Il Fronte instabile dei Paesi delle Rivoluzioni

Intervista al Professor Massimo Campanini
Il fronte instabile dei Paesi delle Rivoluzioni
Perché hanno vinto i partiti islamici, il ruolo delle Petromonarchie del Golfo. La presenza di gruppi terroristici nei Paesi in via di trasformazione.
“Iniziare una rivoluzione è difficile, ancora più difficile è continuarla, e difficilissimo è vincerla. Ma sarà solo dopo, quando avremo vinto, che inizieranno le vere difficoltà. Sono le parole che – nel film, ’La battaglia di Algeri’ di Gillo Pontecorvo – pronuncia Ben Midi, uno dei capi del Fronte di Liberazione Nazionale che si batte per l’indipendenza dell’Algeria. Parole che sembrano specchiare la realtà di questo momento delicato e instabile delle Primavere arabe. In Siria, poco fa, l’annuncio da parte delle Autorità di Damasco, della tregua proposta dall’Inviato Speciale della Nazioni Unite e della Lega Araba Lakhdar Brahimi, per la festività musulmana di Id al-Adha. Il comunicato stampa, diramato dall’esercito governativo e diffuso sulla tv di Stato, riferisce di una tregua che durerà 3 giorni, da domattina fino a lunedì mattina, ma l’esercito si riserva il diritto di rispondere. L’interruzione delle operazioni militari avrà luogo nel rispetto della Festa del Sacrificio, che si celebra in ricordo del Sacrificio chiesto da Dio ad Abramo del figlio Ismaele (nella tradizione ebraico-cristiana, Isacco). Le celebrazioni cominceranno venerdì 26 ottobre e dureranno quattro giorni. Brahimi ha dichiarato “di aver contattato alcuni gruppi combattenti” e ha assicurato che “la maggioranza di loro ha accettato in linea di principio la tregua”. Mentre il Fronte al-Nusra, il gruppo jihadista siriano, sospettato di avere legami con Al Qaeda, l’ha respinta. L’opposizione siriana continua ad essere frammentata e divisa dalla presenza di jihadisti stranieri. “Un altro fallimento dell’Onu porterebbe ad un’estensione del conflitto ai Paesi vicini, ha dichiarato Brahimi al Consiglio di sicurezza Onu. E segnali del ’contagio siriano’ già ci sono stati, in Libano, anche prima dell’attentato dinamitardo di venerdì scorso a Beirut in cui è morto il capo dell’ Intelligence Wissam al -Hassan.

E tutti i Paesi ’delle rivoluzioni’ sono in fermento. I Paesi ’neonati’ ancora in fase di passaggio, di transizione sono davvero creature fragili. In Tunisia, il partito islamico vincitore delle elezioni, En-Nahda, ha problemi di ’dialogo’ con l’ala più estrema dei Salafiti; la Libia è ancora nel caos. Mentre segnali inquietanti arrivano anche da Paesi dove non è avvenuto un cambio di potere come la Giordania. Il Paese vive infatti crisi economica e instabilità politica; si sono svolte manifestazioni di protesta, sia pure in tono minore, ’fomentate’ dai Fratelli Musulmani, mentre l’Intelligence giordana, due giorni fa (il 23 ottobre) ha dichiarato di aver arrestato 11 membri di una cellula spionistica, affiliata di al- Qaeda con l’accusa di pianificare attentati per destabilizzare la Monarchia hascemita.  Una cosa è certa, l’Islam politico, nelle sue varie forme, è stato il vincitore nei Paesi delle ’rivoluzioni’. Non conosciamo ancora come si svolgerà il processo politico, né i risultati ma possiamo cercare di capirne almeno le principali ragioni. E lo abbiamo chiesto a Massimo Campanini, docente di Storia dei Paesi islamici alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento.

