L’Indro.

qui Aleppo, è guerra

Qui Aleppo: “È guerra”

Gli attori sulla scena si stanno moltiplicando, e cresce il dubbio sulla presenza di terroristi affiliati ad Al Qaida tra i ribelli.
L’esercito usa tutte le sue forze (elicotteri, missili, carri armati) contro i ribelli che non sono altro che bande armate di terroristi assetati di sangue e avidi di denaro. Noi siamo chiusi in casa. Molti scappano. Scarseggia tutto.

cambia il terreno di battaglia, Siria

Cambia il terreno di battaglia

Gli scontri, da Damasco, riconquistata dall’esercito regolare, si spostano ad Aleppo. Seconda città della Siria, cuore commerciale e imprenditoriale, situata in una posizione geografica strategica a una sessantina di chilometri dalla frontiera turca. Per mesi roccaforte lealista e ospite di una comunità di 300 mila cristiani, il doppio lato di una guerra interna e internazionalizzata che apre mille scenari inquietanti.

La svolta nella battaglia di Damasco: dove sarà ora il presidente Bashar al Assad?

La battaglia di Damasco ha segnato una svolta. L’attentato al Palazzo della Sicurezza Nazionale in cui sono rimasti uccisi importanti esponenti dell’esercito e dell’intelligence − tra cui il Ministro siriano della Difesa Dawoud Rajiha, il viceministro della Difesa ed ex capo dei servizi di sicurezza militari, Assef Shawkat (marito della sorella del Presidente, Bushra) e Hasan Turkmani, a capo della cellula anti crisi − rappresenta senza dubbio un attacco al simbolo del Potere. Ma del potere ‘formale’ (quello diciamo di facciata composto dal Parlamento, dal Governo, dalla Corte di Giustizia), non decisionale.
In Siria infatti è il poter ‘informale’ (composto dai Servizi di sicurezza e dai Corpi speciali dell’esercito) a prendere le decisioni, oltre naturalmente al Presidente.

Non sappiamo in questo momento se Bashar al Assad abbia lasciato o meno Damasco. Fonti dell’Opposizione affermano che si sia “rifugiato a Lattakia”, ma con certezza, sappiamo solo che il Rais non era nella sede dell’Ufficio della Sicurezza Nazionale al momento dell’attentato. Il Palazzo si trova in un quartiere al nord della città, Abu Roumaneh, accanto a piazza al Malki (dove ci sono molte ambasciate, anche quella italiana) e molto vicino alla Residenza presidenziale, un’area super controllata. E questo pone interrogativi sulla dinamica dell’esplosione. Auto kamizake, una bomba lasciata all’interno del Palazzo o un kamikaze, un uomo insospettabile, che indossava una cintura esplosiva?

I combattimenti fra gli oppositori dell’Esercito siriano libero e l’esercito regolare, per la prima volta si sono spostati dalla periferia della capitale al centro. E proseguono da cinque giorni.
A Midan, quartiere sunnita conservatore a sud della Città vecchia, a Kafar Suse, già teatro di manifestazioni nei mesi scorsi. Questi scontri cono attestati anche da testimonianze, attraverso alcune telefonate via skype con cui sono riuscita a raggiungere Damasco. “Si spara, ci sono elicotteri e blindati a Midan”, dice un medico residente nel quartiere.
Fonti non confermate, riferiscono che si combatte anche a Sharia Baghad e nel quartiere di Muhajirin vicino a una caserma della Quarta Divisione comandata dal fratello del Presidente, Maher.

L’esito degli scontri, però non è ancora certo. Molti gli interrogativi. Non solo sulla sorte del Presidente, sulla dinamica dell’attentato o sull’accresciuta capacità dei ribelli che appare rinforzata da aiuti esterni.
Ultimo ma certo non meno importante interrogativo: che cosa faranno gli alawuiti (la setta minoritaria sciita, cui appartengono gli Assad) al potere (sia pur con elementi cooptati dalla comunità sunnita e cristiana) che hanno continuato a sostenere la leadership di Damasco? Continueranno a combattere? Si ritireranno nella regione di provenienza (le montagne fra il Mediterraneo e la piana dell’Oronte)? La caduta del Presidente provocherebbe una vera e propria crisi del sistema, travolgendo come un’onda tutta la società.

Una cosa però è certa. La guerra civile non resterà confinata nel Paese. Ci saranno ripercussioni sulla regione. La Siria confina con Paesi caldi come Libano, Iraq, Israele. Gli interessi in gioco sono tanti. Per esempio quello dell’Occidente e dei Paesi del Golfo che hanno sostenuto l’opposizione armata nel sostituire il regime con una leadership sunnita per isolare gli Hezbollah libanesi e l’Iran sciita, troppo forte per essere attaccato. Un Iran che dà fastidio agli Stati Uniti per il nucleare e per il dominio nel Golfo del petrolio. Nata come rivolta socio-economica, la crisi siriana rischia di trasformare il Paese in un nuovo Libano o comunque di essere strumentalizzata da potenze esterne, arabe, occidentali, turche. Siria. Una guerra per procura?

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/dove-sara-ora-il-presidente-bashar-al-assad/ (riproducibile citando la fonte).

