Nell’autunno dello scontento saudita

Madawi al-Rasheed, docente saudita al King’s College dell’Università di Londra, nel testo «Storia dell’Arabia Saudita» analizza a fondo l’avvicinamento del Regno arabo agli Stati Uniti durante gli anni Ottanta, raccontando come «Fahd, più di ogni altro leader saudita portò avanti una relazione speciale con gli States, stringendo rapporti militari, economici e politici. Di fronte all’instabilità della situazione del Golfo causata allora dal rovesciamento dello Shah in Iran e dalla guerra fra Iran e Iraq, l’Arabia Saudita cercò l’appoggio americano per difendersi da quella che considerava la minaccia della Repubblica islamica di Teheran e dal potenziale pericolo rappresentato dall’Unione Sovietica».

Un’alleanza storica quindi,  nata già nel 1932, per volere re Abdul Aziz.  Le ragioni oggi sembrano paradossali ma re Abdul Aziz preferì  stabilire un patto di alleanza con gli Stati Uniti piuttosto che con la Gran Bretagna «perché gli statunitensi non avevano ambizioni imperialistiche».

La relazione oggi scricchiola? I Sauditi sono tesi e suscettibili. Hanno rifiutato di tenere il discorso all’assemblea generale dell’Onu e il 18 ottobre scorso hanno rinunciato al seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

 Non approvano l’avvicinamento del Presidente Usa  Barak Obama al Presidente della Repubblica Islamica iraniana,  Hassan Rohani.  E lo dimostrano apertamente.  Un cambio di rotta positivo quello degli Stati Uniti,  ma i Sauditi non la vedono i questo modo. Dal 1979, anno della rivoluzione di Khomeini in Iran infatti, gli Stati Uniti e Arabia Saudita si erano sempre opposti al regime religioso di Teheran. Ma dopo i segnali di distensione  e di aperture diplomatiche del nuovo presidente iraniano, Hassan Rohani, gli Stati Uniti hanno  incominciato a trattare con l’Iran un accordo sul nucleare. 

Altri dissapori.  Gli Stati Uniti hanno inutilmente chiesto alla Casa Regnante Saudita  di mitigare, in Egitto, la repressione del  generale al- Sisi contro i Fratelli Musulmani.  Ma i Sauditi,  alleati del Hosni Mubarak, avevano già dissentito quando il Presidente Obama aveva appoggiato la piazza egiziana contro il Rais. Forti oppositori dei Fratelli Musulmani  si erano irritati nell’assistere al  suo sostegno alla Fratellanza, salita al potere attraverso regolari elezioni.

Il terreno siriano ha fornito ai Sauditi altri motivi di  malcontento. La decisione  di Washington del 27 settembre scorso di sospendere l’attacco annunciato contro la Siria di Bashar al- Assad. E  possiamo immaginare i tormenti della Casa Reale  che ha dovuto assistere all’accordo fra Stati Uniti e Russia sul disarmo dell’ arsenale chimico siriano.  

In contrasto sull’Egitto, la Siria e l’Iran, rimane comunque un collante fra gli Stati Uniti e l’Arabia,  la lotta comune contro il terrorismo e i gruppi legati ad Al- Qaida che si stanno diffondendo, rafforzati, in molti Paesi dell’area mediorientale.

L’Arabia  Saudita è guidata da  una classe dirigente anziana e si sta dimostrando piuttosto rigida nell’accogliere mutamenti. Ma in quanto sede della Mecca e dei santuari piu’ sacri dell’Islam, la sua politica non interessa solo la popolazione  interna ma milioni di musulmani nel mondo. Impossibile non tenerne conto.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Nell’autunno dello scontento saudita (riproducibile citando la fonte)

 

Madawi al-Rasheed, docente saudita al King’s College dell’Università di Londra, nel testo «Storia dell’Arabia Saudita» analizza a fondo l’avvicinamento del Regno arabo agli Stati Uniti durante gli anni Ottanta, raccontando come «Fahd, più di ogni altro leader saudita portò avanti una relazione speciale con gli States, stringendo rapporti militari, economici e politici. Di fronte all’instabilità della situazione del Golfo causata allora dal rovesciamento dello Shah in Iran e dalla guerra fra Iran e Iraq, l’Arabia Saudita cercò l’appoggio americano per difendersi da quella che considerava la minaccia della Repubblica islamica di Teheran e dal potenziale pericolo rappresentato dall’Unione Sovietica».

Un’alleanza storica quindi,  nata già nel 1932, per volere re Abdul Aziz.  Le ragioni oggi sembrano paradossali ma re Abdul Aziz preferì  stabilire un patto di alleanza con gli Stati Uniti piuttosto che con la Gran Bretagna «perché gli statunitensi non avevano ambizioni imperialistiche».

La relazione oggi scricchiola? I Sauditi sono tesi e suscettibili. Hanno rifiutato di tenere il discorso all’assemblea generale dell’Onu e il 18 ottobre scorso hanno rinunciato al seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

 Non approvano l’avvicinamento del Presidente Usa  Barak Obama al Presidente della Repubblica Islamica iraniana,  Hassan Rohani.  E lo dimostrano apertamente.  Un cambio di rotta positivo quello degli Stati Uniti,  ma i Sauditi non la vedono i questo modo. Dal 1979, anno della rivoluzione di Khomeini in Iran infatti, gli Stati Uniti e Arabia Saudita si erano sempre opposti al regime religioso di Teheran. Ma dopo i segnali di distensione  e di aperture diplomatiche del nuovo presidente iraniano, Hassan Rohani, gli Stati Uniti hanno  incominciato a trattare con l’Iran un accordo sul nucleare.

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