Perché vince l’Islam politico? Ci sono molte ragioni che giustificano l’emergere vittorioso dell’Islam politico nelle primavere arabe. Innanzitutto, i movimenti di Islam politico avevano capitalizzato un ruolo d’immagine all’epoca dei governi dittatoriali in Egitto e Tunisia. Come movimenti antiegemonici e antisistema erano riusciti a presentarsi come una reale alternativa ai blocchi di potere autocratici che li avevano emarginati e repressi. Una volta che questi blocchi di potere sono caduti, i movimenti di Islam politico hanno potuto ergersi di fatto come la più credibile alternativa popolare allo status quo passato. Questo naturalmente è stato favorito dalla debolezza dell’opposizione laica e secolare, debolezza tanto dei partiti legittimi all’epoca dei dittatori (come il Tajammu’ in Egitto) che non avevano salde radici sociali e la cui opposizione è stata per lo più di facciata, quanto dei raggruppamenti sorti sull’onda delle rivoluzioni che mancavano, per dirla con Gramsci, di un chiaro progetto egemonico di direzione delle masse. I movimenti di Islam politico si sono dimostrati più organizzati, più capaci di offrire alternative credibili, più in grado, pragmaticamente, di articolare un programma credibile di governo. Non bisogna poi dimenticare che le società arabe del Mediterraneo sono profondamente religiose e che il richiamo religioso all’intervento nella vita sociale e politica è in grado di guadagnare molti adepti: questo spiega in parte il successo, ma anche l’aggressività delle organizzazioni islamiche estremiste, come quelle di orientamento salafita, che di fatto disputano all’islamismo moderato dei Fratelli Musulmani la presenza sul palcoscenico politico.

Un altro fatto incontestabile è la contraddizione fra le Monarchie autoritarie del Golfo, alleate agli Usa, che investono in Occidente e – nello stesso tempo – finanziano l’opposizione e la guerriglia in Paesi in rivolta (per esempio la Siria). Quali scenari potrebbe aprire?Le monarchie autoritaria a legittimazione islamica, come quelle del Golfo, stanno seguendo una politica selettiva. Nel senso che, mentre non hanno visto complessivamente di buon occhio l’evolversi della situazione in paesi come la Tunisia e l’Egitto, dove pure, si è detto, l’alternativa islamica (moderata) ha acquistato credito, stanno esplicitamente appoggiando una svolta in senso islamico-sunnita della situazione in Siria allo scopo, non dichiarato ma palese, di riscrivere a loro favore e in funzione anti-iraniana la mappa strategica del Vicino Oriente. Non credo che questo piano avrà effetti rebound significativi in un’area più vasta di quella del Golfo. L’attivismo regionale della Turchia è sicuramente irriducibile a questo piano e un ritrovato ruolo strategico ed egemonico dell’Egitto riporterebbe sulla scena con autorevolezza la più importante potenza araba che, senza relegare l’Arabia Saudita a un ruolo secondario, avrebbe senza dubbio un più forte potere catalizzatore. Un possibile indebolimento dell’Iran a seguito della caduta del regime di Bashar al-Assad non cancellerebbe il peso regionale di quel paese, anche perché ormai l’attivismo sciita è un dato acquisito e ineliminabile dell’area. Per quanto riguarda l’Occidente, penso che dovrebbe favorire i processi in atto nei paesi delle primavere arabe senza indulgere né a tendenze neocoloniali di ingerenza attiva, né a paranoie anti-iraniane nel desiderio di difendere e di proteggere Israele, né di subordinazione tattica delle proprie scelte ai desideri di stati amici e alleati come l’Arabia Saudita, il cui disegno egemonico potrebbe trasversalmente favorire i movimenti islamici estremisti e quindi non essere funzionale agli interessi europei e americ

Come interpretare la presenza e il ruolo dei gruppi jihadisti e terroristici nei Paesi arabi interessati dal processo di cambiamento? E’ d’accordo con Jason Burke che afferma: “Il terrorismo ora è opera di gruppi sciolti che s’ispirano a una ideologia simile a quella di Al Qaeda, e operano a livello ’regionale’, pronti a sfruttare il caos delle dimostrazioni in corso per lanciare attacchi”? Che il terrorismo sia frutto di gruppi sciolti che desidererebbero inserirsi nei processi delle primavere arabe e sfruttarli a loro vantaggio, è indubbiamente vero. Che però questo wishful thinking si possa tradurre in azione pratica effettiva e in autentico ruolo regionale soprattutto all’interno dei paesi arabi in via di trasformazione è tutto da vedere e da verificare. I gruppi terroristi non hanno base popolare e il loro elitarismo incentrato sulla prospettiva di una islamizzazione violenta dall’alto non ha molte possibilità di venir recepito a livello di massa né di condizionare quei governi, come quelli dei Fratelli Musulmani in Tunisia ed Egitto, che cercano di guadagnarsi sul campo una legittimità a governare.

Antonella Appiano, in esclusiva per L’Indro( http://www.lindro.it/il-fronte-instabile-dei-paesi-delle-rivoluzioni/   riproducibile citando la fonte)

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