Primavera araba

Primavera in Siria. Una stagione fa.

Nel 2000 l’elezione di Bashar portava promesse di democrazia

Ali Ferzat

Di primavera in primavera, chi ricorda più di quella di Damasco? Si era nella prima metà del 2000 ed il giovane Bashar al-Assad era stato nominato formalmente (il 17 luglio) Presidente della Repubblica Siriana. Da allora, fino ai primi mesi del 2001, iniziò una nuova stagione politica che vide rinascere la società civile siriana dopo anni di silenzio. La stampa la battezzò Primavera di Damascoparagonandola alla Primavera di Praga del 1968.

Samir Kassir scrisse: “è cambiato il clima generale. E’ indubbio che in tutto ciò l’allentarsi della morsa dei servizi segreti abbia avuto il suo peso. Ed è altrettanto indubbio che parte di quell’allentamento era dovuto al fatto che alcuni comandanti avevano scommesso sul cambiamento. Ma si è trattato di una scommessa di breve durata e prima dello scadere del primo anno di mandato di Bashar al-Assad, il governo siriano ha ripreso l’abitudine di praticare arresti”.

Che cos’era successo, dunque? Già nel maggio 2000, alcuni gruppi di intellettuali avevano ripreso a riunirsi e di seguito, approfittando del ’nuovo clima’ di apertura, il 27 settembre 2000, un gruppo di personalità aveva pubblicato il ’Manifesto dei 99’ che chiedeva un cambiamento democratico.

In tutto il Paese vennero aperti circoli di discussione politica. Per la prima volta, dall’avvento del partito Baath (marzo 1063) in Siria era possibile riunirsi pubblicamente senza chiedere l’autorizzazione. Ma con la pubblicazione del Manifesto del Mille del 2001- la Carta fondatrice dei Comitati per la rinascita della Società civile- che chiedeva in maniera esplicita l’avvento al multipartitismo, le autorità reagirono. Chiusura, pressioni, arresti. La Primavera era finita.

Da allora, e sono passati undici anni, la società civile non è più riemersa. Durante la breve Primavera furono fondati diversi giornali. Uno dei più celebri ’Al-Domari’, “il Lampionario“, il foglio satirico di Alì Ferzat. Il vignettista aveva conosciuto personalmente il giovane Bashar, quando non era ancora Presidente, che aveva riso delle sue vignette e gli aveva promesso che il suo lavoro satirico non sarebbe più stato censurato. Ma nel 2003 ’Al-Domari’ fu costretto a chiudere. Ferzat ha continuato a disegnare nel quotidiano di stato Tishreen e su altre riviste, dedicandosi soprattutto alle rivolte in Siria, pubblicando vignette contro Bashar al-Assad. Nell’agosto scorso è stato picchiato – gli hanno fratturato le mani – a Damasco, da un gruppo non identificato.

Alì Ferzat, che ha ricevuto la settimana scorsa, a Londra, il premio ’Index of Censorship (http://www.indexoncensorship.org/awards-winners/)’ per la libertà di pensiero e di espressione nell’arte, (dopo aver ricevuto, lo scorso anno, il premioSacharov e quello istituito da Reporters Sans Frontier per la libertà di stampa), si è rifugiato ora in Kuwait.

Dopo la fine della Primavera di Damasco, molti intellettuali si chiusero in se stessi per non finire in carcere, altri pagarono con la vita l’opposizione al regime o scelsero la via dell’esilio. Ma diversi di loro, come in tutti i casi di governo dittatoriale, si ’misero dalla parte del regime’ collaborando ed entrando a far parte delle sue organizzazioni culturali.

Indubbiamente, esiste uno scollamento in Siria tra gli intellettuali e il popoloPochissimi hanno preso parte attiva alle manifestazioni per le strade. Molti, come la scrittrice Samar Yazbek, dopo aver espresso pubblicamente il dissenso ed essere stati minacciati, sono fuggiti all’estero. Noi non ci fidiamo degli intellettuali”, mi disse a luglio un oppositore. Uno di quelli che scendevano per stradaRestano in disparte e aspettano di vedere che cosa succederà.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/primavera-in-siria-una-stagione-fa/ (riproducibile citando la fonte)

Paesi del Golfo: dove volano le rendite

Cresce l’interesse italiano per gli Emirati Arabi e il Qatar, che ospita la prima fiera del Made in Italy

