Damasco

Siria: frontiere calde con Turchia e Libano

Il Presidente Bashar al-Assad promulga una nuova legge antiterrorismo e, attraverso il quotidiano turco Cumhuriyet, esprime il suo rammarico per il caccia turco abbattuto dalla contraerea siriana.

Le Road Map fino a ora sono servite poco in Medio Oriente. E quella proposta sabato scorso a Ginevra da Kofi Annan durante la riunione del ‘Gruppo d’azione sulla Siria’ sembra seguire la scia delle altre. Kofi Annan giudica ‘imperativo’ il cessate il fuoco in Siria per guidare la transizione politica. Scontato. Ma in tutto il Paese continuano gli scontri e i bombardamenti. Le poche e-mail che mi arrivano ancora esprimono incertezza, dubbi, paure.

L’accordo di Ginevra sulla Siria è vago. Ambiguo. Secondo gli Stati Uniti,apre la strada all’era post Assad”, mentre per la Russia e Cina “spetta ai siriani scegliere il proprio futuro. Il testo non è abbastanza concreto “per avviare un’azione reale e immediata“. Lo ha dichiarato anche Bassma Kodmani, portavoce del CNS (Consiglio nazionale siriano) principale raggruppamento dell’opposizione. Opposizione, d’altra parte, sempre più divisa.

Alla riunione che si è svolta ieri al Cairo non hanno partecipato infatti l’Esercito siriano Libero e altri gruppi di ribelli. Si conferma quindi la spaccatura fra il direttivo del CNS basato all’estero, in Turchia, e il braccio operativo in Siria. I ‘contestatori’ non si sono trovati d’accordo con il programma della Conferenza del Cairo perché “non contemplava la richiesta di un intervento militare internazionale e di zone-cuscinetto protette, corridoi umanitari, no-fly zone per i ribelli”. I due gruppi non sono ancora riusciti a trovare un’intesa su un comando unico, né una strategia unica. Divisioni, accuse reciproche. Un clima ben diverso da quello evocato durante il summit di Ginevra.

Intanto il Presidente Bashar, con l’intervista di oggi al quotidiano turco Cumhuriyet, assicura che “non era nelle sue intenzioni la distruzione del caccia turco lo scorso 22 giugno da parte della contraerea siriana. Un incidente. E assicura che “non permetterà che la tensione politica tra Ankara e Damasco degeneri in un conflitto aperto. Le parole sembrano un tentativo di calmare le acque. Infatti dopo l’episodio si sono verificate schermaglie al confine tra caccia turchi ed elicotteri siriani. Secondo fonti militari turche sei Jet F-16 di Ankara hanno dovuto alzarsi in volo perché elicotteri siriani si erano avvicinati al confine. Problemi anche alla frontiera con il Libano. Fonti della sicurezza a Beirut hanno dichiarato che “due agenti di polizia siriani sono stati feriti a Al Hejrn da un razzo lanciato dal territorio libanese. E che in seguito all’incidente i siriani hanno sconfinato per dare la caccia ai responsabili”.

Intanto l’agenzia di stampa ufficiale siriana Sana ha reso noto che il Presidente Bashar al Assad ha promulgato tre nuove leggi anti-terrorismo. In sintesi il testo prevede che venga considerato atto di terrorismo qualsiasi azione volta a creare uno stato di terrore tra la popolazione e a destabilizzare la sicurezza del Paese, ad arrecare danno alle infrastrutture dello Stato.

A più di un anno dall’inizio della crisi in Siria, costata la vita a migliaia di persone, la diplomazia internazionale è in stallo nonostante le dichiarazioni ottimistiche. L’Opposizione discute e non trova un accordo. L’unica voce presente sembra, purtroppo, quella delle armi.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/siria-frontiere-calde-con-turchia-e-libano/ (riproducibile citando la fonte).

Damasco. Il giorno dopo.

Come l’hanno rivista i miei occhi.
Come non avrei mai voluto vederla.

