Chi è e come vive il cambiamento politico il ‘popolo della città-cimitero’

Qarafa Il Cairo(Il Cairo) “Per me non è cambiato nulla. La gente continua a morire come prima. Anzi forse più di prima”, risponde placido e un po’ cinico, Ibrahim, che di professione fa l’assistente becchino nella città-cimitero del Cairo, conosciuta come la città dei morti.

Ibrahim vive nella piccola Qarafa (cimitero in arabo) nella zona di Sayyeda Nafisa. “Qui”, aggiunge,“ ho allevato sette figli. Ormai sono tutti diplomati o laureati e, tranne la figlia più giovane, abitano fuori da al Qarafa. Ma io qui sto benissimo. Sono a due passi dal centro. Qui viveva mio padre e ancora prima mio nonno”, continua Ibrahim che -jellabya marroncina, sandali di cuoio- è seduto comodamente in mezzo alle tombe, un tavolino accanto con un bicchiere di thé.
Ibrahim sa che qualsiasi governo salga al potere in Egitto, garantirà sempre acqua e luce agli abitanti di al – Qarafa anche se l’inurbamento nell’area è stato abusivo.
Ma d’altra parte”, commenta l’amico Ahmed,  “l’abusivismo fa parte di questo Paese”.

Il numero degli abitanti di  al –Qarafa non è accertato. Si calcola attorno alle 200mila persone, secondo altre stime di più. L’antropologa italiana Anna Tozzi di Marco  -che ha vissuto  nella città dal marzo 1998 ad ottobre 2005 per condurre studi e ricerche, spiega che “il cimitero era nato nel 642 d.C. ai piedi delle colline di Moqattam, ad est di al Fustat (l’antica Cairo), come primo nucleo di sepoltura dei conquistatori arabi. Ogni dinastia araba succedutasi ha dotato poi la capitale di un nuovo cimitero, caratterizzandolo con edifici religiosi e civili. Per questo nell’area si trovano molti preziosi mausolei e monumenti preziosi”.

Al Qarafa (viene diviso in piccolo e grande),  è composto da 7 quartieri, e si estende per oltre dieci chilometri all’estrema periferia orientale della metropoli. Ai piedi della collina della Moqattam, proprio vicino alle tangenziali a  otto corsie che  girano attorno capitale egiziana. Un posto, in centro, come ha detto Ibrahim. Siamo, infatti, poco distanti dalla Cittadella, dalla grande moschea di Al-Azhar e al suq “Khan al-Khalili.  Entrando dalla Piazza di Sayyeda Nafisa, dove sorge la moschea omonima, si attraversa una zona piuttosto povera dove vivono mendicanti. Molti ricavano qualche moneta nell’assistere i visitatori della moschea.  Nelle viuzze sabbiose che si snodano fra i sepolcri, gabbie di polli e carretti trainati dagli asini. I bambini giocano  a nascondino tra le tombe. Una donna accovacciata per terra in un angolo, accende un fuoco. Un’altra mi vuole vendere un libretto di preghiere.  “C’è chi abita le capanne, poi trasformate in casette, dei custodi delle tombe; chi invece ha occupato  abusivamente i mausolei abbandonati; chi vive nelle tombe di famiglia; e chi ancora in case costruite sui resti delle tombe. Molti hanno ottenuto il domicilio in maniera legale, attraverso una specie di bando pubblico, gestito dai becchini del posto, per l’assegnazione degli edifici mortuari senza proprietari” spiega Ahmed.

Nel pomeriggio del giovedì, e fino alla tarda serata del venerdì, il cimitero si riempie di gente. E’ il momento della settimana in cui, secondo la tradizione locale, le famiglie vanno al cimitero per rendere omaggio ai cari defunti. “E sulle tombe s’ improvvisano picnic e piccole feste in onore dei morti” aggiunge Ahmed.

