Libano

Tramonto a Sidone…

[singlepic id=168 w=540 h=406 float=center]
… tramonto sul Castello del Mare (fortezza costruita dai Crociati nel 1228 su un isolotto dinnanzi al porto di SidoneSignoria di Sidone)

 

Siria: Opposizione Unita Cercasi

A Doha l’Opposizione siriana cerca “un centro di gravità permanente” con l’aiuto degli Stati Uniti. Le pressioni del segretario di Stato Hilary Clinton e il piano di Riad Seif.

 

Dopo Burthan Ghaliun e il curdo Abdel Basset Sieda (rispettivamente ex presidente e presidente del Consiglio Nazionale Siriano, Cns) ora sulla scena dell’Opposizione, a proporsi come leader, appare l’industriale ed ex parlamentare Riad Seif. Il suo piano: creare una squadra di 50 rappresentanti, scelti fra i comandanti militari dell’Esercito libero e i capi delle zone in mano ai ribelli, in Siria, e fra i membri del Cns, che risiedono all’estero. Gli Stati Uniti, che appoggiano Riad Seif, premono perché durante i lavori venga eletto una specie di direttivo, in cui i militari – che stanno operando sul campo – siano in numero maggiore rispetto agli esiliati del Cns.

Circa 400 rappresentanti della dissidenza provenienti da vari gruppi, dalla Siria e dall’estero, si sono riuniti per raggiungere un obiettivo indispensabile: una formazione unita con la quale la Comunità Internazionale possa rivolgersi. Impresa difficile: alla mega conferenza di Doha, capitale del Qatar (si è aperta il 4 novembre e dovrebbe svolgersi in 5 giorni) ci sono troppe fazioni portatrici di programmi diversi e differenze ideologiche. E due gruppi importanti , il Corpo nazionale di coordinamento e il Fronte democratico nazionale, non si sono neppure presentati all’ appello.

Il CNS (Consiglio Nazionale Siriano), fino ad ora ha rappresentato la piattaforma principale dell’Opposizione ed è formata soprattutto da esiliati: intellettuali, accademici e membri della Fratellanza musulmana. Ma il Cns non ha saputo dare, fino a ora, prove di stabilità ed efficienza. Il Segretario di Stato Hillary Clinton ha addirittura dichiarato (‘Reuters‘ 31 ottobre 2012) che il Consiglio Nazionale siriano, basato all’estero, “non può arrogarsi il titolo di leader dell’opposizione, ma solo far parte di un fronte di opposizione più largo che includa gente che vive in Siria e altri che abbiano la necessaria legittimità per farsi ascoltare” .

Per questo il programma di Riad Seif prevede di mettere il Cns in secondo piano, creando appunto una leadership in cui i suoi membri sarebbero in minoranza rispetto ai militari dell’Esercito Siriano Libero, il principale ma non l’unico gruppo armato che combatte sul terreno contro l’esercito regolare del regime. Il Cns è disposto a mettersi in disparte? Non sembra. Già durante il primo giorno del convegno, ha criticato gli Stati Uniti per l’ingerenza e il suo presidente, Abdel Basset Sieda, ha dichiarato (fonte ‘Associated Press’) che “pur non avendo respinto in pieno la proposta di Seif, ritiene che il Cns meriti una rappresentanza più significativa, controllando almeno il 40% di qualsiasi organismo decisionale formato”.

A quanto pare, abbandonare la poltrona del comando è dura. Ma un fatto è certo. Alla fine dei lavori, che si chiuderanno giovedì, senza un accordo sulla leadership dell’Opposizione, saremo al punto di partenza. Anzi un passo indietro visto il precedente fallimento della riunione di luglio, al Cairo, in cui non è stato raggiunto un accordo per formare un fronte di opposizione coeso. E al prossimo Meeting degli Amici della Siria, in Marocco, la Comunità Internazionale si troverebbe di nuovo senza una rappresentanza unita e significativa dei siriani. Rendendo il meeting inutile.