Solo immagini. E silenzio.

Siria: le domande da porsi

La soluzione politica è ancora l’unica strada da percorrere.

Ultimatum, ieri sera dei ribelli siriani alla leadership del Presidente Bashar al Assad: cessare la repressione e rispettare i sei punti del piano dell’inviato Onu Kofi Annan. Intanto, il Consiglio di sicurezza dell’Onu si è riunito e la Russia e la Cina hanno ribadito l’opposizione ad un intervento militare. Intervento che, invece, gli Stati Uniti non escludono.

Da mesi, sin dall’inizio delle rivolte, affermo che in Siria si sta combattendo anche una ’guerra mediatica’. E la recente strage di Houla, in cui sono state uccise in maniera spietata 108 persone, conferma che i media possono essere usati come armi. Con effetti molto pericolosi. La posta in gioco è alta perché l’infowar potrebbe scatenare una guerra in tutta l’area medio-orientale interessata, coinvolgendo l’Iran e il Libano. Le parole hanno il potere di creare realtà e andrebbero usate con onestà e con cautela.

Sappiamo che a Houla sono morte più di cento persone, delle quali molti erano bambini, ma non sappiamo con certezza chi li ha uccisi. Lo stesso Robert Modd, a capo dei Caschi blu, ha dichiarato che “le circostanze che hanno portato a queste tragiche morti sono ancora poco chiare”. Nessuna fonte indipendente a testimoniare. Succede purtroppo: quindi bisognerebbe citare, per correttezza, le versioni delle due parti in causa. In questo caso, il Governo siriano e l’opposizione. E troppo spesso sono state riportate solo le parole dell’opposizione che ha attribuito la strage alle forze governative. I comunicati delle autorità di Damasco, nei quali la leadership nega ogni responsabilità, sono stati invece ignorati.

Dubbi. E’ doveroso porseli in assenza di prove. E tutto ormai è possibile in questa terribile escalation di violenza in un Paese dove agiscono molti attori: quelli che stanno dalla parte del Governo, l’opposizione armata, ed elementi terroristici che utilizzano i sistemi ’tipici’ di Al Qaida.

Sono entrata in Siria subito dopo le elezioni e l’attentato a Damasco del 10 di maggio. E ho scritto e riportato solo ciò che ho visto. Non è stato molto. Ma ho riportato fatti e non opinioni. Ho avuto dubbi, mi sono posta domande. Domande che continuo a farmi.

La prima. Che interesse possono aver avuto le autorità di Damasco, in un momento così delicato del Piano Annan – con gli occhi del mondo puntati addosso e gli osservatori dell’Onu presenti sul territorio – a compiere il massacro di Houla? Quali i vantaggi strategici?

La seconda. La dinamica, non chiara appunto. Le vittime, secondo i rapporti, sono state uccise da coltellate, colpi di arma da fuoco sparati a distanza ravvicinata, o schegge di granata. Non sembra affatto l’attacco di un esercito regolare. Certo, responsabile potrebbe essere stata una fazione di ’ultra lealisti’ o di milizie sulle quali il Governo non ha più il controllo. Ma anche gruppi di jihadisti che sappiamo presenti in Siria (lo stesso Kofi Annan lo ha dichiarato) e che hanno già compiuto attentati.

La terza. Le modalità della strage, ricordano quelle dei blitz, degli attentati e delle esecuzioni sommarie della lunga guerra civile algerina.

Infine. La strage di Houla rischia di diventare l’episodio scatenante per l’intervento bellico internazionale chiesto da tempo dal Qatar, dall’Arabia Saudita e dalla Turchia. Una strage terribile che scuote emotivamente il mondo e crea il consenso per un’azione armata. E’ già successo, appena l’anno scorso in Libia, con la notizia – che si è poi rivelata infondata – di fosse comuni e stupri di massa compiuti dall’esercito di GheddafiO, nel passato, per esempio in ex Jogoslavia, nel 1999, quando la scoperta delle fosse comuni di Racak, provocarono l’intervento della Nato in Kosovo. E si trattava invece di un luogo dove erano stati raccolti cadaveri, poi colpiti – post mortem – alla nuca.

