Storia di Ghilan. Vittima della guerra in Iraq

Il riscatto e una nuova vita al Cairo grazie anche alla passione per la musica

Un ragazzo che non ha ceduto al sentimento dell’odio e della vendetta e si creato un futuro diverso.

“L’odio genera solo odio”, scrive Tiziano Terzani in ’Lettere contro la guerra’ e “l’odio si combatte solo con l’amore”. Ghilan Ibrahim, oggi 24enne, lo ha fatto. Vittima, come moltissimi iracheni, di una tragica esperienza che ha per sempre cambiato la sua vita, Ghilan è riuscito a superare il dolore grazie allo studio e all’amore per la musica. Secondo il calcolo di Iraq Body Count, una organizzazione non governativa, dall’inizio della invasione e occupazione del Paese nel 2003 (operazione Iraqi Freedom), da parte di una coalizione guidata dagli Stati Uniti, fino all’estate del 2004, sono stati uccisi più di 12.000 civili iracheni. Chissà se nel tragico conteggio rientra anche la famiglia di Ghilan, che proprio nell’estate del 2004 (il 24 giugno) è stata annientata a un check-point americano, all’uscita dalla città di Baquba a capo del Governatorato di Diyala, a nord est di Baghdad: la madre, 5 sorelle, un fratellino, uno zio. Sono sopravvissuti solo Ghilan, il fratello maggiore e il padre, perché non si trovano nell’automobile crivellata dai colpi di arma da fuoco dei soldati statunitensi:. Soldati “stanchi e tesi” come scriverà l’unico giornale Usa, il ’Chistian Science Monitor’ che raccontò l’episodio.

“Ma lo definì un incidente innocente perché i militari avevano sparato pensando che l’auto trasportasse terroristi”, racconta Ghilan al telefono. “Alla guida c’era mio zio Ahmed al suo fianco mia mamma Sa’ida, con in braccio Yousif, il mio fratellino. Dietro le cinque sorelle: Amaleed, Aghareed, Anaheed, Juman, Afnan. Come hanno potuto non vederle? Un’automobile carica di donne e bambini…”.

E c’è stata una inchiesta?

No, ma ’Aljazeera Channel’ dedicò un servizio alla vicenda perché aveva ricevuto il video di un testimone oculare. Tragedia nella tragedia: ho saputo che la giornalista che ha presentato il servizio, due anni più tardi, nel 2006, è stata rapita e uccisa in Iraq, da sconosciuti, mentre stava seguendo una indagine. L’esercito americano ammise ciò che aveva fatto, ma non c’è stato un processo. Ha ’rimborsato’ a mio padre il valore dell’automobile e il denaro che mia madre portava con sé.

Come mai tuo padre, tu e tuo fratello non eravate con il resto della famiglia?

La zona dove vivevamo era molto pericolosa. Combattimenti ogni giorno, guerriglia, violenze, saccheggi, stupri. Le più esposte erano le donne, le ragazze. Mio padre aveva pensato quindi di mandarle a Baghdad che riteneva più sicura. Aveva consegnato a mia madre quasi tutti i nostri risparmi. Ma sulla strada per la capitale, all’uscita di Baqubah, c’era un posto di check-point. Mio zio deve aver perso il controllo dell’automobile, e l’auto ha bloccato la via. I militari hanno cominciato a sparare, a sparare fino a quando l’auto non ha preso fuoco. Un testimone oculare ha raccontato che la donna seduta a fianco del guidatore era riuscita a rotolare fuori, ma che i soldati hanno continuato a sparare. E’ l’immagine più dolorosa.

Eri studente allora o lavoravi?

Studente. Frequentavo l’High School ed ero anche giocatore di scacchi. Ho continuato. La concentrazione mi aiutava a non pensare. Pochi mesi dopo la perdita della famiglia, ho vinto il Campionato studentesco iracheno, poi ho partecipato a quello mondiale, in Grecia. Mi sono buttato a peso morto nello studio per non cedere allo sconforto. E finito il liceo, l’anno seguente sono stato accettato al College di Medicina. Ma in Iraq non c’era ancora sicurezza. Mio padre era preoccupato ha insistito perché lasciassi il Paese. Così nel 2004 mi ha accompagnato in Egitto. E’ stato con me due mesi, mi ha aiutato a sistemarmi e poi è ritornato in Iraq. Non voleva tagliare le sue radici.

E ora? Che cosa fai? Dove vivi?

Vivo al Cairo. Ho continuato a studiare, mi sono laureato quest’anno in Informatica. E mi sono anche dedicato alla musica. Ho abbandonato gli scacchi, però. Quasi tutti i miei compagni di squadra sono morti. Fa male. Ogni tanto penso a mia sorella Aghareed che aveva partecipato alla conferenza giovanile per i Diritti Umani proprio nel 2004, poco tempo prima di essere uccisa. O rivedo la mia sorellina Afnan mentre legge una poesia sull’Umanità. Immagini. Squarci di colore e sentimento. Sento le risate, i bisbigli. Erano belle persone. E sono morte in una manciata di secondi. L’amore per la musica mi ha aiutato molto a stemperare la sofferenza. A ritrovare la serenità. Cinque anni fa mi sono iscritto alla Arabic oud house e questo novembre ho ottenuto il diploma. Ora insegno. L’oud è un antico strumento musicale arabo. Amo la sua melodia. Comporre e suonare mi trasportano in un altro mondo. Un mondo dove non esistono violenza, disperazione e angoscia.

di Antonella Appiano, in esclusiva per L’Indro: Storia di Ghilan. Vittima della guerra in Iraq, riproducibile citando la fonte

 

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