Israele

Operazione Pace in Medio Oriente?

Tra attacchi, rivolte, tregue, stabilità e instabilità regionali, cambiamenti strategici, si aprono spiragli per processi politici stabili. Sperando che non sia l’eterno gioco dell’oca.

L’iniziativa che non è riuscita in Siria ai due inviati speciali dell’Onu e della Lega Araba, Kofi Annan e Lakhdar Brahimi, è stata raggiunta con successo dall’Egitto del Presidente Morsi. Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, lo ha ringraziato “per essersi assunto la leadership che ha fatto di questo Paese un pilastro per la pace e la stabilità regionale”. Ma neppure Mohammad Morsi, leader dei Fratelli Musulmani e primo Presidente salito al potere in Egitto attraverso elezioni democratiche, avrebbe forse potuto tagliare il traguardo senza l’arrivo al Cairo, ’fulmineo’ e inaspettato, di Hillary Clinton in rappresentanza degli Stati Uniti, da sempre vigili protettori d’Israele. Un segnale forte per Netanyahu. Un altro segnale, la vittoria dell’Islam politico che, senza dubbio, ha cambiato gli equilibri strategici regionali. Oltre alla perdita della Turchia: un alleato che Israele, si è ’giocato’ nel 2010 dopo l’incidente della Mavi Marmara, la nave turca con gli attivisti che portavano aiuti proprio alla Striscia di Gaza. O forse ’Bibi’ ha deciso che in questo momento gli conveniva “provare a fare politica anziché guerre” come gli ha suggerito in una lettera aperta David Grossman? (’Repubblica’ del 6 novembre 2012)

Tregua. Tregua sperata, rinviata, di nuovo raggiunta. Una tregua che invece – per ben due volte – era stata sfiorata, ma subito disattesa in Siria, dove proseguono i combattimenti fra le forze fedeli al Regime e gli oppositori. Una lotta sempre più feroce, senza esclusione di colpi che non sembra trovare una risoluzione anche dopo la nascita, a Doha, della nuova Coalizione dell’Opposizione siriana. La coalizione ha già ottenuto il riconoscimento di gran parte dei paesi occidentali, Francia in testa, ed è guidata dallo sceicco sunnita Moaz al-Khatib, ex imam della moschea degli Ommayyadi di Damasco, che non ha mai nascosto le simpatie per la Fratellanza Musulmana.

Mentre alcuni Paesi si assestano e in Siria continua la cruenta guerra civile, la Giordania dopo due anni di proteste ’soft’ sembra vacillare. Nelle ultime settimane infatti i manifestanti oltre a esprimere malcontento per i provvedimenti economici per la liberalizzazione dei prezzi, cominciano a chiedere la caduta del regime e di re Abdallah. Le proteste, sostenute dai Fratelli musulmani e dai partiti di sinistra, sono state represse con violenza dalle forze dell’ordine. Abdallah riuscirà a mantenere il potere? La partita è aperta.

Tregua raggiunta dunque fra Hamas, che governa la Striscia di Gaza, e Israele. Ma adesso arriva la parte più difficile: trasformare la tregua in un reale processo politico. Altrimenti si continuerà a vivere sul filo del rasoio e sarà sufficiente un piccolo incidente per tornare ai banchi di partenza. Come nel gioco dell’oca. Insomma vorremmo che il sottotesto della parola ’tregua’ fosse ora ’processo di pace’. Quando nessuno più sembrava crederci, forse è possibile.

di Antonella Appiano, in esclusiva per L’Indro Operazione Pace in Medio Oriente? , riproducibile citando la fonte.

 

“L’OFFENSIVA SU GAZA, UNA PROVA PER MORSI”

“Esiste una capacità missilistica che Israele credeva smantellata e che ora si è dimostrata, al contrario, potenziata”

Beirut – Incontro Sayyed Ibrahim Moussawi, responsabile del Dipartimento Media e Informazioni e membro dell’Ufficio Politico di Hezbollah, in un palazzo dell’intricata periferia sud di Beirut, storica ’roccaforte’ della comunità sciita.