Un intervento militare internazionale non è da escludere – come dicono in molti – per proteggere gli interessi geopolitici a scapito della popolazione. E’ da scartare proprio per proteggerla. Per evitare che un’altra ’Operazione Unified Protector’, distrugga il Paese.

Sappiamo che la violenza porterà altra violenza, e che col passare del tempo, il piano Annan, ha sempre meno speranze di vittoria. Ma solo una soluzione politica è in grado di evitare aisiriani altro dolore. La Russia, la Cina e l’Iran, alleati storici, dovrebbero ora, aiutare la Siria, concretamente. Non solo attraverso veti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma proponendo soluzioni alternative realistiche e attuabili. Lo faranno?

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/Siria-Le-domande-da-porsi/ (riproducibile citando la fonte)

Update:

Siria: Merkel e Putin spingono per la soluzione politica.

Saadeh: solo i siriani possono cambiare la Siria.

Intervista ad una delle trenta donne elette nelle elezioni del 7 maggio in Siria.

(Damasco) E’una delle 30 donne elette deputato nelle elezioni legislative che si sono tenute in Siria lo scorso 7 maggio. Una laurea in architettura presso l’Università di Aleppo e una specializzazione in restauro e conservazione dei monumenti storici, Maria Saadeh mi riceve a casa, a Damasco. Sorridente, diplomatica, trasmette entusiasmo e passione.

 

Lei si è presentata nelle liste degli indipendenti, qui a Damasco. E’ stata eletta. Crede davvero di poter cambiare qualcosa nel sistema, quando siederà in Parlamento?

Prima di tutto vorrei dire che mi amareggiano il disinteresse, il silenzio o addirittura ’la condanna preventiva’ dei media occidentali. Un atteggiamento che squalifica ogni sforzo propositivo. Dopo più di 50 anni, si sono svolte le prime elezioni multipartitiche in Siria, qualcosa vorrà pur dire. Si sono presentati 7.195 candidati (di cui 710 donne) per 250 poltrone in Parlamento. Perché non considerare questo fatto un passa in avanti? Abbiamo un percorso da seguire e non sarà facile. Ma sono sicura che attraverso queste elezioni si possa dare voce a legittime aspettative, per le quali mi batterò. Sono state definite una ’farsa’. Penso sia ingiusto. Dobbiamo costruire qualcosa di nuovo. Qualcosa che non è mai esistito in passato. La democrazia è una dimensione da scoprire. Comunque, la possibilità di risolvere il conflitto con il dialogo c’è ancora: lo testimoniano le centinaia di giovani con cui ho parlato in campagna elettorale.

 

Ma la violenza continua.

Certo il Paese deve ritrovare un equilibrio. E questo non è possibile se diventa un terreno di combattimento delle potenze internazionali. La società siriana, non è solo un mix dal punto di vista confessionale ma anche una mescolanza complessa dove si trovano nazionalisti, islamisti, socialisti, atei e credenti. La Siria è un elemento fondamentale degli equilibri del Medio Oriente, e sta diventando un campo di battaglia tra potenze per l’egemonia regionale. Il pericolo maggiore è quello della violenza terroristica, attraverso una vera e propria strategia della paura. Una strategia che mira a intimidire i siriani, a gettarli nell’insicurezza, a ’creare’ dei profughi, a bloccare ogni progetto di riforma. E ci sono stati altri problemi durante la nostra crisi. Errori nell’affrontare la protesta. Provocatori fra coloro che manifestavano ed ’ignoranza’ fra le forze di sicurezza. Influenze straniere dei Paesi arabi del Golfo. Un circolo vizioso

 

Dopo l’ultimo attentato del 10 maggio scorso, non ha paura?

