Chi combatte in Siria – Seconda parte

Dalla parte di Bashar: le forze armate siriane ma non solo…

Durante una rivoluzione,  l’esercito ha  sempre un ruolo fondamentale. In Tunisia e in Egitto infatti le rivolte dei rispettivi paesi non si sono militarizzate anche perché le forze armate non si sono schierate dalla parte del regime. In Siria invece, nonostante un certo numero di defezioni,  l’esercito si è dimostrato solido e compatto intorno al Raìs.

Ai vertici, gli alti gradi militari sono infatti occupati da alauiti e da uomini provenienti da clan alauiti legati alla famiglia degli Assad. Circa 300mila uomini in servizio attivo e altrettanti “in riserva”. La massa dei militari  arriva dal servizio di leva obbligatorio e appartiene alla maggioranza sunnita mentre in servizio permanente ci sono circa 200mila uomini.  Le divisioni meglio addestrate sono laGuardia Repubblicana (a difesa della dirigenza di Damasco) e la Quarta Divisione meccanizzata, formate esclusivamente da alauiti. La “truppa” proveniente dal servizio di leva non è addestrate alla contro- guerriglia anche  se possiede una massiccia quantità di armamenti forniti per il 78% dalla Russia. Di origine sovietica non solo i veicoli corazzati, i carri armati e l’artiglieria ma anche gli armamenti  dell’aeronautica. Secondo fonti ufficiali, negli ultimi tre anni, la Siria ha comprato armi dalla Russia per almeno un miliardo di dollari.

Nella drammatica guerra civile siriana, come gli oppositori armati non contano solo sull’ESL (Esercito Siriano Libero) ma su una galassia di formazioni e milizie (dai Volontari libici, ai vari gruppi estremisti come Liwa al -Islam o il Gruppo militante jihadista Fronte al Nusra) così anche l’esercito regolare  ha sul terreno i propri alleati.

Gli Shabbiha, milizie private al servizio degli Assad, o delle famiglie dei clan al potere, nate per proteggere i traffici di contrabbando e della prostituzione nelle zone di Latakia, Banyas e Tartus, e oggi impiegate nella repressione.  Contrariamente a ciò che molti pensano non sono tutti alauiti, anzi quelli di Aleppo appartengono alla maggioranza sunnita. A sostegno degli Assad anche i Pasdaran (Guardiani della rivoluzione), gruppi speciali iraniani.  

La presenza sul territorio siriano è stata confermata dal comandante dei  Pasdaran, Mohammad Ali Jafari, all’agenzia di Stampa iraniana Isna. Anche se il comandante ha sottolineato che  il contributo dei Pasdaran si limita «alla consulenza militare, al sostegno economico e spirituale».  Ancora in campo per gli Assad, i miliziani di Hezbollah. Il gruppo politico sciita libanese, per ora combatte nella regione centrale siriana di Qusayr, vicino al confine libanese, dove vivono circa 30.000 libanesi di fedi religiose diverse. E ancora le milizie sciite irachene e le milizie Ligian. Queste ultime sono delle vere e proprie sezioni locali di “autodifesa” che operano nei quartieri cristiani, drusi, sciiti, nate con lo scopo di proteggere la popolazione civile da rapimenti, estorsioni e atti criminali compiuti spesso da ribelli o delinquenti comuni.

Alla galassia caotica e crescente di sigle e compagini che combattono pro o contro Bashar al- Assad  senza una leadership comune, vanno aggiunte le bande di criminali e i gruppi, diciamo, autonomi. Come i curdi del Pyd (Partito dell’Unione democratica), partito curdo siriano nato nel 2003 nella Siria del Nord e affiliato con il Pkk (Partito crudo dei lavoratori) che in  Turchia e gli Stati Uniti è considerato una organizzazione terrorista. Perché autonomi? Perché il Pyd – pur non essendo schierato dalla parte degli Assad- mira soprattutto a tutelare gli interessi dei curdi, quindi è disposto anche a collaborare con il regime se lo ritiene conveniente. Il Pyd boicotta poi l’Opposizione nata e sostenuta dalla Turchia, accusandola di danneggiare la causa curda.

E’ chiaro che se gli “sponsor” esterni continuano ad armare sia le formazioni a favore del governo, sia quelle contro,  la guerra civile continuerà per lunghi anni. Nessuno è in grado di vincere.  Le conseguenze in questo caso saranno tragiche sul piano umanitario e pericolose  su quello politico. «In Medio Oriente, a vote si ha la sensazione che nessun evento della storia abbia un orizzonte finito, che non si volti mai pagina e non arrivi mai il momento in cui poter dire, adesso basta» scrisse in “Cronache mediorientali”, Robert Fisk.

Ma perché la Siria possa continuare ad esistere ora è indispensabile dire “adesso basta”. E dirlo con un intervento reale e pragmatico della Diplomazia russa e statunitense. Le opposizioni purtroppo non rappresentano ancora una soluzione perché incapaci di coalizzarsi  in maniera omogenea ed esprimere un programma politico, unitario e convincente. E in mezzo al tragico balletto di spie e infiltrati, soldati e mercenari, armi e denaro, combattimenti e distruzioni, interessi economici e strategici,  il popolo siriano tenta di sopravvivere.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro  Chi combatte in Siria – seconda parte (riproducibile citando la fonte)

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