Intanto in Siria si continua a combattere. Lunedì, un attentatore suicida si è fatto esplodere nei pressi di un check-point dell’Esercito nella provincia di Hama causando una cinquantina di vittime. Mentre il 3 novembre, tre carri armati siriani sono entrati nel villaggio di Beer Ajam, nel Golan e si sono verificati scontri fra curdi e forze ribelli. Il rischio di una balcanizzazione della zona, così come di un allargamento del conflitto nei Paesi confinanti (soprattutto il Libano e l’Iraq) sono pericoli reali che rischiano di accendere altri fuochi.

di Antonella Appiano, in esclusiva per L’Indro Siria: opposizione unita cercasi, riproducibile citando la fonte.

 

 

Il Fronte instabile dei Paesi delle Rivoluzioni

Intervista al Professor Massimo Campanini
Il fronte instabile dei Paesi delle Rivoluzioni
Perché hanno vinto i partiti islamici, il ruolo delle Petromonarchie del Golfo. La presenza di gruppi terroristici nei Paesi in via di trasformazione.
“Iniziare una rivoluzione è difficile, ancora più difficile è continuarla, e difficilissimo è vincerla. Ma sarà solo dopo, quando avremo vinto, che inizieranno le vere difficoltà. Sono le parole che – nel film, ’La battaglia di Algeri’ di Gillo Pontecorvo 

Il Virus siriano

L’attentato d Beirut apre scenari allarmanti. Ma in Medio Oriente niente è scontato, come dimostra la storia. A chi giova destabilizzare il Libano? Gli interessi in gioco sono tanti. E chi era Wissam al -Hassan?

L’autobomba esplosa venerdì scorso a Beirut, non ha soltanto ucciso il capo dell’Intelligence libanese, il generale Wissamal-Hassan, e distrutto Piazza Sassine – nel cuore del quartiere cristiano di Ashrafiye – ma rischia di alterare gli equilibri, già fragili, del Paese dei Cedri, la nazione mediorientale più simile a una democrazia occidentale, pur se tormentato da dinamiche settarie e contrapposizioni politiche.

Che il lungo, lento collasso siriano con la tragica guerra civile potesse coinvolgere altri Paesi arabi e ’stravolgere’ la stabilità regionale, già si sapeva e si temeva. Ma i trenta chili di tritolo che hanno gettato Beirut e il Libano nel caos, hanno confermato le fosche previsioni. Dopo gli scontri di ieri (lunedì 22) ai funerali di Wissam al-Hassan, fra le forze dell’opposizione e l’esercito governativo, e quelli di Tripoli al nord del Paese, le forze armate di Beirut hanno invitato quelle politiche a usare moderazione nelle dichiarazioni per non fomentare le tensioni. E hanno aggiunto: “E’ in gioco il destino del Paese”.

Wissam al-Hassan era una figura di punta dell’ISF (Intelligence Internal Security Forces libanesi). Indubbiamente, era lui l’obiettivo dell’attentato che ha causato otto vittime e una settantina di feriti e sembra aver riportato Beirut indietro nel tempo. Vicino a Piazza Sassine, trent’anni fa, infatti era esplosa la bomba che aveva ucciso Bashir Gemayel, presidente neo-eletto del Libano a capo della Falange cristiano-maronita.

Ma non solo. Wissam al-Hassan, era visto anche come una delle personalità sunnite più importanti del Paese. Aveva condotto le indagini sull’attentato del 14 febbraio 2005, in cui perse la vita l’ex premier Rafiq Hariri accusando del fatto la Siria e le milizie sciite di Hezbollah. E aveva arrestato, nell’agosto scorso, Michel Samaha, allora ministro dell’Informazione libanese, con l’incriminazione di aver ordito un complotto per uccidere personalità politiche e religiose libanesi malviste da Damasco.