No. Non posso permettermelo. Mio marito e la mia famiglia mi hanno sostenuto e continuano a farlo. Sono consapevole dei rischi ma mi sono assunta un compito e intendo rispettarlo.

 

In che cosa consiste il suo programma ?

Si rivolge a tre ’fasce’: i giovani, la seconda e la terza età. Con i giovani ho avuto un contatto diretto quando ho insegnato Progettazione Architettonica presso la Facoltà di Architettura all’Università di Damasco. In Siria, i giovani sono il 65%. Ma troppo spesso la loro capacità creativa, le loro abilità, il loro potenziale non sono investiti nel modo giusto. Ci sono tanti ragazzi senza prospettive e opportunità. Vorrei creare gruppi di lavoro affidando compiti reali, la possibilità di esprimere il talento, la creatività. Il dialogo e l’accettazione dell’altro. Poi, c’è la fascia delle seconda età, i cinquantenni che non appartengono a classi sociali ricche, e che sono tagliati fuori dai privilegi. Infine la terza età. Le persone ’grandi’ istruite, i portatori di valori sociali e culturali, che dopo l’Indipendenza, hanno costituito la società civile. Vorrei creare un link fra queste tre ’categorie’. Sono all’opposizione, questo significa che conosco i mali della nostra società. Il benessere va ridistribuito. Le capacità valorizzate. Deve nascere una nuova società civile.

 

E per quanto riguarda le donne?

Le vecchie tradizioni, soprattutto in certe fasce sociali, rurali e povere, soffocano la donna. In questo modo la Siria perde la metà delle risorse della società. Il mio programma si basa soprattutto sulla Formazione, l’Affermazione del ruolo e delle capacità delle donne. Non sarà facile. Ma è importante rompere il muro del silenzio. Affrontare ogni questione, anche quelle dei delitti d’onore, per esempio.

 

Il Fronte dell’Unità nazionale, con il Partito Baath al potere da 50 anni e suoi partiti satelliti, hanno vinto (dati ufficiosi, ndrle elezioni legislative, non solo a Damasco, ma anche a Daraa e Idlib, roccaforti delle proteste antigovernative, che cosa ne pensa?

Sarebbe stato ingenuo pensare in risultati diversi. Alle elezioni si sono presentati otto partiti nuovi e le liste di indipendenti. Ma, il cambiamento, a meno che non si ottenga, attraverso una vera e propria Rivoluzione, necessita di tempo. Anche l’esperienza dell’Occidente lo dimostra. Chi non ha creduto nelle elezioni, le ha boicottate. Molti hanno scelto ’il nuovo’. E lo conferma il successo di gente ’sconosciuta alla politica’, come me. La massa si è rivolta a ciò che conosceva da sempre.

 

E il suo parere sull’Opposizione e il Cns (Consiglio Nazionale siriano)?

Non credo a gente come Burthan Ghalium, che vive all’estero da tantissimi anni, non conosce la realtà del Paese, opera per il fallimento del Piano di Pace di Kofi Annan e sollecita un intervento Nato. Solo noi siriani che viviamo in Siria, che ci siamo impegnati in prima persona, dicendo di no alla violenza, possiamo cambiare il Paese.

Damasco, domenica 13 maggio 2012

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/saadeh-solo-i-siriani-possono-cambiare-la-siria/ (riproducibile citando la fonte)

Damasco, instantanee dai funerali

Le rivendicazioni. Le accuse contrapposte. Il dolore di un popolo.

Il giovane medico che, sul luogo dell’attentato, mi ringrazia per essere venuta fin qui “a vedere” mi fa sentire impotente. Le diciassette bare allineate nella Moschea Uthman, fotografate e riprese, mi ricordano quanto ogni luogo sacro e ogni avvenimento doloroso siano ormai violati dai media.

 

Con i capelli coperti da una sciarpa, entro nella moschea. Anche io ho la macchina fotografica e una piccola telecamera. Ma non me la sento di riprendere l’uomo in lacrime davanti a una delle due bare con la fotografia della vittima. Le altre contengono i resti di più vittime.Ventitré corpi. Gente innocente travolta dai giochi politici, dalle alchimie del potere. Dalla grande storia.