Tempo di crisi, in Italia come in Europa. E si cercano nuovi mercati per investire e creare jointventures ed opportunità di business. Per quanto riguarda il Medio Oriente e l’Africa del Nord, i pareri sono discordanti. Infatti dopo le Primavere Arabe, alcuni Paesi del Medio Oriente e dell’Africa del Nord (MENA) si trovano in condizioni geopolitiche instabili.Legami commerciali, già esistenti o sul procinto di nascere, sono stati danneggiati. Secondo le fonti di ’Reuters’ 50 miliardi di dollari sono stati congelati o perduti durante l’anno passato nei sei Paesi dove sono avvenuti i disordini più gravi: Bahrain, Egitto, Libia, Siria, Tunisia, Yemen. Ma c’è anche chi sostiene che ’i sovvertimenti finanziari’ abbiano sbloccato nuove opportunità per le aziende private, aprendo così il mercato a nuovi attori protagonisti.

Molte imprese italiane stanno rivolgendo l’attenzione ai ricchi Paesi del Golfo non coinvolti dalle Primavere. Il 20 marzo scorso a Doha, capitale del Qatar, per esempio – grazie alla missione organizzata da Ministero dello sviluppo economico, da Confindustria e Simest(Società italiana per le imprese all’estero) – è stato firmato un accordo di collaborazione fra la Simest e la Concordia Capital (una società finanziaria a partecipazione privata del Qatar)per promuovere lo sviluppo delle relazioni economiche tra le aziende italiane e quelle del ricco emirato.

Il Ceo di Simest, Massimo D’Aiuto ha dichiarato che “ il Qatar offre opportunità interessanti soprattutto nelle infrastrutture“. Infrastrutture che devono essere infatti ultimate per i Campionati di Calcio del 2022, e per le quali l’Emirato ha stanziato circa 70 miliardi di dollari di investimenti.

Aria di business? Si vedrà. Intanto dal 10 al 13 di Maggio debutterà nel piccolo emirato la prima fiera Made-in Italy in Qatar.

Anche la Federazione degli Emirati Arabi Uniti rimane un punto fermo per le imprese occidentali che vogliono investire nei mercati medio-orientali. I settori trainanti dell’economia sono quelli delle infrastrutture, beni di lusso, siderurgia, e dell’ immobiliare.Gli Emirati sono da alcuni anni piuttosto ’appetibili’ per la creazione delle ’free zone’. Aree in cui non esistono restrizioni al trasferimento dei profitti o rimpatrio del capitale. Qui, le aziende possono quindi appartenere interamente ad investitori stranieri e beneficiare di una esenzione fiscale (corporate tax) per 50 anni. Nelle free zone non sono previste tasse sulle società per almeno 15 anni e dazi doganali.

Donne per i diritti umani. Casa della memoria e della storia – Roma.

Martedì 20 marzo alle ore 17,00 presso la Casa della Memoria e della Storia a Roma

ANPI provinciale Roma: “Donne per i diritti umani”.

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Donne protagoniste della resistenza: oggi in Siria, Iran, Afghanistan e Sudan, come ieri in Italia. L’ANPI di Roma e Lazio ha organizzato l’incontro per dare voce alle testimonianze di donne italiane sulla primavera araba e sulle esperienze di resistenza delle donne in Iran, Afghanistan e Sudan.
L’incontro, coordinato da Elena Improta, Vice Presidente di Anpi Roma, è stato aperto da Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente
dell’Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa, che da sempre ascolta le voci delle donne straniere e con loro ha costruito un ideale filo di unione tra mondi e culture diverse, promuovendo libri e convegni sul tema.
Con l’introduzione di alcune letture dal suo reportage, affidate a Daniela Poggi, la giornalista Antonella Appiano ha raccontato la sua esperienza di “Clandestina a Damasco”, un libro/diario dalla Siria vietato ai reporter internazionali, scritto grazie alle diverse identità false assunte dall’autrice nei quattro mesi che ha trascorso nel paese in rivolta.

Si è quindi passati alle letture tratte dal libro “Tre Donne e una sfida”. L’autrice Marisa Paolucci ha testimoniato del suo dialogo con tre protagoniste femminili del mondo musulmano: l’iraniana premio Nobel per la Pace Shirin Ebadì, la sudanese e prima donna eletta in un parlamento africano Fatima Ahmed Ibrahim, l’afgana Malalai Joya, parlamentare combattiva dal 2003 al 2007, che ha denunciato i «criminali di guerra» che le sedevano accanto.