Ormai è guerra fra Israele e Gaza. E ha un nome, ’Pilastro di Sicurezza’. Dopo l’uccisione, mercoledì scorso, di Ahmed Jabari, capo del braccio militare di Hamas, Ezzedine-al Kassame la successiva pioggia di missili che ieri ha colpito anche la periferia di Tel Aviv, stanno proseguendo i bombardamenti israeliani a Gaza- City: almeno una ventina di morti e centinaia di feriti.

Qui in Libano, il leader del Partito Hezbollah, Hassan Nasrallahha invitato i Paesi Occidentali e arabi a fare pressione sulle Nazioni Unite per fermare l’attacco israeliano. Scambio di accuse delle due parti. Israele minaccia una nuova offensiva via terra delle truppe Tsahal contro Gaza e Hamas ribadisce il diritto di difendersi- dice IbrahimMoussawi. Ma lo scenario, rispetto all’operazione ’Piombo Fuso’ del 2008-2009 è diverso, pur presentando alcuni elementi in comune.

Quali sono le ’costanti’?

SIRIA: QUALE FUTURO?

Le dichiarazioni dell’accademico Kepel, il realismo di Lakhdar Brahimi,
il mercato mondiale delle armi, e il dramma di un Paese che non vede la via d’uscita dalla guerra
Lakhdar Brahimi

Gilles Kepel, accademico francese ed esperto di Islam e Medio Oriente, in un recente articolo su ’Le Figaro’, ha dichiarato: “In Siria i problemi interni e la lotta per la democrazia avviata dalle forze di opposizione contro la leadership al potere, sono direttamente articolate con altre linee di forza generate dalle petromonarchie del Golfo, l’Iran, Israele, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti e in misura minore l’Europa”.

Fin qui niente di nuovo. Da tempo la crisi siriana si è internazionalizzata. Ed è sempre più difficile prevedere gli scenari futuri e una soluzione pacifica per un Paese in cui, secondo le parole dell’inviato dell’Onu per la Siria Lakhdar Brahimi“la situazione ha ormai raggiunto proporzioni catastrofiche. Nell’intervista rilasciata all’emittente televisiva Bbc’, Lakhdar Brahimi è apparso realista, per nulla disposto a cedere a facili illusioni. O al fascino delle parole vuote delle diplomazie.

D’altra parte, il 78enne algerino non vanta al suo attivo solo importanti missioni di mediatore (inviato della Lega Araba dell’Onu in Afghanistan e in Iraq, in Libano per gli accordi di Taif nel 1989) ma ha vissuto anche in ’prima linea’ i dieci anni di Guerra civile algerina. Dopo il colpo di Stato appoggiato dall’esercito dell’11 gennaio 1992 – che aveva annullato la vittoria elettorale al primo turno (con 188 seggi su 231) del Fronte Islamico di Salvezza – era stato infatti nominato Ministro degli Esteri. E aveva mantenuto posizioni intransigenti, di ’non negoziazione’ con la parte avversaria.

Una sola la nota positiva nel discorso di Brahimi alla ’Bbc’: Mi rifiuto di credere che il popolo siriano si ridurrà a una cieca visione settaria dell’esistenza fino a uccidere il vicino di casa”. Eppure è proprio ciò che è successo in Algeria. Tra il il 1992 e il 1998, decine di migliaia di vittime. Algerini contro algerini in un lungo e sanguinoso conflitto che lacerò profondamente la società civile.

Atteso sabato prossimo (8 settembre 2012) a Damasco, Brahimi, forte della sua esperienza, conosce benissimo la posizione intransigente della leadership siriana. E quella, altrettanto intransigente, dell’opposizione armata. Come potrebbe essere ottimista? Credere in un possibile ’cessate al fuoco’? A una ’smilitarizzazione’ delle parti in campo?

Intanto il presidente russo Vladimir Putin in un’intervista al Canale Tv ’Russia Today’ ha ribadito che non è la Russia a dover cambiare atteggiamento sul conflitto in Siria, ma piuttosto il fronte dei paesi occidentali”. E ha aggiunto, riferendosi alla Libia: “Vorrei ricordare che le iniziative dei nostri partner non sono certo finite tutte come loro stessi avrebbero voluto. La Cina invece si è limitata a dichiararsi “favorevole un dialogo politico tra regime e opposizione, ma senza pressioni dall’esterno”.