 

L’attentato del 10 maggio è stato rivendicato dal Gruppo Nusrat al-Islam. Un ramo delfamigerato Fronte Fath al Islam, il movimento fondamentalista islamico basato in Libano, nel campo profughi palestinese di Nahr al Bared, vicino a Tripoli. Cellule ’dormienti’ di Fathal Islam, sono presenti in Siria dal 2006. Il movimento sarebbe finanziato dai Sauditi per contrastare il gruppo sciita libanese di Hezbollah. Gli esponenti dell’Opposizione affermano, nonostante le rivendicazioni, che gli attentati sono opera del governo. Due versioni contrapposte di un fatto gravissimo. E i siriani, in ogni caso, sono le vittime innocenti, rassegnati a convivere con il terrore.

Ho paura, certo che ho paura” mi dice Omar, il cameriere di un caffè della città vecchia che avevo conosciuto in passato. “Se ci fossi stato io in auto, in quel momento? Quando riavremo una vita?”. Domande senza risposta.

Incontro anche un amico che si era schierato per il cambiamento. Non era mai sceso per strada ma chiedeva, sperava in una maggiore libertà e distribuzione della ricchezza nel Paese. “Ho voglia di aria nuova, però mi rifiuto di credere che il governo possa ’creare’ un atto terroristico. Sarebbe diabolico e troppo pericoloso. Nessuno poteva sapere chi sarebbe passato in quel momento, chi sarebbe rimasto coinvolto”. Vorrei andare a trovare la famiglia di Mahmud, il bimbetto che mi chiamava sempre Luisa, ma è tardi.

Ogni tanto passano le auto dei Caschi Blu in viaggio per qualche missione nelle zone dove si combatte e ci sono scontri. Dove il ’cessate al fuoco’ non è stato rispettato. La gente sembra indifferente. Eppure, se la missione Onu fallisce, che ne sarà della Siria? Come fermare una escalation di violenza che fa presagire gli scenari più imprevedibili e disastrosi? E anche per queste domande non c’è ancora risposta.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/damasco-istantanee-dai-funerali/ (riproducibile citando la fonte)

Damasco. Il giorno dopo.

Ieri, l’esplosione. Oggi la paura di un’escalation della violenza senza vie di sbocco

Damasco, 11 Maggio 2011:“Temiamo un effetto Iraq”. Continuo a pensare a questa frase mentre aspetto un taxi, in una Damasco avvolta da una foschia calda. E’ venerdì, giorno di riposo e, come sempre, le strade sono vuote.

Ma il quartiere popolare di Zahra Al Jadida è animato, la gente rimuove le macerie. “Shufi”,shufi” guarda, guarda, e una giovane donna con l’hijab a fiori mi mostra i fori delle schegge nei muri di quella che era la sua casa, sventrata, come altre, dall’attentato kamikaze di ieri. Fonti diverse parlano di 100 chili di tritolo, 56 vittime, 372 feriti, 200 case distrutte, 80 automobili carbonizzate.

L’obiettivo era la sede della Sezione Palestina dell’ Intelligence, un palazzo di sette piani, ma l’edificio, fortificato, ha resistito all’impatto, mentre ad essere investito in pieno da una pioggia violenta di schegge e lamiere è stato proprio il quartiere. Un uomo mi mostra pezzi di ferro che imbottivano il tritolo, finiti sul terrazzo. E aggiunge che “alhambulillah“, non è morto nessuno nella mia famiglia“.

Le vittime, infatti, sono state soprattutto civili. La gente che passava in auto per andare a lavorare sulla grande arteria che porta all’aeroporto. I bambini delle due scuole vicine. I vigili di una caserma adiacente al luogo dell’esplosione. Di nuovo, riascolto quella frase:”Abbiamo paura di un effetto Iraq”. Sono passati otto mesi, e sono ritornata a Damasco proprio nel giorno dell’attentato più grave nel Paese, un attentato che ha tutte le caratteristiche di quelli che hanno martoriato l’Iraq dopo l’occupazione militare americana del 2003.