Donne e Islam: oltre il velo.

Dopo l’impulso delle Primavere Arabe si attende una generazione post-femminista?

L’immagine che gli italiani hanno della donna musulmana è statica, lontana dalla complessità di un mondo, al contrario, vivace e in movimento. Le riflessioni sul pensiero femminile, in questo 2012, sono state però influenzate dagli eventi legati alla Primavera araba. E l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a tre donne, Tawakkul KarmanEllen Johnson-Sirleaf e Leymah Gbowee, dimostra che, forse, qualcosa sta cambiando.

Karman: “La vera rivoluzione comincia ora”

Si definisce “Giornalista, madre e islamica”. E dice che a far la differenza nel suo paese sono state le donne ed i giovani yemeniti

Tawakkul Karman

Indossa una elegante tunica nera, un hijab rosa chiaro, ricamato a fiori rossi, e si presenta subito come: “yemenita, giovane donna, madre, e musulmana“.

Sorridente e serena ma anche decisa, a tratti ’infuocata’. Una vera pasionariaTawakkol Karman, Premio Nobel per la Pace 2011. Protagonista della Primavera araba yemenita, attivista per i diritti umani, giornalista. E che giornalista. In Paese arretrato come lo Yemen, con una popolazione di 24 milioni di abitanti, di cui la metà è analfabeta, Karman ha fondato l’associazione Giornaliste senza catene per favorire la libertà di espressione delle donne che lavorano nel campo della comunicazione.

Esponente del partito islamico Al Islah, che rappresenta il primo gruppo di opposizione in Yemen, il Premio Nobel insiste sul fatto che “a fare la rivoluzione in Yemen sono stati i giovani e le donne. E scandisce senza apparente emozione i nomi delle compagne scomparse ed uccise nelle manifestazioni. “Più ne uccidevano, più il regime ci diceva di restare a casa e più il numero di donne che scendeva in piazza aumentava. Ed ogni donna ha gridato:”Saleh. Prepara la valigia. E vai via“.

Donne e giovani. Sono stati i giovani, certo. In un Paese dove la metà degli abitanti non supera i 18 anni è indiscutibile. Le donne. I dati parlano del maggior numero di donne imprigionate. La stessa Tawakkol Karman era stata arrestata nel gennaio 2011 e liberata in seguito alle pressioni dei suoi sostenitori. E ha continuato l’attività di opposizione diventando presto una leader. Una delle più carismatiche leader della protesta femminile nel suo Paese.”Sono stati i giovani e le donne,” ripete Karman.

Ma non possiamo parlare ancora di vittoria. E’ stato l’inizio della rivoluzione” afferma convinta. In effetti lo Yemen deve affrontare molte sfide. E’ il più povero fra i paesi arabi. Tribale, settario. Le modeste scorte di petrolio si stanno esaurendo e anche quelle di acqua, fondamentali per l’irrigazione.

La Primavera araba vista da qui

Osama, 28 anni: “i valori dell’Islam non sono in contraddizione con la Democrazia”

Dopo la caduta di Ben Alì sono diventato un ’ex’ rifugiato politico. Me lo ripeto spesso, ’ex’, e provo una sensazione meravigliosa, difficile da esprimere”, racconta Osama Al- Saghir. Ha 28 anni ed è arrivato in Italia, a otto, insieme alla famiglia perseguitata in Tunisia dal regime.

Seconda generazione, ex presidente dei Giovani Musulmani d’Italia, Osama continua a vivere in Italia, alternando frequenti soggiorni in Tunisia. Infatti è stato eletto, nella circoscrizione Italiana dei tunisini all’estero, fra le fila del partito vincente, En-Nahda e ora fa parte dell’Assemblea Costituente. E’ giustamente orgoglioso e consapevole “del contributo che può portare al suo Paese di origine”.

Qui, sono cresciuto in una società civile attiva, un fattore indispensabile per la democrazia. Come i valori della libertà e della dignità, totalmente assenti nella Tunisia di Ben Alì”. Osamasottolinea l’importanza per noi occidentali nel capire “che i nostri valori, i valori dell’Islam non sono in contraddizione con la Democrazia. En-Nahda è un partito d’ispirazione islamicaed è stato scelto e votato dal popolo in libere elezioni”.