Sull’altro fronte dei paesi ’generatori di linee di forza’, la Turchia. Il primo ministro turco Tayyip Erdogan ha accusato il Presidente siriano “di aver creato con il suo regime uno Stato terroristico”. Certamente Erdogan teme l’alleanza dei curdi del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) con i curdi siriani. E cerca sostegno. Domenica scorsa a Istanbul, si è svolto in segretezza un incontro fra il direttore della Cia, David Petraeus e Hakan Fidan, responsabile del Mit, i servizi segreti turchi. Nel gran gioco medio-orientale non mancano le fonti di funzionari anonimi dell’Amministrazione Usa, citati dal ’New York Times’, secondo i quali “l’Iran sta rifornendo in modo massiccio Damasco di armi per via aerea, passando per i cieli iracheni”.

A proposito di armi: il timore che la crisi siriana possa oltrepassare i confini, interessando altri paesi dell’area e la possibilità di un conflitto nel Golfo Persico, hanno fatto incrementato le vendite. Nella classifica dei paesi in testa nel rifornimento dei propri arsenali c’è l’Arabia Saudita, che (fonte: Congress Reserch Service) ha acquistato armi dagli Stati Uniti per più di 33 miliardi di dollari.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indrohttp://www.lindro.it/Siria-quale-futuro/ (riproducibile citando la fonte).

 

Ritorna Khaled Meshaal

Un nuovo passo nel processo di pace tra Israele e Palestina ?

Dopo 13 anni di ’esilio’, il capo dell’Ufficio politico del partito islamista di Hamas, KhaledMeshaal, torna in Giordania.

Nato nel villaggio di Silwad, vicino a Ramallah, in Cisgiordania, si era rifugiato in Kuwait con la famiglia, dopo la guerra del 1967. Una laurea in fisica, e un profilo da attivista e leader nel Fronte Islamico, cioè la sezione locale dei Fratelli Musulmani. Poi, alla fine degli anni Ottanta, entra nella direzione esterna del movimento di Hamas. Ma l’Iraq invade il Kuwait eMeshaal insieme a migliaia di profughi palestinesi, si trasferisce in Giordania. Ed è proprio qui che si fa conoscere come esponente di Hamas, portando appoggio esterno al movimento.

Nella capitale giordana di Amman, nel settembre del 1997, sfugge ad un attentato degli agenti del Mossad (i servizi segreti israeliani). Due anni dopo, le relazioni fra la leadership giordana e Hamas si deteriorano, a causa delle pressioni diplomatiche degli Stati Uniti e di Israele sul re Hussein di Giordania. E nel novembre 1999, Khaled Meshaal – anche se possiede cittadinanza giordana- viene espulso dal Paese insieme ad altri rappresentanti del gruppo. Meshaal va a vivere in Siria, a Damasco.

Quale è il ruolo di Meshaal? Volto ufficiale’ di Hamas fuori dalla Palestina, il suo incarico è quello di rafforzare le relazioni con Governi e le Organizzazioni straniere.

Secondo le fonti del ’Jerusalem Post’ il leader “arriverà ad Amman, domenica 29 gennaio grazie ad una mediazione del Qatar. Sarà accompagnato dal principe ereditario dell’Emirato,Tamim Ben Hamad Al Thani, e ricevuto dal re Abdallah e altri responsabili del governo”. Si apre una nuova pagina nei rapporti tra il movimento islamista e il Regno hashemita? Sempre stando alla testatagli incontri non saranno a discapito dell’autorità palestinese che per la Giordania è l’unico rappresentante legittimo del popolo palestinese”. Ma Amman spera in un passo di riavvicinamento tra Fatah e Hamas, i due principali movimenti politici rivali palestinesi. Chissà se il re Abdallah restituirà a Masha il suo passaporto giordano, o gli permetterà di risiedere nel Paese.

Palestina, chiedere non basta.