Un ragazzo con il viso incerottato, afferma: ”Sono stati i Sauditi”. Si respira una certa rassegnazione. Tristezza. Ma i siriani non dimenticano la tradizionale ospitalità e, pur nella desolazione, ci offrono un bicchiere di tè.

L’Opposizione accusa le autorità di Damasco. Ma la crisi, è bene sottolinearlo, si è definitivamente internazionalizzata. Nel Paese si muovono, ormai, jihadisti e salafiti radicali, siriani e stranieri, provenienti dall’Arabia Saudita, dal Qatar. Se ne deve tenere conto. Questo è, comunque, un altro colpo alla fragile tregua ottenuta dall’Onu, da Ban Ki-moonKofi Annan, i quali ben sanno e spesso hanno dichiarato che, se la tregua fallirà, il baratro della guerra civile, in Siria, sarà sempre più profondo ed oscuro.

L’attentato è un episodio gravissimo, che distoglie l’attenzione sui risultati elettorali che si conosceranno fra stasera e domani. Un’altra ferita profonda per il popolo siriano.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/Damasco-il-giorno-dopo/ (riproducibile citando la fonte)

Chi sta boicottando il piano di Kofi Annan ?

Kofi Annan e Bashar al-Assad

Lo ha appena dichiarato il segretario della Nato Andres Fogh Rassmussen :”Non abbiamo alcuna intenzione di intervenire in Siria perché crediamo che il modo giusto di andare avanti sia perseguire una soluzione pacifica e politica”, e, quindi, che il piano di Kofi Annan, inviato speciale dell’Onu e della Lega Araba, venga rispettato. Il piano di Annan prevede, dopo il cessate-il-fuoco, l’apertura di corridoi umanitari, l’avvio di un dialogo politico inclusivo, la liberazione di tutti i prigionieri politici e di chi si trova attualmente in stato di detenzione arbitraria, la libertà di accesso ai giornalisti, la libertà di tenere manifestazioni pacifiche. La missione dell’Onu per ora può contare solo su una avanguardia di 16 osservatori. Il Consiglio di sicurezza ha però già autorizzato l’invio di 300 osservatori che saranno dislocati i tutti i punti caldi del fronte che contrappone forze governative e opposizione armata. Ma è appunto, il “cessate il fuoco” il punto cruciale. Per il successo dell’operazione è necessario che avvenga subito e sia bilaterale. Il conflitto deve essere smilitarizzato, non c’è dubbio. Tutti invocano la fine delle violenze: chi sono allora gli attori che sulla scena boicottano il piano di Kofi Annan?

Tanti. Due giorni fa (il 28/04/2012) , fonti della sicurezza libanese hanno riferito di aver intercettato tre container carichi di armi destinate all’opposizione siriana armata: mitragliatrici pesanti, mortai, lanciarazzi e munizioni da artiglieria. I container si trovavano su una nave salpata dalla Libia e diretta a Tripoli libanese, ma le autorità di Beirut che la seguivano da giorni l’hanno costretta ad approdare al porto di Selaata.

Di fatto il piano di Annan sembra quindi ostacolato a livello internazionale da alcuni paesi della penisola arabica favorevoli ad armare l’opposizione. Paesi dalla posizione ambigua come l’Arabia saudita http://www.conbagaglioleggero.com/2012/03/lambigua-politica-dellarabia-saudita/ o come il Qatar (http://www.conbagaglioleggero.com/2012/03/qatar-luci-ed-ombre/ http://www.conbagaglioleggero.com/2012/01/al-thani-un-emiro-rivoluzionario/) che non possono certo definirsi democratici o difensori dei diritti umani.

