Appunti di Viaggio

Immagini da Damasco

Immagini dalla Siria

La Siria vista dalla Siria

Hijab in vendita in un negozio di Damasco

Sono in Siria da quasi tre mesi. Una premessa sull’informazione.
1) Fin dall’inizio della “crisi siriana” l’informazione dei media internazionali – la maggior parte dei quali non aveva corrispondenti sul posto – è stata scorretta. L’ho potuto constatare in diverse occasioni come testimone diretta. Mi riferisco, in questo caso a Damasco.
E ne ho scritto qui sul mio blog, sul quotidiano online www.Lettera43.it e nelle mie corrispondenze, “Diario da Damasco”. Durante questo periodo ho raccolto testimonianze di attivisti, di oppositori, di sostenitori del regime, di esponenti del partito comunista, di gente comune. Persone in carne e ossa con un nome, un volto, un mestiere. Penso più attendibili quindi di voci anonime telefoniche. Eppure non le ho mai divulgate come “verità” in quanto le testimonianze non erano confermate da fonti indipendenti.
Leggo spesso “lo affermano testimoni”. Chi sono? C’è qualche conferma? E qualcuno verifica Twitter e Facebook? Io ho provato, più volte, e anche in questo caso spesso ho trovato notizie false. Le testimonianze che ho raccolto sul “terreno” e non a Beirut o in Giordania sono sempre state contraddittorie, e bisognerebbe tenerne conto.
Personalmente dagli stessi attivisti con cui sono in contatto a volte ho ricevuto informazioni diverse da quelle che poi leggevo sui grandi media, riguardo, per esempio,  il numero dei partecipanti alle manifestazioni. Quasi sempre inferiori. E ancora.

Chiesa greco ortodossa

A volte vivendo qui ci si trova contagiati da suggestioni, paure che vengono trasformate in realtà.
Un esempio recente. Sabato 7 maggio sono andata con il bus di linea ad Homs. I negozi erano aperti e ho pranzato con alcuni amici in un piccolo ristorante. Verso l’una e mezza, mentre ero vicino alla chiesa siriaco-cattolica, i negozianti hanno chiuso in fretta la serrande e hanno cominciato a dirmi “Musahara, manifestazione, c’è una manifestazione”. In un  caffé ho chiesto notizie e mi è stato riferito “che in centro si era formato un corteo di 20 mila persone e che la strada per la stazione dei bus era interrotta”. Con un taxi ho fatto un giro in centro. Non c’era nessuno e sono ritornata senza problemi alla stazione.
Che cosa è successo quindi?
Venerdì, Homs era stata teatro di manifestazioni e il giorno seguente, il sabato, dopo la preghiera, la gente spaventata, aveva trasformato un timore  in un fatto reale. Io ho controllato la notizia. Mi domando quanti l’avrebbero invece “sparata” da un sito internet, una tv, una radio senza accertarsi prima.
Sono pochissimi i media che hanno voluto o sono riusciti a mandare un corrispondente a Damasco. Il regime siriano, poliziesco e autoritario, ha allontanato i giornalisti, è vero. Ma la mia impressione è che alle influenti catene televisive come Al Arabiya, Al Jazeera o la BBC non importi molto il ritrovamento diretto e incrociato delle notizie. Troppo spesso le informazioni vengono prese in rete e sono pubblicate  solo quelle che parlano di proteste oceaniche, guerriglia nelle strade, le altre sono scartate. Credo sia stata ignorata dai media occidentali la notizia recente delle dimissioni dalla tv Al Arabiya della giornalista Zeina Al Yaziji, in polemica per come sono seguite le manifestazioni in Siria. Per le stesse ragioni ha dato le dimissioni il direttore della redazione siriana di Aljazeera Abdel Harid Tawfiq. E già da metà aprile l’editorialista Ghassan ben Jiddo ha lasciato la direzione dell’ufficio corrispondenza da Beirut.

In Siria: facebook or not facebook?

