Voci dalla capitale siriana: Damasco, una città divisa

Damasco Una casa, nel quartiere di Salihiyya, sotto il Jebel Qassiuon, la montagna rocciosa che si erge a nord ovest di Damasco.
“Tutto sembra tranquillo vero?” dice Amal. La sera, il Jebel è illuminato. Le automobili, le luci, la gente. Nei sobborghi però gli scontri proseguono. Ieri, a Qadam. “Io ho paura. Non riesco più a dormire da quando, settimana scorsa, i terroristi sono arrivati alle porte di Damasco. Gli spari, i colpi di cannone. Che vita è questa?”.
La sorella, Busrha, la interrompe spazientita. “Non sono terroristi, Amal, sono ribelli. Questa è una rivoluzione”.
Succede in molte famiglie della capitale ora, non solo fra amici, di discutere e schierarsi a favore o contro la leadership al potere. Si sono addirittura rotti fidanzamenti.

Si parla, a Damasco. Dell’esercito siriano libero, di Kofi Annan, del conflitto che ha superato le frontiere, della gente che è scappata da Homs e da Duma e che occupa gli hotel al posto dei turisti. O affitta case. Ieri le voci degli scontri nel distretto di Qadam, a circa tre chilometri, sono circolate subito. Impossibile, però, verificare. Anche Qudsaya non è più raggiungibile. Intorno alla capitale sono aumentati i posti di blocco. Come sono cresciuti, rispetto a un mese fa, quelli lungo il tragitto che dalla frontiera libanese porta in Siria.

Beirut est e Beirut ovest? In effetti si prova una specie di spaesamento in questi giorni. Anche quando non è dichiarata, si percepisce fra la gente una divisione. Uno schieramento fra chi è ‘pro’ e chi e ‘contro’. La città vecchia sotto il sole rovente è vivace. Il souk pieno di merce. Nei caffè le ragazze fumano narghilè, annoiate. George, il proprietario di un ristorante racconta che “certo l’embargo ha creato problemi al Paese. Il gas è più caro, per esempio. Il 50% della produzione siriana di gas era destinata a uso interno e il 50% all’estero. Ora che l’Europa non importa più dalla Siria, il gas lo vendiamo in Russia, in Iran, Algeria. L’economia terrà”.

George non ha dubbi. È con il Presidente Bashar al Assad, così come Samar, un’insegnante di sport, originaria di Sweeda, che vuole addirittura farsi fotografare.

Si respira altro nell’aria di Damasco, in questi giorni: la stanchezza, l’incertezza, l’indecisione. Perché se è vero che per la prima volta la capitale è divisa, la divisione spesso si limita alle parole. E ancora si respira, come mi dice Jamal, “la sensazione di essere pedine” su “un grande tavolo da gioco manovrato da altri”. Jamal, è un artista. “Detesto la violenza. Vorrei che la situazione venisse risolta politicamente. Basta armi. Ci sono stati troppi morti da tutte e due le parti. Troppe famiglie hanno qualcuno da piangere. La rivolta pacifica si è trasformata in una guerra vera. Non è più solo un problema siriano. Troppi interessi in gioco. Troppe le Potenze interessate”.

Intanto la Russia ha presentato ai membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una bozza di risoluzione che prolunga di tre mesi la missione Onu in Siria. Gli osservatori internazionali non dovrebbero più limitarsi alla sorveglianza del cessate il fuoco ma impegnarsi in una soluzione politica del conflitto.
Il documento che sollecita una “urgente” e “immediata” attuazione del piano di Annan qui sembra qualcosa di molto lontano, di astratto.
Bushra apre la finestra. “Io non credo a uno scontro settario. Nessuno toccherà i cristiani o gli alawuiti (la minoranza sciita cui appartiene la famiglia del Presidente Bashar al Assad) se vince la rivoluzione”.
Amal non è d’accordo. “Chi ci garantisce che non ci saranno vendette? Quanta gente è rimasta schiacciata senza volerlo in questa guerra?” E rivolta a me: “Sai che la parte antica del quartiere è stata costruita da Nur al Din per gli arabi costretti a fuggire da Gerusalemme, a causa dai Crociati?”. Già. Era l’anno 1099. Le crociate: potere, territorio, dominio. Non certo religione.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/Damasco-una-citta-divisa/ (riproducibile citando la fonte).

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