Little Siria al Cairo

Nella Città del 6 ottobre sventolano le bandiere nere di Jabbat al-Nusra insieme alla nuova bandiera siriana.

Quartiere 6 Ottobre Il Cairo Bandiere(Il Cairo):  “Non c’importa se sono jihadisti” dice Mohammad, indicando le bandiere nere che sventolano nelle bancarelle e in qualche caffè “basta che ci aiutino a cacciare Bashar al-Assad”.

Le bandiere sono quelle di Fronte al Nusra (Jabbat al- Nusra, Fronte della Vittoria) il gruppo militante jihadista che si è costituito in Siria nel gennaio del 2012. Senza dubbio il più efficace braccio armato delle forze di opposizione, che ha già rivendicato 43 attacchi suicidi e conquistato molte postazioni militari. E secondo il Dipartimento di Stato Usa è affiliato ad Al Qa’ida in Iraq.

Mohammad però afferma che, secondo i suoi informatori – amici e parenti- di Aleppo, Jabhat al Nusra, al nord non è visto così male dai siriani”. Anche secondo Firas (che ora vive al Cairo) “i sentimenti dei siriani in patria, si sono a poco a poco trasformati: da timore a rispetto”. Timore certo perché “l’islam radicale non appartiene al nostro popolo” ma rispetto perché “ i combattenti della formazione sono i più preparati nei combattimenti e i più corretti in città nei confronti dei cittadini”. Secondo Firas, il Fronte al Nusra controlla anche i rifornimenti dei forni del pane con giustizia mentre, “per mesi alcune frange dell’Esercito libero avevano imposto prezzi esagerati sulla farina per rifornirsi di denaro. Come sempre, nelle guerre c’è chi s’infiltra. Ed è successo anche nelle file dell’ ESL. Una minoranza, ma hanno rubato, rapinato, rapito gente, saccheggiato”. Insomma sembra che invece il Fronte abbia guadagnato consensi. Ma non tutti i siriani espatriati che ho intervistato, concordano su questo punto. Molti ne diffidano.

Mohammad, Firas, Abu Omar, Anas… sono nomi di fantasia. Mi hanno chiesto di non scrivere i nomi reali e di non essere fotografati perché hanno ancora parenti in Siria. Tante storie. E tutti, dopo un primo momento di diffidenza (ma l’amico siriano che mi accompagna li rassicura) vogliono raccontare. Entrano nel negozietto di alimentari dov’era fissato l’incontro, curiosi, si siedono, incominciano a parlare. Discutono, a volte non sono d’accordo.
Non sono profughi e neppure rifugiati politici. Appartengono alla middle-class e sono riuscii a portar via dalla Siria un piccolo capitale per avviare attività commerciali in Egitto. Arrivano da Damasco, da paesi vicino alla capitale, da Homs. “Ho corrotto gli shabbia che controllano l’aeroporto di Damasco e sono uscito dal Paese con la famiglia 5 mesi fa“, racconta Abu Omar, proprietario del negozio. Indossa una jellabia grigia e fuma il narghilè per tutto il tempo, alternandolo a numerose tazze di thé. “Siamo di Qalamoun, un’area periferica di Damasco. Allevavo e vendevo falchi per i clienti del Golfo. La nostra zona non è stata teatro di scontri ma non c’era più lavoro e la situazione diventava ogni giorno più pericolosa”.
Anas, anche lui di Qalamoun, 35 anni e due figli piccoli, temeva di esser richiamato come riservista. Aveva un negozio di elettrodomestici, ora fa il fruttivendolo.

Khaled, 18 anni, è invece di Homs. È in Egitto da 6 mesi: “I miei genitori hanno deciso di partire perché sarei stato richiamato per il servizio militare. Abbiamo attraversato il confine con il Libano e poi raggiunto il Cairo” racconta. È arrabbiato. “Molti miei amici militano nell’Esercito Siriano Libero. Io vorrei raggiungerli però mio padre mi ha preso il passaporto. Che cosa ci faccio qui? Avevo interrotto gli studi a Homs e lavoravo come elettricista nella piccola impresa familiare. Vorrei tornare in Siria e combattere”.
Mohammad invece è di Damasco, trentenne, insegnava arabo agli stranieri. “Quando sono spariti dalla Siria, ho incominciato a lavorare utilizzando Skype. Ma la connessione non era stabile. Potrei definirmi un profugo di Skype” ironizza. Dopo molte traversie in Turchia, Mohammad, ha deciso di venire in Egitto. È uscito dalla Siria nell’autunno del 2011.

Tutti provano riconoscenza per il Paese che li ospita e nostalgia della Siria dove sperano di ritornare come ‘vincitori’.Ora il potere spetta ai sunniti” ripetono tutti. “Siamo consapevoli del fatto che questa guerra durerà molto tempo – sottolinea Abu Omar – e che, quando cadrà Bashar al-Assad, la guerra sarà ancora più crudele. Ormai la nostra guerra è diventata la guerra di tutti. Aspetteremo”.
Quando chiedo che cosa pensano possa succedere, nello scenario post-Assad, si scherniscono. “Non lo sappiamo, preghiamo per la Siria”.

Sono grati a questo governo e al Presidente Morsi: Con Mubarak non sarebbe stato possibile stabilirci qui. Nessun problema con i documenti, pochi controlli. Le autorità sono tolleranti” afferma Anas. Sperano che le manifestazioni “cessino e che l’Egitto trovi stabilità“. E sono convinti che “se Morsi ha vinto Morsi deve governare”.

Il fratello maggiore di Anas mi spiega che la comunità siriana in Egitto è molto unita. “Abbiamo creato anche scuole nostre. I siriani più ricchi mandano invece i figli nelle scuole private egiziane, dove è sufficiente presentare i documenti d’identità e un attestato scolastico”. Mohammad, che ora vive al Cairo, “in un quartiere dove tutti ormai mi chiamano Usthad, ‘il professore’”, mi spiega che nella Città del 6 ottobre ci sono anche quartieri, come il numero Sei, dove abitano siriani poveri. “Vivono per lo più di carità”.

Facciamo un giro del quartiere. Ovunque insegne che richiamano alla Siria. A Damasco. Ristoranti, caffè, bancarelle che espongono bandiere, bracciali con la scritta: “Siria libera”. Forni che vendono la focaccia tipica, con il timo, il ‘saj’, banchetti con pile di sottoaceti, profumo di felafel ovunque. “Che noi siriani facciamo con i ceci e non con le fave” precisa Mohammad “e sono migliori”. Il proprietario di un ristorante, sulla soglia, ha dipinto il ritratto di Bashar al-Assad e del padre “così tutti quelli che entrano li calpestano” mi dice sorridendoIn un angolo del locale, una bandiera nera del Fronte al Nusra.

Intanto in Siria non si smette di combattere: ieri una bomba sulla città di Aleppo ha provocato 15 vittime, in gran parte bambini, come riferito dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, e c’è grande apprensione per Amedeo RicucciElio ColavolpeAndrea Vignali e Susan Dabbous, giornalisti fermati in Siria, irraggiungibili dal 4 aprile, ma che secondo la Farnesina stanno bene e presto saranno liberi, ndr.

In esclusiva per Lindro, riproducibile citando la fonte.
per L’Indro:  Little Siria al Cairo


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