggioranza sunnita a sud ovest di Old Town, nella capitale. Un quartiere pieno di moschee perché in passato da questa zona partivano le carovane di pellegrini diretti alla Mecca. Un quartiere ribelle anche durante la dominazione ottomana e l’occupazione francese. Bombardato dai francesi durante la rivolta siriana del 1925. Ma ieri pomeriggio e stamattina le agenzie hanno riportato la notizia di veicoli corazzati nel quartiere per controllare le strade principali di accesso. Da Beirut chiamo inutilmente al telefono Bassam che vive in zona. Il telefono squilla a vuoto.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/Siria-e-una-rivolta-sociale/ (riproducibile citando la fonte).

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