Ma Wissam al-Hassam era stato anche sospettato di ’coinvolgimento’ nell’uccisione di Rafiq Hariri; in quel periodo infatti era a capo dei servizi di sicurezza personali del Presidente e il giorno dell’attentato, il 14 febbraio 2005, non si trovava accanto a lui, come da protocollo, ma aveva preso un giorno di ferie per sostenere, in mattinata, un esame universitario. Gli investigatori delle Nazioni Unite trovarono l’alibi sospetto (anche per via delle 24 telefonate fatte dal Wissam quella mattina) ma le indagini non proseguirono perché Saad, il figlio di Rafiq Hariri, confermò la piena fiducia nel generale Wissam.

Un altro elemento importante e non trascurabile, è che l’Intelligence Internal Security Forces, del generale Wissam, ha l’incarico di controllare le infiltrazioni nel Paese dei Servizi israeliani. E, in seguito ad indagini, aveva arrestato Fayez Karam, a capo dei servizi di antiterrorismo e contro-spionaggio durante gli anni Ottanta e figura di spicco del Partito FPM (Free Patriotic Movement)con l’accusa di fornire informazioni sul partito di Hezbollah e del FPM (suo alleato).

Wassam al-Hassan era quindi un “obiettivo di alto livello” – come ha dichiarato Robert Fisk, corrispondente del quotidiano britannico ’The Independent’“su cui difficilmente saranno giudicati i responsabili”. Nella ridda delle ipotetesi: i siriani che vogliono allargare il conflitto oltre i confini o Hezbollah, alleato degli Assad. Ma in Medio Oriente niente è scontato, come dimostra la storia. A chi giova destabilizzare il Libano?

Gli interessi in gioco sono tanti. Tanti i sospetti. E i sospettabili. Non possiamo escludere per esempio che l’attentato abbia avuto origini interne, libanesi: salafiti, jihadisti sunniti, palestinesi dei campi profughi. Forze in campo che vogliono dare un nuovo assetto al Paese o regolare conti in sospeso. Rimane da sperare che i libanesi rimangano uniti nonostante tutto in nome del dolore e delle sofferenze patite durante la lunga e sanguinosa guerra civile.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro Chi era Wissam al-Hassan – IL VIRUS SIRIANO
riproducibile citando la fonte

 

SIRIA: QUALE FUTURO?

Le dichiarazioni dell’accademico Kepel, il realismo di Lakhdar Brahimi,
il mercato mondiale delle armi, e il dramma di un Paese che non vede la via d’uscita dalla guerra
Lakhdar Brahimi

Gilles Kepel, accademico francese ed esperto di Islam e Medio Oriente, in un recente articolo su ’Le Figaro’, ha dichiarato: “In Siria i problemi interni e la lotta per la democrazia avviata dalle forze di opposizione contro la leadership al potere, sono direttamente articolate con altre linee di forza generate dalle petromonarchie del Golfo, l’Iran, Israele, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti e in misura minore l’Europa”.

Fin qui niente di nuovo. Da tempo la crisi siriana si è internazionalizzata. Ed è sempre più difficile prevedere gli scenari futuri e una soluzione pacifica per un Paese in cui, secondo le parole dell’inviato dell’Onu per la Siria Lakhdar Brahimi“la situazione ha ormai raggiunto proporzioni catastrofiche. Nell’intervista rilasciata all’emittente televisiva Bbc’, Lakhdar Brahimi è apparso realista, per nulla disposto a cedere a facili illusioni. O al fascino delle parole vuote delle diplomazie.

D’altra parte, il 78enne algerino non vanta al suo attivo solo importanti missioni di mediatore (inviato della Lega Araba dell’Onu in Afghanistan e in Iraq, in Libano per gli accordi di Taif nel 1989) ma ha vissuto anche in ’prima linea’ i dieci anni di Guerra civile algerina. Dopo il colpo di Stato appoggiato dall’esercito dell’11 gennaio 1992 – che aveva annullato la vittoria elettorale al primo turno (con 188 seggi su 231) del Fronte Islamico di Salvezza – era stato infatti nominato Ministro degli Esteri. E aveva mantenuto posizioni intransigenti, di ’non negoziazione’ con la parte avversaria.