L’opposizione accusa il governo di non rispettare gli accordi, mentre la leadership di Damasco accusa i gruppi di opposizione di collusione con movimenti terroristici. Ed il gruppo islamista “’Fronte Al-Nusra” ha rivendicato la responsabilità dell’attentato suicida che venerdì 27 aprile ha ucciso a Damasco 11 persone.

Il gruppo “Al Nusra” aveva già rivendicato la paternità dell’attentato dello scorso 21 marzo (Fonte TMNnews) , e degli attentati del 12 febbraio ad Aleppo e del 6 gennaio. E poche ore fa, a Damasco, è stata attaccata la sede della Banca centrale Siriana.

Sulla delicata scena siriana, gli attori sembrano moltiplicarsi, rendendo il quadro confuso e pericoloso. E spesso rilasciano dichiarazioni contraddittorie. Perché Ghalioun, leader del Cns (una delle sigle dell’Opposizione che ha sede in Turchia) proprio all’inizio della tregua Onu, ha “auspicato l’invio di armi agli oppositori”? Perché, appena il piano era stato accettato, sempre Ghalioun aveva proposto di pagare i militari dell’Esercito Siriano Libero?
Non sembra proprio un atteggiamento coerente ad un “cessate il fuoco”. E anche l’esercito siriano libero sembra “fuori controllo” , secondo fonti Reuters.

Non un esercito unito contro il governo di Bashar- al Assad, ma un insieme di gruppi che agiscono senza essere coordinati. In cui si mescolano oppositori, salafiti, mercenari libici, secondo testimoni che li hanno intervistati alla frontiera fra la Turchia e la Siria. “Anche delinquenti comuni che non esitano a rapinare e uccidere” , come mi ha scritto recentemente, Salem da Aleppo.

La verità, quando non si possono accertare di persona le fonti, è sempre difficile da scoprire. Ma un elemento è certo: la pace è fondamentale per l’unità politica e territoriale della Siria e per la stabilità nell’area medio-orientale.

La Siria resta in attesa

Il mondo diplomatico si muove, ma a Damasco tutto sembra restare al punto di partenza

Eugene Rogan, – direttore del ’Middle East Centre al S. Antony’s College di Oxford’– scrive “Dopo cinque secoli di gioco condotto secondo le regole degli altri, ora gli arabi vogliono avere il controllo del proprio destino. Ci riusciranno?

A Baghad, al Vertice della Lega Araba, il tema più scottante in agenda è stata la Siria, ancora ’paralizzata’ – dopo il primo anniversario delle rivolte contro il regime – in una situazione che sembra, di fatto, senza vie di uscita. La crisi siriana ha messo in secondo piano un altro evento, anche questo testimone dei grandi mutamenti sul teatro del medio Oriente. Quello di oggi è il primo Summit della Lega in Iraq, dopo ventidue anni e dopo nove dalla resa diSaddam Hussein. Baghdad è blindata per paura di attentati. L’aeroporto, chiuso ai voli di linea e circa un 100 mila uomini, fra militari e poliziotti, controllano le strade e gli alberghi che ospitano le delegazioni estere e la stampa internazionaleUna ’operazione’ che è costata allo stato 500 milioni di dollari, ma che rappresenta una opportunità per fare uscire l’Iraq dall’isolamento politico e diplomatico a livello internazionale. Un rientro su una scena che non vede più attori ’storici’ come il leader libico Muammar Gheddafi , l’egiziano HosniMubarak, lo yemenita Ali Abdullah Saleh e il tunisino Zine el Abidine, scomparsi dopo gli stravolgimenti delle Primavere arabe.

Al Vertice, molto atteso il discorso di Kofi Annan, l’ex segretario generale dell’Onu. Nominato inviato speciale in Siria da Lega araba e Nazioni Unite e di ritorno da importanti incontri a Mosca e a Pechino –due degli alleati forti del regime di Damasco – Annan farà il punto della situazione. Il piano di pace presentato da Annan, accettato sulla carta anche dalla leadership di Damasco e da parte dell’Opposizione, ha il merito di cercare una soluzione politica basata sul dialogo.

