Siria, i raid punitivi e l’Obama riluttante

Ora è tardi. Anzi, è tardi da un pezzo. E’ tardi per l’unica soluzione che avrebbe potuto aiutare la Siria e i siriani, quella politica e diplomatica. ‘Se non ora quando?’ si chiedeva Primo Levi. E la risposta è: ‘prima’.

Prima dei 100 mila morti, prima che la Siria si disgregasse come entità territoriale, prima che le rivolte represse con violenza degenerassero in guerra civile con l’inevitabile corollario di vendette personali, di clan, e di milizie private. Prima che la crisi s’ internazionalizzasse (con Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti a sostegno degli oppositori anti-Assad e Iran, gli Hezbollah libanesi, la Russia e la Cina sul fronte opposto).  Prima che entrassero in gioco i gruppi jihadisti che stanno alterando la natura originaria delle rivolte. Prima che un Paese andasse distrutto negli animi della gente, nel tessuto sociale, etnico, nelle infrastrutture, nel patrimonio artistico.

Un raid militare missilistico mirato e -si dice- limitato, porterebbe beneficio alla popolazione? Punire in questo modo Bashar al Assad per l’uso di armi chimiche, lo indurrebbe a lasciare il bastone del comando? Non esiste un esempio positivo nell’area cui fare riferimento. Non è credibile. Mentre sono imprevedibili le reazioni della leadership di Damasco e quelle dei suoi alleati.  Dopo la disastrosa esperienza irachena e dell’Afghanistan, il ‘pasticciaccio’ libico, si capisce come il Presidente Barack Obama sia riluttante, ma senza via d’uscita dopo la famosa dichiarazione sulla a linea rossa delle armi chimiche. Ricattato più dalle sue parole che dall’opposizione repubblicana, sembra che Obama non abbia via di uscita. Anche se ormai pure i francesi e gli inglesi sembrano essersi resi conto del rischio di un interventismo limitato e mirato (chi lo può garantire, infatti?). L’Iran e Israele staranno a guardarele rappresaglie dove e come colpiranno? 

La crisi siriana, non più ‘crisi’, ma crudele guerra civile senza esclusione di colpi ha già contagiato il Libano. A Tripoli, a Sidone. Il Libano dove – fra l’altro- al sud, al confine con Israele, nel territorio controllato da Hezbollah, ci sono le forze dell’Unifil -circa mille soldati italiani. E le ripercussioni di un raid mordi e fuggi via, tanto per bacchettare Bashar al Assad, potrebbero avere ripercussioni dall’Iraq al Sinai Egiziano.

Nell’intricato puzzle siriano l’unica soluzione sarebbe stata quella politica. C’è stato un momento in cui le Cancellerie avrebbero potuto lavorare per una soluzione diplomatica. Una soluzione seria. Non il balletto delle inutili riunione degli Amici della Siria, che oggi suona quasi offensivo. Amici della Siria? Di quale Siria? Ma non è stato fatto.

All’inizio della crisi siriana e ancora più avanti, l’Occidente avrebbe potuto  inviare forze di pace.  Non solo una manciata di Caschi Blu.  E ancora un anno, una anno e mezzo fa, una transizione post-Assad  con l’impegno delle superpotenze Usa e Russia, sarebbe stata non certo semplice ma possibile.

Ora con il raid annunciato, rimandato, riannunciato. Fra dichiarazioni e contro dichiarazioni, velate minacce e rassicurazioni, per il Paese martoriato, nessuna soluzione politica è più attuabile. Games over. Nessuna transizione complessa ma accettabile. Soltanto, purtroppo -nella migliore delle ipotesi-  una transizione lunghissima e violenta. Ancora gruppi che si combatteranno, ancora profughi, ancora distruzione, sofferenza. “I siriani meritavano di più” mi ha detto ieri Ahmad, che da anni vive in Italia. I suoi genitori erano rimasti a Damasco. Volevano restare, non abbandonare la casa. Questa mattina hanno passato il confine con il Libano.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Siria i raid punitivi e l’Obama riluttante (riproducibile citando la fonte)

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