Una sola la nota positiva nel discorso di Brahimi alla ’Bbc’: Mi rifiuto di credere che il popolo siriano si ridurrà a una cieca visione settaria dell’esistenza fino a uccidere il vicino di casa”. Eppure è proprio ciò che è successo in Algeria. Tra il il 1992 e il 1998, decine di migliaia di vittime. Algerini contro algerini in un lungo e sanguinoso conflitto che lacerò profondamente la società civile.

Atteso sabato prossimo (8 settembre 2012) a Damasco, Brahimi, forte della sua esperienza, conosce benissimo la posizione intransigente della leadership siriana. E quella, altrettanto intransigente, dell’opposizione armata. Come potrebbe essere ottimista? Credere in un possibile ’cessate al fuoco’? A una ’smilitarizzazione’ delle parti in campo?

Intanto il presidente russo Vladimir Putin in un’intervista al Canale Tv ’Russia Today’ ha ribadito che non è la Russia a dover cambiare atteggiamento sul conflitto in Siria, ma piuttosto il fronte dei paesi occidentali”. E ha aggiunto, riferendosi alla Libia: “Vorrei ricordare che le iniziative dei nostri partner non sono certo finite tutte come loro stessi avrebbero voluto. La Cina invece si è limitata a dichiararsi “favorevole un dialogo politico tra regime e opposizione, ma senza pressioni dall’esterno”.

Sull’altro fronte dei paesi ’generatori di linee di forza’, la Turchia. Il primo ministro turco Tayyip Erdogan ha accusato il Presidente siriano “di aver creato con il suo regime uno Stato terroristico”. Certamente Erdogan teme l’alleanza dei curdi del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) con i curdi siriani. E cerca sostegno. Domenica scorsa a Istanbul, si è svolto in segretezza un incontro fra il direttore della Cia, David Petraeus e Hakan Fidan, responsabile del Mit, i servizi segreti turchi. Nel gran gioco medio-orientale non mancano le fonti di funzionari anonimi dell’Amministrazione Usa, citati dal ’New York Times’, secondo i quali “l’Iran sta rifornendo in modo massiccio Damasco di armi per via aerea, passando per i cieli iracheni”.

A proposito di armi: il timore che la crisi siriana possa oltrepassare i confini, interessando altri paesi dell’area e la possibilità di un conflitto nel Golfo Persico, hanno fatto incrementato le vendite. Nella classifica dei paesi in testa nel rifornimento dei propri arsenali c’è l’Arabia Saudita, che (fonte: Congress Reserch Service) ha acquistato armi dagli Stati Uniti per più di 33 miliardi di dollari.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indrohttp://www.lindro.it/Siria-quale-futuro/ (riproducibile citando la fonte).

 

Bashar tra proclami e fatti.

Povertà e paura stanno dilagando nel Paese. Si tratta per inviare una missione di pace da parte dell’Onu.

Ancora notizie contrastanti dalla Siria e trattative diplomatiche per cercare di risolvere la crisi e porre fine alle violenze che continuano ormai da 11 mesi. Ieri (15 febbraio) il Presidente Bashar al-Assad ha annunciato che il 26 febbraio si terrà nel Paese un referendum costituzionale per approvare la nuova Costituzione. Tra le clausole della nuova Carta, sono previste la scomparsa del monopolio del partito Baath, al potere in Siria da quasi cinquant’anni, l’avvento del pluripartitismo e un limite ai mandati presidenziali. Solo due mandati da sette anni per il Presidente, da eleggere con suffragio universale. Nel testo si precisa anche che “non potranno partecipare ad elezioni le formazioni a base religiosa o regionale”.

Il popolo siriano sarebbe quindi chiamato alla urne per decidere se approvare la nuova Costituzione, fra dieci giorni. Una buona proposta. L’impressione, però, è che questa iniziativa sia arrivata troppo tardi. Dieci giorni sono pochi per organizzare un referendum in un Paese ormai diviso, nel caos, da cui continuano ad arrivare notizie di combattimenti fra le forze dell’Esercito libero siriano a fianco degli oppositori e l’esercito regolare con le Forze di sicurezza.

