Effetto Siria e Contagio egiziano

Reazioni in Medio Oriente

Sugli schermi della televisione siriana passa a ripetizione uno spot che mostra un dattero, alimento tradizionale del Ramadan, che contiene un proiettile. Sotto, una scritta: «Non rovinate il Ramadan con la violenza». Era l’11 agosto 2012, un anno e un mese fa, ad Aleppo. Quest’anno il Ramadan è iniziato il 9 o il 10 luglio (varia da Paese in Paese secondo le fasi lunari), ma in Siria le armi continuano a sparare, ancora si combatte e si muore, anche se l’Egitto ha occupata la scena. Un Egitto in piena crisi economico-sociale, scosso da agitazioni, scontri, contrasti, ai primi passi del dopo Morsi.

Ramadan, il nono mese del calendario lunare islamico, in periodo in cui ogni buon musulmano pratica il digiuno. L’astinenza però non ha alcun valore se è accompagnata da cattive azioni. Un mese che dovrebbe essere di comunione con Dio, quindi, all’insegna della carità e della fratellanza. Non è servito però a far tacere le armi in Siria nonostante l’appello del segretario delle Nazioni Unite Ban KiMoon. «Chiedo a tutte le persone che in Siria portano un’arma di smettere di combattere e di offrire questo mese di pace come regalo collettivo alla popolazione». Un invito inascoltato.

Ma, molti in Egitto sperano che il Ramadan, aiuti ad allentare le tensioni fra i Fratelli musulmani e la piazza del Movimento 30 Aprile  e del Tamarrod, alleati con le Forze Armate, nello schieramento  contro ex- Presidente Mohammad Morsi. Sul piano regionale la caduta di Morsi potrebbe favorire Bashar al -Assad, dato che i Fratelli Musulmani  appoggiavano apertamente gli oppositori siriani. Mentre gli effetti domino della guerra siriana continuano a farsi sentire in Libano dove, due giorni fa, il 9 luglio, è un’autobomba è esplosa vicino al  centro commerciale di Bir al-Abed,  nella periferia meridionale della città, roccaforte del movimento sciita  Hezbollah, causando una cinquantina di feriti. In Libano si combatte da tempo al nord a Tripoli fra le fazioni filo e contro Bashar. Ma la tensione in Libano è aumentata dopo l’intervento dichiarato degli Hezbollah in Siria a sostegno del regime del presidente Bashar al-Assad. A Sidone, nel sud del Libano, il 23 e il 24 giugno, un gruppo armato salafita  aveva attaccato militari libanesi, causato oltre la morte di 17 soldati. Il motivo dell’attacco, secondo il suo ispiratore, lo sceicco Ahmad al Assir, è il sostegno che non solo Hezbollah ma anche l’esercito regolare libanese starebbe dando al regime di Damasco. La crisi egiziana potrebbe invece avere ripercussioni sulla Tunisia. Il partito islamico al potere, al-Nahda (emanazione politica di Fratelli Musulmani come lo era in Egitto Giustizia e libertà) non dimentica  che è stata la rivoluzione Tunisina a contagiare l’Egitto nel 2011. Ora la rivolta potrebbe compiere il cammino inverso.  In questi giorni è nato infatti il movimento  ”Tamarrod Tunisie’‘, che progetta di sciogliere l’Assemblea Costituente, cancellare la nuova Carta Costituzionale e fissare una data per nuove elezioni. Il movimento sta crescendo e in poche ore ha raccolto decine di migliaia di firme. Il partito, da parte sua, ha confermato il suo appoggio al presidente egiziano deposto, Mohammad Morsi e ha organizzato per sabato, a Tunisi, una manifestazione contro il  colpo di Stato militare egiziano Nessuna congratulazione  al nuovo Presidente ad interim Adly Mansour, neppure dalla Turchia dopo che la piazza, nel mese scorso, aveva manifestato contro l’autoritarismo del  Premier Recep Tayyip Erdogan. Le proteste sono state calmate con la forza.  E il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu ha definito la destituzione di Morsi,  un colpo di Stato. Per motivi diversi,  anche i dirigenti di Hamas, il movimento islamico palestinese, emanazione dai Fratelli Musulmani egiziani,  guarda con preoccupazione la situazione. Grazie a Morsi era riuscito ad ottenere riconoscimenti nel mondo arabo-musulmano. Donazioni, visite di delegazioni ufficiali come mai era successo ai tempi di Mubarak. Il Qatar forte sostenitore dei Fratelli Musulmani, si è congratulato con le Forze Armate egiziane per il modo di gestito la situazione e si è affrettato a dichiarare di  rispettare “la volontà del popolo egiziano”. Incerto ora il ruolo del Paese che ha supportato la boccheggiante economia egiziana con 5 miliardi di dollari. Quale sarà il suo gioco? Senza dubbio è soddisfatta l’Arabia Saudita, da sempre rivale dei Fratelli Musulmani. Oltre a esprimere le sue felicitazioni al presidente ad interim Adly Mansour,  re Abdullah, ha fornito infatti un finanziamento di 8 miliardi di dollari. Voci di corridoio parlano di 4 miliardi di dollari messi a disposizione dal Kuwait. Le monarchie arabe temono l’Islam politico dei Fratelli musulmani e hanno quindi respirato di sollievo mettendo volentieri mano al portafoglio di petrodollari. Aiuti  in arrivo anche dagli Stati Uniti. Dopo la nomina del nuovo presidente ad interim egiziano, il presidente Barak Obama, si è esposto sulla questione dei programmi di aiuto, senza dubbio stagnanti  dopo la salita al potere di Morsi e dei Fratelli Musulmani. Prevedibile.

 

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Effetto Siria e contagio egiziano (riproducibile citando la fonte)

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