I ragazzi 2G vivono una doppia identità e sono portatori di due culture. Questo fattore costituisce una ricchezza anche se a volte crea difficoltà. L’Italia è stato sempre un Paese un po’ razzista e ora, per di più è ’invecchiato’ e in crisi economica. I paesi arabi dai quali provengono le famiglie dei ragazzi 2G, stanno invece vivendo una nuovo momento storico, una fase di cambiamento, che li rende diversi da come erano quando i loro genitori sono partiti.

Fratelli musulmani e Salafiti. Chi sono ?

di Antonella Appiano

Nella prima tornata elettorale di fine novembre, in Egitto, la coalizione guidata dal Partito “Libertà e Giustizia” dei Fratelli Musulmani ha ottenuto circa il 40% dei voti, seguita dal Partito salafita “Al-Nour” (la Luce) con il 25% delle preferenze. Anche al secondo turno delle legislative egiziane, con un risultato del 39% , il Partito Liberta e Giustizia, ha rivendicato la supremazia politica nel Paese. Secondi, come alla prima tornata, ancora i salafiti del partito Al- Nour, con oltre il 30%. I termini “Fratellanza musulmana e Salafismo” sono ritornati sulle pagine dei giornali suscitando diffidenze, paure e alimentando dibattiti. Ma chi sono? Come nascono? Qual è il loro programma politico? E soprattutto quali sono le differenze fra i due movimenti?

In Egitto (dal sito Asianews.it)

Fratellanza musulmana

Anno di nascita: 1928, dopo il crollo dell’Impero Ottomano, in Egitto.

Fondatore: Hasan al-Banna

Storia.Il messaggio del movimento era semplice. Una riforma spirituale e dei costumi che avrebbe portato, di conseguenza, ad una trasformazione della società islamica in senso positivo e costruttivo. Ma l’idea della “politicizzazione” dell’Islam era nuova e di forte impatto. Nata come organizzazione, la Fratellanza si trasforma quindi in soggetto politico attento alle classi sociali deboli. “L’Islamizzazione” quindi parte dal basso su una base popolare. I Fratelli musulmani conquistano il favore della popolazione egiziana perché s’impegnano nell’assistenza ospedaliera, nelle scuole.

Programma politico: Si oppongono alla secolarizzazione delle nazioni islamiche, divulgano il dovere di fedeltà ai valori islamici tradizionali. Sono tradizionalisti quindi ma non integralisti.

Diffusione: Nasce in Egitto ma si espande rapidamente in tutto il mondo arabo. In Siria, in Palestina e Giordania, Iraq. E in tutto il mondo musulmano non arabo.

Finanziamenti: profitti derivati dalle loro proprietà e finanziamenti dai Paesi del Golfo e dall’Arabia Saudita

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L’enigma siriano

La rivolta si militarizza, trattative segrete tra ribelli e nuovo governo libico. Di Paola: “ma la Siria non è la nuova Libia”.

In medio Oriente, a volte si ha la sensazione che nessun evento della storia abbia mai un orizzonte finito” aveva scritto scritto Robert Fisk, del quotidiano inglese ’The Independent’, nel celebre saggio ’Cronache mediorientali’. Una definizione perfetta per la crisi siriana: in continua evoluzione, con nuovi scenari ed ipotesi. Tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre gli eventi hanno subito una forte accelerazione con la progressiva militarizzazione della rivolta: imboscate, uccisioni mirate, blitz contro centri di comando.

L’esercito siriano libero- composto da migliaia di disertori dell’esercito regolare al comando del colonnello Riyadh al Asaad – pare sempre più forte e organizzato. Le fonti sull’addestramento dei militari ribelli nella base turca di Iskenderun non sono confermata anche se sembrano attendibili. Dall’altra parte Ankara, dall’inizio della crisi siriana, ha sempre sostenuto le rivolte contro il regime di Assad. In Siria entrano armi di contrabbando già da agosto, ma in questo ultimo periodo l’afflusso attraverso il confine libanese e turco è aumentato. Su ’L’Indro’ avevamo già riportato le tesi opposte sui “finanziatori”. e a fine novembre sul Daily Telegraph è apparsa la notizia di trattative segrete tra i ribelli siriani e le nuovo governo libico che avrebbe offerto armi e addestratori.

