Islam

Ma che c’entra il velo con il lavoro? Eccome se c’entra… provate a presentarvi a un colloquio con l’hijab

Velate o svelate? Il velo è un problema complesso al centro di un vivace dibattito non solo in Europa ma anche nel mondo musulmano.
In Italia, oggetto di polemiche e confusione. C’è, infatti, una gran differenza fra il niqab (velo integrale che lascia scoperti gli occhi), il burqa (mantello  afghano che copre testa, viso e corpo, con una retina davanti agli occhi) e l’hijab (semplice foulard che nasconde solo capelli e collo lasciando scoperto il viso). Confusione alimentata anche dai nostri media.  Anche stamattina molto quotidiani nazionali titolavano “No al Burqa”.
In realtà l’hijab è il velo più indossato dalle musulmane immigrate nel nostro Paese. Ho molte amiche che lo portano. Anche ragazze giovani. E lo “difendono” per motivi religiosi o semplicemente legati alla tradizione o all’identità. Non credo spetti a noi italiani giudicare. Il punto cruciale è che sia frutto di una libera scelta. Mentre la legge dovrebbe limitarsi al rispetto della normativa del 1975 in materia di sicurezza che vieta di “coprirsi il volto in pubblico impedendo il riconoscimento della persona”. L’hijab non infrange dunque nessuna norma. Eppure molte musulmane con l’hijab sono guardate con diffidenza e discriminate sul lavoro.

Le storie di Lina e Himad – Il lavoro come riscatto, la formazione come opportunità

Un lavoro Himad ce l’ha. Ma preferisce rischiare e lasciarlo per potersi specializzare. Ha deciso. S’iscriverà al Corso di Formazione Professionale per la lavorazione della madreperla, alla Casa della Pace di Betlemme. Himad è un ragazzo di Gerico con un curriculum di studi in archeologia e la passione per i mosaici antichi. Un percorso di conoscenza non solo teorico. Himad, infatti, ha seguito anche programmi tecnici di realizzazione del mosaico. Con un obiettivo ben preciso, dedicarsi al restauro. Perché un patrimonio artistico non vada perduto. Perché il recupero dell’eredità culturale del suo popolo è importante. E per partecipare attivamente al miglioramento socio-economico della regione.

«In Terra Santa ci sono di siti archeologici ricchi di mosaici decorativi e la maggior parte ha bisogno d’interventi di pulitura e ripristino di parti mancanti». A questo punto incominciano le difficoltà. Himad si rende conto di non conoscere « la struttura geometrica impiegata per la costruzione dei mosaici» Sprattutto si trova alle prese con un materiale per lui sconosciuto, la madreperla. Decide di non arrendersi e di continuare l’iter professionale per colmare le mancanze e diventare un buon restauratore. Una scelta coraggiosa. E soprattutto faticosa e impegnativa. Per arrivare a Betlemme partendo da Gerico, bisogna superare due check point israeliani, e il tragitto può durare anche 4 o 5 ore. Ma Himad è tenace e non ha dubbi. Vuole rimanere nella sua terra e fare il lavoro che ama. «I sacrifici non contano se ti aiutano a raggiungere la meta».

Femministe ieri, oggi e… islamiche?

Femministe ieri, oggi e… islamiche? Non c’è contraddizione, lo spiega un saggio nuovo in libreria

Il femminismo islamico è un fenomeno ancora poco conosciuto in Italia ma ricco e in  crescita costante. Variegato, vivace, multiforme. Declinato al plurale. Come il mondo musulmano, d’altra   parte. Certo una contraddizione per chi si è fermato all’immagine della donna musulmana, sottomessa al maschio, velata, relegata fra le mura domestiche. Renata Pepicelli – ricercatrice dell’Università di Bologna – ha pensato di fare chiarezza con un saggio, pubblicato da Carocci, intitolato proprio “Femminismo islamico- Corano, diritti, riforme”.
 
“Una definizione del femminismo islamico?” è un movimento complesso, che riunisce donne musulmane di tutto il mondo, ma loro spesso non si riconoscono in questo termine. La base comune è la rilettura del Corano per demolire l’interpretazione maschilista, misogina e patriarcale che ne è stata fatta nei secoli” spiega l’autrice.
In sintesi, le femministe islamiche sostengono che proprio nell’Islam, nel Corano e nelle parole del Profeta, si trovano già tutti i fondamenti per le rivendicazioni di genere e l’uguaglianza fra i sessi. La religione stessa diventa quindi orizzonte di emancipazione. Qualche nome di spicco del movimento? La sociologa marocchina Fatima Mernissi, una delle femministe più rappresentative a livello internazionale. E Asma Lamrabet medico pediatra all’Ospedale di Rabat e coordinatrice del GIERFI (Gruppo Internazionale di ricerca sulla donna musulmana e il dialogo interculturale).
 “Ho incominciato ad occuparmi del fenomeno nel 2004, quando in Italia se ne parlava appena – continua Renata Pepicelli- e in Europa il dibattito era ancora marginale. E oggi? “La situazione è cambiata. Anche grazie ad un uso intenso delle Rete. Attraverso il web le diverse anime del movimento sono diventate visibili. S’incontrano. Si diffondano. Portali come  www.islam21.net (in arabo e in inglese) per esempio, rappresentano spazi importanti di dibattito a livello internazionale. E attraverso blog e forum, attiviste e intellettuali, possono confrontarsi con le ‘colleghe’ sparse nel mondo”. Le femministe islamiche non studiano infatti  solo l’interpretazione del Corano.

Dal convegno dei “Musulmani 2G”, le seconde generazioni, com’è lontana la Svizzera dei minareti

Torino, 1-2 dicembre 2009, Convegno Nazionale “Musulmani 2G- Diritti e doveri dei giovani musulmani di seconda generazione”, promosso dal CIPMO (Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente) in collaborazione con l’Associazione Giovani Musulmani italiani, L’istituto di Studi Storici Gaetano Salvemini e l’Associazione FIERI (rete di studi interdisciplinari per lo studio dei fenomeni migratori e l’inclusione delle comunità straniere).
Atmosfera intensa e partecipe nella sala del Circolo dei Lettori del seicentesco Palazzo Granieri della Roccia che ospita il convegno. La presentazione ufficiale davanti a un pubblico eterogeneo: docenti universitari, ricercatori, cittadini partecipi,  giovani donne in hijab…
 Janiki Cingoli, Direttore del CIPMO, pone subito l’accento sullo scopo dei lavori. Analizzare “il tema dei giovani musulmani di seconda generazione da tre punti di vista: la vita quotidiana, gli aspetti giuridici, il confronto tra le diverse esperienze europee”. Secondo le stime ufficiali, oggi, i giovani musulmani in Italia sono 200.000, di cui l’80% è nato nel nostro Paese o vi è arrivato giovanissimo con i genitori. Una realtà composita, dato che le origini dei ragazzi fanno riferimento a circa 50 nazionalità differenti. 
Hanno frequentato le nostre scuole, parlano perfettamente l’italiano, tifano per la Juventus o la Roma. Eppure, al di là delle immagini preconfezionate e i soliti stereotipi, non sappiamo veramente chi sono questi ragazzi. Come vivono? Che cosa studiano? Dove lavorano? Quali sono i problemi che devono affrontare ogni giorno? Lo scopriremo nel corso del Convegno…