Il comportamento del Presidente Bashar appare incerto. Contradittorio, mentre l’opposizione lo accusa di voler guadagnare tempo. Anche Washington definisce l’annuncio di Assad ’ridicolo’, sottolineando come ogni precedente dichiarazione del regime si è finora rilevata falsa. La Russia invece ritiene l’annuncio importante, un passo avanti per riportare la stabilità nel Paese, e condanna l’isolamento di Damasco da parte dell’Occidente. Secondo Mosca “fare pressione per un cambio di regime in Siria non farebbe che peggiorare la situazione.

Tre libri…per saperne di più sulle Primavere arabe

Tre libri per chi è interessato alle primavere arabe.

“Mediterraneo in rivolta” di Franco Rizzi, edizione RX Castelvecchi,  “Caos arabo” a cura di Riccardo Cristiano, edizioni Mesogea. Un terzo, che ho riletto, è del 2006 (spero sia ancora in commercio) “Primavere. Per una Siria democratica e un Libano indiendent”, di Samir Kassir, a cura di Elisabetta Bartuli. edizioni Mesogea. Samir Kassir, l’autore del celebre “L’infelicità araba”, giornalista, intellettuale, figlio di un palestinesee di una siriana, fu ucciso in un attentato, a Beirut il 2 giugno del 2005.

“Lebanon”: dove la guerra non è un mestiere che si può scegliere

Titolo: Lebanon,
Regia: Samuel Maoz

Professione:
soldato
Parola chiave: identificazione
Ambientazione: Libano
Genere: drammatico

Per 90 minuti sei davvero chiuso in quel carro armato con i giovani soldati Assi, Yigal, Herzel, Shmulik. Provi le stesse sensazioni. Anzi, lo stesso “inferno sensoriale”, come lo ha definito il regista israeliano Samuel Maoz, Leone d’Oro della 66esima Mostra di Venezia con Lebanon.  Paura, angoscia, caldo, sete, sudore, claustrofobia. Disorientamento per una guerra che non conoscono. “Chi sono i falangisti?” “Siriani, come? Ma non siamo in Libano?” Queste alcune domande che si fanno i quattro ventenni buttati in prima linea senza aver mai visto “il nemico”.
Giugno 1982, prima guerra del Libano. Un tank, guidato da quattro soldati  viene mandato a perlustrare una città già bombardata dall’aviazione israeliana.  La missione che il luogotenente Jamil definisce “una passeggiata” dopo poche ore sfugge al controllo del comandante e si trasforma in una trappola. E al calare della notte i soldati si trovano bloccati in un posto sconosciuto, circondati da truppe siriane. Per capire “Lebanon”, però, più della trama è importante “sentire”.  Impossibile sottrarsi.  Il film girato in soggettiva, mostra ciò che succede fuori dal carro armato attraverso l’oblò del mirino.  Così lo spettatore s’identifica in pieno con i soldati, con ciò che vedono e ciò che provano.  Lebanon è una vera e propria esposizione della guerra nuda e cruda. Senza sconti. Non c’è spazio per l’eroismo e la retorica. E il motto che appare ogni tanto inciso su una parete ”Il carro armato è ferraglia, l’uomo è d’acciaio” contrapposto alla paura, alle lacrime dei soldati, un bel pugno nello stomaco.
 Il film nasce dall’esperienza autobiografica del regista israeliano Samuel Maoz. Nel 1982, a 20 anni, mentre era di leva, era stato mandato a combattere in Libano. L’inferno della guerra e l’orrore gli sono rimasti dentro per 25 anni fino a quando, per liberarsi del trauma, è riuscito a riversarlo in sceneggiatura e poi in pellicola. Un po’ come il processo liberatorio di Ari Folman e il suo “Valzer con Bashir”. Nel film di animazione, infatti, il regista metteva “in scena” la sua strada alla ricerca di un periodo non cancellato dalla memoria ma represso a lungo fino all’esplosione esorcizzante.

di Antonella Appiano per IlSole24ore – jobtalk.blog.ilsole24ore.com