Burthan Ghalioun alla guida del CNS ( Consiglio Nazionale siriano) si dichiara contrario agli interventi dell’esercito Siriano libero, ribadendo che “il carattere della rivolta deve rimanere pacifico”. Nello stesso tempo però il CNS, che ha aperto da poco una sede ad Istanbul, chiede con insistenza la creazione di zone cuscinetto all’interno del territorio siriano per dare rifugio ai membri dell’ opposizione siriana”.

Una ’creazione’ che richiederebbe di fatto un intervento militare esterno. “Al momento attuale la Siria non è una nuova Libia. Quello che èstato fatto in Libia non necessariamente si deve ripetere anche in Siria, non c’è nessuna risoluzione del Consiglio di sicurezza e alcuna indicazione dalla Comunita’ internazionale“. Ha riferito a un gruppo di giornalisti italiani ieri (n.d.r 14 dicembre, fonte Adnkronos) il Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, dalla base militare di Trapani Birgi. E le dichiarazioni contro un intervento armato straniero erano state escluse dalla stesa Lega araba.

L’altro evento che ha portato all’escalation della crisi in Siria è stato l’isolamento regionale del Paese. Alla fine del mese scorso la Lega Araba, ha approvato sanzioni commerciali contro il regime di Damasco. Anche la Turchia si è unita alla decisione interrompendo le transazioni con la Banca Centrale del Paese. Un danno economico grave per la Siria che aveva instaurato con i Paesi Arabi e soprattutto la Turchia ottimi scambi commerciali. Ricordiamo che prima della Lega Araba anche l’Ue (Unione Europea) e gli Stati Uniti avevano imposto sanzioni che hanno colpito il settore petrolifero siriano. L’Ue assorbiva infatti circa il 95% delle esportazioni petrolifere siriane, ben un terzo delle entrate di Damasco. Ed è innegabile che un tipo di embargo del genere vada a colpire, prima che il regime, il popolo siriano. A favore della leadership di Damasco continuano a rimanere schierati Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica (i cosidetti Paesi BRICS) contrari all’imposizione di altre sanzioni. Anche l’Iran ha intensificato lo scambio economico mentre Russia e Cina hanno posto il veto anche a qualsiasi risoluzione di condanna della Siria in sede ONU.

Marie-Yvonne Kakon e gli ebrei del Marocco.

Testimone di un paese a prevalenza Musulmana dove esiste una completa integrazione culturale.

Nell’affastellarsi di commenti, analisi e previsioni dopo la vittoria, in Marocco, del partito islamico Giustizia e sviluppo alle elezioni parlamentari del 25 novembre, sui media italiani è passata inosservata una notizia. La candidatura di Marie-Yvonne Kakon , 57 anni, 4 figli, consulente immobiliare. Perché donna? No, perché Marie Kakon, è ebrea. Una candidatura significativa quindi in un Paese a prevalenza musulmana. Ma un Paese, come ha dichiarato la stessa candidata al quotidiano ’Akhbar al-Yaoum’, “dove arabi, amazigh (berberi) ed ebrei hanno vissuto fianco a fianco per secoli senza problemi”.

E non solo. La candidata aveva già conquistato 30mila voti nelle elezioni del 2007, un numero che le avrebbe permesso di entrare in parlamento, se il suo partito, il PCS (Piccolo Centro Sociale) avesse superato la soglia del 6 per cento dei voti a livello nazionale. 30milamila voti in un Paese con solo 2.500 elettori ebrei, rappresentano una vittoria. Ancora secondo il quotidiano ’Akhbar al-Yaoum’, “il successo di un candidato ebreo in un paese musulmano potrebbe sembrare sorprendente, ma non in Marocco, dove esiste una completa integrazione culturale”.

Fra le varie iniziative, che si svolgono regolarmente nel Paese nordafricano e che testimoniano la tradizione di apertura e di multiculturalismo, significativa quella coordinata dall’Università di Al-Akawayn di Ifrane. L’Ateneo ha organizzato, nel settembre scorso, un convegno per promuovere la conoscenza della persecuzione e del piano di annientamentdegli ebrei europei durante la Seconda Guerra Mondiale. La stessa Marie-Yvonne, pur sottolineando la sua identità marocchina, è autrice di molti saggi sulla cultura ebraica in Marocco. Una storia interessante, da conoscere. Gli ebrei hanno vissuto in Marocco findall’antichità anche prima delle ondate in fuga dalla Spagna (insieme ad arabi musulmani) dopo la ’reconquista’ del 1492 e la persecuzione dell’Inquisizione spagnola.

