Egitto, paese diviso

Egitto: manifestazione davanti sede Sindacato Egiziano Giornalisti(Il Cairo). Schierati sulla gradinata della sede del Sindacato egiziano dei giornalisti, a Downtown, intonano slogan: “Vogliamo la caduta del Presidente Morsi”. Sono circa le 18 del 27 marzo. E poco prima ho incrociato un piccolo corteo che scandiva lo stesso slogan, fra rulli di tamburi. La gente si ferma a guardare. Commenta. Qualcuno raggiunge i giornalisti sulla scalinata. “Lavoriamo in varie testate nazionali – racconta Ala Al-Khodairy che fa parte del sindacato – e vogliamo tutti un nuovo governo”. ”Però Mohammed Morsi è stato eletto”. “Certo – conferma- durante le prime elezioni libere del Paese, con la legittimità del voto. E con lui i Fratelli Musulmani. Ma Morsi non sta facendo nulla per i risolvere i gravi problemi economici dell’Egitto”.

Si sa che il negoziato fra il Cairo e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ristagna. Un balletto. Il Fondo, per concedere il prestito del valore di 4,8 miliardi di dollari, pone la condizione di una vera riforma dei sussidi e del fisco. L’Egitto ha bisogno degli aiuti perché le sue riserve in valuta estera si stanno esaurendo. Con il rischio di gravi disordini sociali. Ala Al -Khodairy, giacca e cartella porta-documenti sotto il braccio aggiunge: “Siamo contrari ai Fratelli Musulmani. Influenzano le decisioni politiche di Morsi. Non sanno governare e temiamo i loro principi religiosi rigidi”.

Una manifestazione come tante, quella di ieri al Cairo, che segue quelle più violente di venerdì scorso, quando sostenitori e oppositori del Presidente Morsi e dei Fratelli Musulmani si sono scontrati davanti alla sede principale del braccio politico della Fratellanza, il Partito Libertà e Giustizia nel quartiere di Moqamma. “C’è qualcosa che non quadra – sostiene Moustafa, 28 anni, guida turistica, una laurea mancata in informatica (ora disoccupato) che ha partecipato alla Rivoluzione contro Mubarak ed è schierato con l’Opposizione Civile. È stato lui ad informarmi per telefono delle manifestazioni del 22 marzo. “Troppa violenza, c’erano anche ragazzini con pietre, bottiglie rotte. Bambini di 8, 10 anni. Poveri. Qualcuno li paga? Dove è finita la nostra Rivoluzione?”. Viene in mente una frase del film ‘La battaglia di Algeri‘ di Gillo Pontecorvo: “Iniziare una rivoluzione è difficile, ancora più difficile è continuarla, e difficilissimo è vincerla. Ma sarà solo dopo, quando avremo vinto, che inizieranno le vere difficoltà”.

Il Cairo sotto una vernice scintillante, anche dal punto di vista culturale, mostra realtà di profonda emarginazione e povertà. A Zamalek, locali che non sfigurerebbero a Parigi e zone con le fogne a cielo aperto vicino al famoso ‘bazar’, Kan al- Khalili. Mente i mendicanti chiedono l’elemosina davanti a negozi lussuosi. E in tutto il Paese coesistono elementi di modernità e di arretratezza. Donne velate passeggiano vicino a ragazze in jeans aderenti e capelli al vento. Manager in giacca e cravatta e bawab, i portieri, in jellabie consunte. Fuoristrada e carretti trascinati dagli asini. Il tutto mescolato ai fermenti democratici risvegliati.

Certo un contesto difficile per un Movimento come quello dei Fratelli Musulmani legato profondamente alla religione. La transizione sembra inceppata. La via democratica si presenta piena di punti interrogativi. Come conciliare i dogmi religiosi con il principio della tolleranza, per esempio? Però questo tentatvo potrebbe anche essere il motivo delle incertezze del Partito Libertà e Giustizia. Forse stanno attraversando una fase di transizione e cambiamento. “Vivendo al Cairo, non riesco a pensarla islamizzata” afferma Ahmad, 24 anni studente di lingue alla Cairo University. “Il pericolo, piuttosto è quello di una rivoluzione per il pane. Di che cosa ho paura? Di un golpe dei militari. Molti di noi hanno creduto che l’esercito, durante la Rivoluzione del 25 gennaio 2011, si sia fatto da parte per la causa. Invece ha abbandonato Mubarak solo per non perdere il potere”.

Anche secondo Moustafa “l’esercito, fra le difficoltà del governo e le divisioni della Opposizione, è l’unico che può trarre vantaggi. Mantiene consensi anche in ambienti insospettabili, perché in quasi tutte le classi sociali, c’è qualcuno che appartiene alle Forze armate. La carriera militare per tanti è l’unica possibilità di promozione sociale”. L’esercito, in Egitto, è una lobby a capo di un vero e proprio impero finanziario: dal mercato immobiliare alle pompe di benzina, dalla produzione dell’olio d’oliva a quella dell’acqua minerale.

Egitto: una pentola a pressione pronta ad esplodere. Contraddizioni, divisioni, richieste. Anche rimpianti. Sono in moltiinfatti a rimpiangere il Raìs Mubarak. Li incontri un po’ dovunque in città. Ma per essere sicuri di parlare con i nostalgici basta andare a bere qualcosa nei giardini dell’Hotel Mariott. L’Hotel, un incanto di archi moreschi e due ettari di giardino, fa parte del palazzo fatto costruire dal Kedivé Ismail, sull’isola del Nilo Zamalek, per ospitare Eugenia imperatrice di Francia invitata in Egitto nel 1860, per l’inaugurazione del Canale di Suez Ancora nell’isola di Zamalek, si trova il Ghezira Sporting Club, dove si ritrovano, da decennni, gli appartenenti alla upper class. Sospirano, affermando che “ora non esiste sicurezza né libertà”. Un’altra accusa che ripetono spesso: “I Fratelli musulmani sono ambigui e opportunisti“. Accuse che, in verità, si presterebbero a molti esponenti politici, anche nostrani.

In taxi la radio trasmette dibattiti politici. Nei caffè, nei negozi, ovunque, si sente criticare il Presidente Morsi. Sembra una ubriacatura. Dopo l’Era Mubarak esiste per la prima volta libertà di espressione. Eppure nessuno sembra ricordare più le censure, gli arresti, la presenza nella vita quotidiana dei cittadini ai tempi del Raìs.

Al Cairo si respira un’aria strana. Un miscuglio di attesa, speranza, disillusione, rivendicazione. Anche indifferenza. Fra il folto gruppetto che assiste alla manifestazione dei giornalisti, ci sono molte ragazze. Chiedo ad una di loro, hijiab azzurro e zainetto sulle spalle, che cosa ne pensa. Alza le spalle “Ci siamo abituati”. “Che fai? Fotografi? Ma se non sta succedendo nulla”.

In esclusiva per Lindro, riproducibile citando la fonte.
per L’Indro:  Egitto, paese diviso

 


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