Ma il presidente Bashar al Assad è veramente interessato a trattare? O, ancora una volta, sta ’prendendo tempo’? Fino ad ora è sembrato deciso ad usare la forza e le risorse del Paese pur di restare al potere, senza curarsi dei costi umani ed economici per la popolazione.

E l’Opposizione siriana? Divisa più che mai ( liberali, nazionalisti arabi, islamici, curdi) , alla conclusione dell’incontro che si è tenuto a Istanbul (26-27 marzo) sembra essersi accordata nel riconoscere come interlocutore il Cns (Consiglio nazionale siriano). Ma al patto non hanno aderito le componenti curde. Un elemento certo non trascurabile. E’ possibile, quindi che alcune forze dell’Opposizione accettino il dialogo proposto da Annan, ma su un punto sembrano tutti concordi: l’uscita di scena di Bashar-al Assad. Sembra un drammatico ’gioco dell’Oca’. Un giro e si ritorna alla partenza.

Intanto, domenica primo aprile, ancora a Istanbul si svolgerà la seconda conferenza deiPaesi ’Amici della Siria’. Circa ottanta, fra Nazioni e Organizzazioni internazionali. Grande assente, anche questa volta, la Russia mentre sarà presente ai lavori il segretario di Stato americano Hillary Clinton. Fra gli scopi del summit, altri aiuti “non militari” ai ribelli siriani. Aiuti, in medicine, cibo e supporto per le comunicazioni che sarebbero quindi indirizzati ai disertori. Anche l’Esercito siriano libero, si era diviso ( a causa di un attrito fra i due leader, il colonnello Riad al Assaad, il primo comandante dell’Esercito libero siriano, e il generaleMustafa Al-Sheikh, l’ufficiale disertore di più alto grado). Ma sabato scorso, un portavoce ha annunciato che si è organizzato di nuovo sotto la guida di un unico ’Consiglio militare’.

Aspettando un altro giro delle pedine sul tavolo, le variabili del gioco aumentano. In Medio Oriente tutto può accadere in un attimo e scompigliare le strategie. O spazzare via le pedine.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/La-Siria-resta-in-attesa/ (riproducibile citando la fonte)

Donne per i diritti umani. Casa della memoria e della storia – Roma.

Martedì 20 marzo alle ore 17,00 presso la Casa della Memoria e della Storia a Roma

ANPI provinciale Roma: “Donne per i diritti umani”.

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Donne protagoniste della resistenza: oggi in Siria, Iran, Afghanistan e Sudan, come ieri in Italia. L’ANPI di Roma e Lazio ha organizzato l’incontro per dare voce alle testimonianze di donne italiane sulla primavera araba e sulle esperienze di resistenza delle donne in Iran, Afghanistan e Sudan.
L’incontro, coordinato da Elena Improta, Vice Presidente di Anpi Roma, è stato aperto da Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente
dell’Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa, che da sempre ascolta le voci delle donne straniere e con loro ha costruito un ideale filo di unione tra mondi e culture diverse, promuovendo libri e convegni sul tema.
Con l’introduzione di alcune letture dal suo reportage, affidate a Daniela Poggi, la giornalista Antonella Appiano ha raccontato la sua esperienza di “Clandestina a Damasco”, un libro/diario dalla Siria vietato ai reporter internazionali, scritto grazie alle diverse identità false assunte dall’autrice nei quattro mesi che ha trascorso nel paese in rivolta.

Si è quindi passati alle letture tratte dal libro “Tre Donne e una sfida”. L’autrice Marisa Paolucci ha testimoniato del suo dialogo con tre protagoniste femminili del mondo musulmano: l’iraniana premio Nobel per la Pace Shirin Ebadì, la sudanese e prima donna eletta in un parlamento africano Fatima Ahmed Ibrahim, l’afgana Malalai Joya, parlamentare combattiva dal 2003 al 2007, che ha denunciato i «criminali di guerra» che le sedevano accanto.