Prima degli anni Cinquanta, in Marocco vivevano circa 300mila ebrei ma dopo e la creazione dello Stato di Israele nel 1948, la maggior parte degli ebrei marocchini sono emigrati in Israele, Francia e Stati Uniti. Oggi in Israele vivono circa un milione di cittadini di origine marocchina, mentre in Marocco la Comunità ebraica conta circa 2.500 persone, concentrata soprattutto a Casablanca, Agadir, Marrakech.

E se Marie Kakon è la prima donna ebrea ad aver partecipato alle elezioni parlamentari, in questo particolare momento storico delle ’primavere arabe’, dovremmo sapere che il Marocco già avuto in passato alcuni importanti uomini politici ebrei. Serge Berdugo Ministro del turismo nel 1990, per esempio, e André Azoulay, consulente di Re Hassan II, padre dell’attuale Re Mohammed VI.

In occidente siamo abituati a dare solo risalto a notizie negative. E in particolare in Italia di fronte al recente scenario mediorientale e nordafricano in mutamento, sappiamo evidenziaresolo alcuni elementi, “l’emergere dei gruppi islamisti, la tensione fra Arabia Saudita e Iran, ilriesplodere dei sentimenti antisemiti al Cairo”. Cercando sempre connotazioni negative. Sull’Islam politico ho già scritto in ’Islam e democrazia’.

L’Islam politico del 2011 non è quello degli anni Settanta e Ottanta e non esiste un riflusso antisemita nella regione. Anzi. A ben pensarci i sentimenti antisemiti sono stati alimentati proprio da quei regimi che ci ostiamo a chiamare ’laici’, come valvola di sfogo di società impoverite e represse. Come può essere laico uno stato che deve proteggere tutte le comunità confessionali?

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/marie-yvonne-kakon-e-gli-ebrei-del-marocco/ (riproducibile citando la fonte)

Islam e democrazia

I programmi dei partiti che hanno vinto le elezioni in Tunisia e in Marocco fanno della religione un elemento unificante.

Forse le ’primavere arabe’ hanno portato finalmente alla luce l’idea che la democrazia possa essere un sistema declinabile in modi diversi, seguendo il percorso storico- culturale dei popoli, delle loro necessità e radici. Non solo pensato quindi su modello occidentale.

L’importazione forzata del ’modello prefabbricato’ di democrazia imposta da George Bush è naufragata nel disastro dell’Iraq. E i danni dei pensatori americani (Samuel Huntington e il suo ’scontro di civiltà’ in testa) hanno avuto un impatto determinante nell’alimentare paure e diffidenze verso una cultura ’altra’ come quella musulmana. Per troppo tempo l’opinione pubblica occidentale è stato pilotata affinché vedesse l’Islam come un pericolo o un rimasuglio storico privo d’importanza nel panorama della globalizzazione. Da far sparire per essere sostituito appunto dal concetto di democrazia eurocentrico.

Invece il momento storico che sta vivendo la sponda Sud del Mediterraneo è proprio caratterizzata da una riconferma dell’identità che fa riferimento all’Islam come un valoreunificante. E’evidente però che questo ’Islam’ ha un forte valenza politica e non religiosa. E si legge chiaramente nei programmi dei partiti islamici che hanno vinto le elezioni in Tunisia e in Marocco (rispettivamente En- Nahda e PJD, Giustizia e Sviluppo). Programmi che parlano soprattutto di sviluppo, lotta alla corruzione, alla diseguaglianza economica.

In questi Paesi ci sono nuove generazioni che vivono in maniera diversa il rapporto fra religione e modernità, generazioni perfettamente consapevoli dei rischi degli ’estremismi’ e di un tradizionalismo troppo fedele a criteri antichi. Sanno che devono far nascere una società in grado di difendere la libertà di espressione e la tolleranza. Principi che, d’altra parte, sono alla origine delle primavere arabe. Perché ’democrazia’ non significa solo libere elezioni ma anche stato di diritto, libertà civili, autonomia dei poteri, uguaglianza di genere.