Ragazze in un wireless cafè a Damasco, Old Town

A Gennaio, durante i “giorni della collera”, il governo aveva chiuso l’accesso. Certo per precauzione. In Egitto, Fb, ha svolto un ruolo importante nell’organizzare la protesta che ha portato alla caduta di Mubarak. Ma dall’8 di febbraio, in Sira, il divieto è stato annullato. Nessuna restrizione. Internet è a disposizione di tutti. In Old Town, gli Internet cafè sono sempre pieni, molti bar mostrano il cartello: free wireless. Ed è possibile navigare sul cellulare. O comperare il modem per casa. Anche se, purtroppo, con le “chiavette” in certe zone della città (come la mia) la connessione è “capricciosa”.

Nessuna restrizione dunque. Neppure dopo le manifestazioni di Dar’aa. E questo mi sembra un buon segnale. Eppure anche qui, sul popolare Social Network, si sono formati gruppi pro-rivolta. Gruppi che avevano annunciato, per il 5 di febbraio, una grande sollevazione popolare a Damasco, dopo la preghiera del venerdì (fra l’altro un’analoga rivolta era stata segnalata per ieri).

Il 5 febbraio non è successo nulla e forse per questo l’accesso è stato riaperto. Un segnale di fiducia nei confronti dei giovani? Un tentativo di raffreddare gli animi? Una prova che davvero il presidente Assad, come ha dichiarato al Wall Street Journal, “ha un buon rapporto con il suo popolo” e non teme dunque Fb? Rami, un assiduo frequentatore dell’Internet cafè, dove vado ogni tanto per leggere la posta più rapidamente, mi ha raccontato che anche durante la chiusura, lui e i suoi amici, non avevano problemi. Utilizzavano infatti un server internazionale per aggirare il divieto. “Anche YouTube è open – ha aggiunto – invece il Forum Blogspot è vietato”. Rami, non crede nella rivoluzione. Spera però che il Governo mantenga le promesse di modernizzazione e di apertura. Soprattutto di attenzione verso i giovani.

Melting Pot

Il Sham City Centre di Damasco

Ieri, sul taxi per andare al centro commerciale “Sham City Centre”,  incrociavo autobus strapieni di siriani. Donne con l’abaya, ragazze con l’hijab e altre con i capelli al vento, uomini con la kefiah e altri vestiti all’occidentale. La stessa mescolanza nel lussuoso Sham City Center, nella città nuova. Mi ha colpito, come sempre, vedere donne con il niqab mentre comperavano la stessa biancheria o gli abiti per bambini, in mostra nelle vetrine di Milano.
Nel ristorante panoramico sul tetto, mamme con l’abaya e il velo nero insieme alle figlie in jeans e maglioncino…
In nessuna città araba ho mai visto, come a Damasco, un melting pot di stili così diversi. E nella città vecchia, nei caffè della via “Dritta” che parte che Bab Sharqi, o in via Bab Tuma, s’incontrano sempre gruppetti di amiche musulmane con l’hijab e cristiane in minigonna. Fumano harghile, bevono thé, mangiano kebbeh e hummus, si scambiano il rossetto, ridono, chiacchierano fitto fitto. Perché a Damasco culture e religioni diverse hanno convissuto per 15 secoli di storia. E continuano a farlo.

In nessun’altra città araba a prevalenza musulmana, il tramonto e la notte sono illuminati dal verde delle mezze lune delle moschee e dal giallo delle croci delle chiese cristiane. Mi affascina la domenica ascoltare il suono delle campane e il richiamo del muezzin. E sorrido quando penso che in Italia molta gente mi chiede se in Siria “è possibile costruire chiese”. Nel Paese, i cristiani rappresentano il 12% della popolazione e sono divisi in ben 11 confessioni.
Le elenco, secondo il numero dei fedeli: greco-ortodossa, armena-ortodossa, greca cattolica, siriaca ortodossa, armena cattolica, siriaca cattolica, maronita, protestante, latina, nestorina e assiro-caldea.
Alcune non le conosco, lo confesso. Incuriosita, mi sono ripromessa di andare ad assistere alla messa. Prima tappa, domenica prossima, la chiesa della comunità siro-ortodossa, in via Bab Tuma.

8 marzo e Settimana della Donna: come si festeggiano in Siria?