Procedendo dalla moschea di Sayyda Nafisa verso piazza Aisha, il piccolo Qarafa cambia. Via via appaiono negozi di abbigliamento, di alimentari, botteghe di artigiani, come un qualsiasi quartiere popolare della città. “Qui molte case sono nate non sulle tombe ma sulle stalle e sugli abbeveratoi” racconta Sharif, un cinquantenne titolare di una bottega di ferramenta. Sharif è contrario al nuovo Governo. “Con il presidente Mubarak stavamo meglio. Oggi i guadagni sono dimezzati”. E’ polemico. “Ma non partecipo neppure alle rivolte. Se si continua così, i turisti abbandoneranno completamente l’Egitto. Per fortuna non devo pagare l’affitto. Sono nato qui e questa casa apparteneva a mio padre e prima ancora a mio nonno”. Ma chi dovrebbe andare al Governo? Alza le spalle. “Non m’interessa chi. Basta che il Paese si stabilizzi e che ritornino i turisti”. Si forma un gruppetto e incominciano a discutere animatamente. Che cosa succederà, chiedo ancora. “Non lo sappiamo. A noi interessa che ci venga riconosciuto il diritto di vivere nelle nostre case”.  Ormai da anni le autorità hanno concesso un contratto regolare di proprietà a molti abitanti di Qarafa. Le autorità egiziane preferiscono non interferire nella gestione della necropoli. Che è una specie di ‘zona franca’. Però garantiscono i servizi sociali di base: l’acqua, l’elettricità, la scuola e le fognature. Ci sono anche un piccolo ospedale, una scuola e un piccolo ufficio postale.

Proseguendo il cammino, a due passi dalla bottega di Sharif, l’animato mercato di Sayyda Aisha e poi ancora antichi alloggi per i  sufi (mistici islamici); piccoli e grandi palazzi nobiliari;  ribat (ospizi per i bisognosi) e ostelli per i pellegrini. Le autorità  cariote hanno sempre cercato di ‘nascondere’ ai turisti questa parte della città. Ma la zona non è per nulla pericolosa. “Ci abitano poveri senza sostentamento (circa il 20%) ma anche, appunto, commercianti e impiegati del settore privato. E il 35% lavora nella città cimitero” commenta ancora Ahmed.

Qualche domanda ad Anna Tozzi di Marco.

Com’è nato il progetto di ricerca?
Dopo due viaggi in Egitto e dopo la postlaurea in antropologia, ho consegnato il progetto al Ministero degli Affari esteri italiano con richiesta di borsa di studio.  L’ho ottenuta nel 1998 ed è iniziata la mia avventura.

L’esperienza ti ha cambiata?
Ho vissuto a Qarafa  per 7 anni. L’esperienza ha fatto maturare una maggiore consapevolezza di me stessa, della mia sicurezza personale, maggior professionalità, molta umanità.

Quali sono state le difficoltà?
All’inizio c’è stato qualche problema d’incomprensione con qualche abitante con cui avevo rapporti economici, per esempio, il padrone di casa. Problemi dovuti all’immagine stereotipata che hanno degli stranieri. Ma in generale avevo ottimi rapporti con la gente del posto. Gli unici problemi li ho avuti con la polizia…

Un lavoro come il tuo avrebbe avuto più riconoscimenti rispetto all’Italia?
Sono fuori dall’Accademia universitaria e da ogni altra istituzione ufficiale, quindi non riconducibile ad alcun ‘patrono’. A parte la borsa ho dovuto impegnami moltissimo in prima persona, anche dal punto di vista economico, per portare avanti il progetto di ricerca .In genere, tranne poche eccezioni, gli antropologi italiani accademici in generale m’ignorano. Ma io continuo a fare conferenze, mostre fotografiche. Il mio obiettivo è anche quello di sfatare i pregiudizi e le false notizie sulla comunità residente nel cimitero e nel restituirgli una rappresentazione dignitosa e non folcloristica.

Intanto chiedo ancora a un artigiano, Mahmud, che si dichiara contrario al Presidente Morsi, e anzi,  è “convinto che non resterà al potere a lungo”, per quale partito vorrebbe votare. “Non so”, risponde “ce ne sono tanti”.

In esclusiva per Lindro, riproducibile citando la fonte.
per L’Indro:  Chi è e come vive il cambiamento politico il ‘popolo della città-cimitero’


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