Oppositori interni scettici sulla scelta di Abu Mazen: “Non risolve la questione fondamentale dell’occupazione”

Sono contrario alla richiesta. Basterebbe far rispettare l’applicazione delle 73 Risoluzioni Onu che già regolano il problema dei confini, di Gerusalemme, dei diritto al ritorno dei Palestinesi cacciati dalle loro terre nel 1948. E che non sono mai state adottate. Così rischiamo di innescare un meccanismo pericoloso – dichiara il dottor Diab Haitali, Portavoce della Comunità Palestinese di Roma e del Lazio – In Cisgiordania i coloni si stanno mobilitando contro i Palestinesi che, secondo Israele, attaccheranno le colonie”.

La richiesta è quella che Abu Mazen, presidente dell’Autorità nazionale Palestinese (Anp), presenterà venerdì 23 settembre al Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-moon: con essa si richiede il pieno riconoscimento della Palestina come 194esimo Stato delle Nazioni Unite. Un voto che cambierebbe la storia.

La decisione del leader dell’ Anp, però, sta suscitando polemiche all’interno della comunità palestinese stessa. Spiega ancora il dottor Haitali: ” L’iniziativa non affronta la questione fondamentale: il popolo palestinese continuerebbe a vivere sotto un regime di occupazione. Compromette i diritti dei rifugiati dei Campi profughi in Cisgiordania. Quale Stato infatti può ospitare al suo interno una comunità di profughi della stessa nazionalità? Lascia irrisolti i problemi delle colonie, le frontiere, i prigionieri politici, il controllo delle risorse. Insomma, una indipendenza solo simbolica”

Secondo Riccardo Imberti, responsabile del Progetto di Formazione Acli a Betlemme “in Cisgiordania, la maggior parte della gente è a favore dell’iniziativa all’Onu. E’ vero, l’occupazione continuerà ma se lo Stato di Palestina verrà riconosciuto, si tratterà di occupazione di uno Stato su un altro Stato, una bella differenza”.

Controversie interne a parte, come hanno reagito invece la Comunità Internazionale e Israele? Da giorni stanno schierando in campo diplomatico tutte le pedine per bloccare la richiesta di piena adesione all’Onu. La contro-proposta è di ritornare al tavolo delle trattative, dei negoziati di pace.

Non solo. Gli Stati Uniti cercano strenuamente la formula magica per non essere costretti a bloccare la richiesta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ricorrendo al potere di veto. Un atto imbarazzante per la Casa Bianca perché significherebbe, di fatto, affermare che è contraria alla nascita di uno Stato Palestinese. In un momento così delicato nei suoi rapporti con il Medio Oriente e le ’primavere arabe’.

La ripresa dei negoziati è richiesta a gran voce anche da Israele. Il Premier israeliano Benijamin Netanyahu ha proposto trattative dirette a New York. Negoziati da proseguire a Gerusalemme e Ramallah. E’ autentica volontà o tattica dilatoria ? I negoziati si sono rivelati un terreno paludoso, con criticità insormontabili. Israele non ha intenzione di congelare le colonie in Cisgiordania e di riconoscere allo stato palestinese i confini antecedenti il giugno 1967. Mentre l’Autorità Nazionale Palestinese non è disposta a riconoscere Israele come ’Stato ebraico’ perché il fatto metterebbe in discussione i diritti dei palestinesi che vivono in Israele e fuori gioco il diritto al ritorno dei profughi.

Una considerazione. I leader israeliani, americani, europei si affannano a dichiarare che per la Palestina essere ammessa come 194esimo Stato all’Onu, non è rilevante. E allora perché ostacolano la richiesta?
Trapela un’indiscrezione che spiega molto: fra gli oppositori del progetto c’è anche il Primo Ministro palestinese, Salam Fayyad, il numero due di Abu Mazen. I due, notoriamente, si detestano e fra una stretta di mano e un sorriso, non si risparmiano i colpi bassi. L’unità dell’azione politica, premessa indispensabile per l’indipendenza. sembra ancora lontana.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/Palestina-chiedere-non-basta (riproducibile citando la fonte)