Non si celebrano affatto. Qui in Siria, come in molti Paesi del Medio Oriente, non è accaduto nulla e la settimana è trascorsa come le altre.
Sul quotidiano Baladna, Bassam al-Qaddi, fondatore del Syrian Women Observatory Organization for Women’s Rights, scrive:” Molte donne intervistate sull’argomento, hanno risposto di non essere a conoscenza della Settimana Internzionale della Donna. Altre hanno dichiarato di non approvare il concetto di uguaglianza di genere. Ancora Bassam Al-Qaddi, riporta lo stupore di Mariam, una casalinga 43enne:”Le donne festeggiano una giornata per se stesse? A che serve? Conosciamo i nostri diritti e siamo felici .Io credo che l’unico giorno da celebrare sia quello della mamma”.
Sono riuscita a fare la stessa domanda a due ragazze, alla Mostra dell’artista Ayman Esmandar, allestita nel cortile coperto del Khan Assad Pasha. Difficile per uno straniero.I siriani sono molto gentili ma riservati. Non si confidano volentieri. Per fortuna alle ragazze piaceva il mio vestito, si sono incuriosite e hanno incominciato a chiacchierare…Anche se poi non hanno voluto che scrivessi il loro nome. Sì sapevano del “Giorno della donna”. Avevano visto un servizio in tv. Una delle due, studentessa universitaria di Lingue, è più battagliera:”Dobbiamo cambiare molte tradizioni che ci bloccano e non ci permettono di raggiungere una vera uguaglianza ”.
Anche Bassam al-Qaddi, sottolinea nell’articolo, che le maggiori discriminazioni derivano proprio dalle tradizioni. Anche se, per garantire maggiore parità, molte leggi sulla cittadinanza andrebbero cambiate. Purtroppo oggi in Siria, le donne partecipano poco ai Movimento per i propri diritti. Per tante, a quanto pare, è sufficiente “essere la presidentessa della repubblica del cuore dell’amato” Come canta il libanese Mohammed Iskandar, nel brano che ha dedicato l’anno passato alla moglie. E che è stato a lungo in testa alle classifiche della radio anche in Siria.

Due ragazze nel suq

n.b. Le ragazze nella foto non sono quelle intervistate.

8 Marzo e Settimana della Donna:come si festeggiano in Siria?

Non si celebrano affatto.Qui in Siria, come in molti Paesi del Medio Oriente, non è accaduto nulla e la settimana è trascorsa come le altre.
Sul quotidiano Baladna, Bassam al-Qaddi, fondatore del Syrian Women Observatory Organization for Women’s Rights, scrive:” Molte donne intervistate sull’argomento, hanno risposto di non essere a conoscenza della Settimana Internzionale della Donna. Altre hanno dichiarato di non approvare il concetto di uguaglianza di genere. Ancora Bassam Al-Qaddi, riporta lo stupore di Mariam, una casalinga 43enne:”Le donne festeggiano una giornata per se stesse? A che serve? Conosciamo i nostri diritti e siamo felici .Io credo che l’unico giorno da celebrare sia quello della mamma”.
Sono riuscita a fare la stessa domanda a due ragazze, alla Mostra dell’artista Ayman Esmandar, allestita nel cortile coperto del Khan Assad Pasha. Difficile per uno straniero.I siriani sono molto gentili ma riservati. Non si confidano volentieri. Per fortuna alle ragazze piaceva il mio vestito, si sono incuriosite e hanno incominciato a chiacchierare…Anche se poi non hanno voluto che scrivessi il loro nome. Sì sapevano del “Giorno della donna”. Avevano visto un servizio in tv. Una delle due, studentessa universitaria di Lingue, è più battagliera:”Dobbiamo cambiare molte tradizioni che ci bloccano e non ci permettono di raggiungere una vera uguaglianza ”.
Anche Bassam al-Qaddi, sottolinea nell’articolo, che le maggiori discriminazioni derivano proprio dalle tradizioni. Anche se, per garantire maggiore parità, molte leggi sulla cittadinanza andrebbero cambiate. Purtroppo oggi in Siria, le donne partecipano poco ai Movimento per i propri diritti. Per tante, a quanto pare, è sufficiente “essere la presidentessa della repubblica del cuore dell’amato” Come canta il libanese Mohammed Iskandar, nel brano che ha dedicato l’anno passato alla moglie. E che è stato a lungo in testa alle classifiche della radio anche in Siria.

Libertà

mappa egittotunisia

Libertà, libertà… E’ solo un nostro diritto? Perché gli Egiziani, i Tunisini  non dovrebbero averlo, il diritto di ribellarsi e di scegliere “in libertà”, come vivere e da chi essere governati? Gli egiziani si stanno battendo per uno Stato di diritto, stanno dicendo “basta” alla dittatura. Perché, invece, negli articoli e nei servizi televisivi italiani questa parola compare così poco? Perché mi sento domandare dalla gente, dagli amici: “l’Europa è in pericolo? La rivolta porterà al potere i “fondamentalisti”?

Come sempre l’informazione scarsa, la disinformazione, l’antinformazione fanno danni. Vi segnalo due post illuminanti, esaustivi di Paola Caridi:
J’accuse
Ah, già, la paura dell’islamismo…

Per riflettere, conoscere meglio i fatti, cercare di capire.

In Italia nasciamo pari e cresciamo dispare, ci vuole un comitato!

La sala Igea dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana è affollata. I fotografi bersagliano di flash le promotrici, Fiorella Kostoris e Emma Bonino, rispettivamente Presidente e Presidente onoraria del Comitato. Chi arriva tardi si siede per terra. L’atmosfera, nonostante la sede istituzionale, è allegra e informale. Per le relatrici nessun palco ma un semplice tavolo rotondo al centro della sala.
Emma Bonino, dopo anni di battaglie per la posizione della donna, non ha perso energia né senso dell’humour. “In Italia nasciamo pari e cresciamo dispare. Ma non è un destino ineluttabile, possiamo ancora cambiarlo”. Sostiene l’importanza della valorizzazione del merito e del talento, “troppo spesso risorse inutilizzate”. E si sofferma sugli effetti negativi dei modelli femminili proposti dai media,  mortificanti e comunque stereotipati.  Sul piccolo schermo non sono presenti modelli vincenti grazie al merito, alle capacità. Le ragazze consapevoli di sé non si lasciano influenzare, tante invece, interiorizzano le immagini che entrano ogni giorno in casa e che incideranno sulle scelte di vita.

Dal convegno dei “Musulmani 2G”, le seconde generazioni, com’è lontana la Svizzera dei minareti

Torino, 1-2 dicembre 2009, Convegno Nazionale “Musulmani 2G- Diritti e doveri dei giovani musulmani di seconda generazione”, promosso dal CIPMO (Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente) in collaborazione con l’Associazione Giovani Musulmani italiani, L’istituto di Studi Storici Gaetano Salvemini e l’Associazione FIERI (rete di studi interdisciplinari per lo studio dei fenomeni migratori e l’inclusione delle comunità straniere).
Atmosfera intensa e partecipe nella sala del Circolo dei Lettori del seicentesco Palazzo Granieri della Roccia che ospita il convegno. La presentazione ufficiale davanti a un pubblico eterogeneo: docenti universitari, ricercatori, cittadini partecipi,  giovani donne in hijab…
 Janiki Cingoli, Direttore del CIPMO, pone subito l’accento sullo scopo dei lavori. Analizzare “il tema dei giovani musulmani di seconda generazione da tre punti di vista: la vita quotidiana, gli aspetti giuridici, il confronto tra le diverse esperienze europee”. Secondo le stime ufficiali, oggi, i giovani musulmani in Italia sono 200.000, di cui l’80% è nato nel nostro Paese o vi è arrivato giovanissimo con i genitori. Una realtà composita, dato che le origini dei ragazzi fanno riferimento a circa 50 nazionalità differenti. 
Hanno frequentato le nostre scuole, parlano perfettamente l’italiano, tifano per la Juventus o la Roma. Eppure, al di là delle immagini preconfezionate e i soliti stereotipi, non sappiamo veramente chi sono questi ragazzi. Come vivono? Che cosa studiano? Dove lavorano? Quali sono i problemi che devono affrontare ogni giorno? Lo scopriremo nel corso del Convegno…