Intervista a un membro anonimo dell’opposizione: Siria, “è una rivolta sociale”

Beirut − Ieri mattina presto a Damasco è arrivato il tam-tam sugli scontri nei sobborghi della capitale, fra l’esercito regolare e gli oppositori armati. Un rincorrersi di voci degli abitanti di Sidi Qadad, di al Qazaz, Tadamun. Ancora una volta, come già è successo nelle settimane scorse, la periferia sta attaccando il centro. Quartieri poveri, agglomerati cresciuti come funghi senza piani regolatori dopo l’immigrazione massiccia dalle campagne degli ultimi anni. Damasco solo qualche anno fa contava un milione e mezzo di abitanti, ora ci vivono circa sei milioni di persone.

Un membro dell’Opposizione siriana che ha partecipato anche all’Incontro al Cairo del 2 luglio come indipendente − e che naturalmente chiede l’anonimato − incontrato due giorni fa a Damasco, afferma che “i principali gruppi di Opposizione hanno ormai trovato l’accordo con l’esercito Siriano libero”. Racconta: “All’inizio sono stato a favore di un’Opposizione senza armi ma ora non più. Abbiamo bisogno di un braccio armato”. Eppure il FSA (Free Syrian Army) aveva boicottato la riunione, gli ricordo. “È vero, però le divisioni si stanno appianando. Abbiamo capito che se vogliamo davvero cambiare il sistema dobbiamo lottare insieme”.

Abdul (lo chiamerò con questo nome) afferma che anche molti cristiani e alawuiti (la minoranza sciita cui appartiene la famiglia del Presidente Bashar al Assad, circa il 13% della popolazione) adesso “hanno passato la barricata”. Aggiunge: “Gli alawuiti hanno cooptato una larga fetta di borghesia sunnita e cristiana anche se occupano circa l’80% degli alti comandi militari e della sicurezza. Voi occidentali sbagliate quando affermate che questo è scontro settario, confessionale. È una rivolta nata su basi sociali, economico-sociali. Il Presidente Bashar, al contrario del padre Hafez, ha trascurato le campagne. I contadini si sono impoveriti e la politica di liberalizzazione ha accresciuto i problemi. La disoccupazione è arrivata alla soglia del 30%. Anche la privatizzazione degli enti pubblici non ha portato gli effetti positivi sperati perché la corruzione ha favorito solo certi gruppi al potere. Solo in un secondo tempo quindi, le rivolte sono diventate una questione politica”.

Secondo Abdul “le armi vengono pagate da imprenditori che vivono all’estero, portate dai soldati disertori o comperate di contrabbando”. Ma ammette un coinvolgimento di Paesi stranieri. E la presenza di “gruppi di jihadisti”. “E non pensate di poter essere strumentalizzati?” domando. “No, risponde. La parte sana e laica della Siria vincerà.” Ma ormai la rivolta si è trasformata in guerra civile. Nega. Insisto. “Se un siriano uccide un altro siriano…”. Non risponde. “C’è purtroppo anche delinquenza comune, piccole fazioni fuori controllo” ammette. Intanto anche la Croce Rossa Internazionale dichiara che “il conflitto siriano ormai è così diffuso da dover essere classificato come guerra civile”.

Fino a che sono rimasta in città non ho visto colonne di fumo e non ho sentito bombardamenti da Midan, il quartiere a maggioranza sunnita a sud ovest di Old Town, nella capitale. Un quartiere pieno di moschee perché in passato da questa zona partivano le carovane di pellegrini diretti alla Mecca. Un quartiere ribelle anche durante la dominazione ottomana e l’occupazione francese. Bombardato dai francesi durante la rivolta siriana del 1925. Ma ieri pomeriggio e stamattina le agenzie hanno riportato la notizia di veicoli corazzati nel quartiere per controllare le strade principali di accesso. Da Beirut chiamo inutilmente al telefono Bassam che vive in zona. Il telefono squilla a vuoto.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/Siria-e-una-rivolta-sociale/ (riproducibile citando la fonte).

L’altra faccia della guerra in Siria

Damasco – È siriano ma ha vissuto a lungo in Italia, a Siena, per studiare Storia dell’Arte Contemporanea. Artista e critico d’arte, fondatore della Biennale di Sharjah, Talal Moualla, ha lavorato negli Emirati Arabi Uniti, a Dubai e a Sharjah, come Direttore del Centro d’arte arabo. Da un anno è ritornato in Siria per dirigere il nuovo Dipartimento per lo sviluppo dei Musei e dei siti archeologici del Patrimonio Culturale.

“Una squadra specializzata si trova ora nel Distretto di Qamishli, a nord, nella zona curda, dove sono stati scoperti i resti di antichi villaggi. Lo so, sembra strano, ma nel paese esiste questa doppia realtà. Certo, in alcune zone si combatte, però allo stesso tempo la vita va avanti. Tutti gli uffici e i Ministeri funzionano regolarmente, anche il Museo di Damasco è aperto”. Sorride. “Non ci sono turisti, è vero, ma torneranno. In ogni caso non possiamo permettere che le testimonianze delle antiche civiltà che si sono sovrapposte in Siria – da Ebla ai Babilonesi, dai Romani ai Bizantini, dagli arabi agli ottomani – vengano danneggiate o dimenticate. Ho proposto al Governo un nuovo piano per il mantenimento del nostro Patrimonio culturale, una delle nostre ricchezze più grandi, ed è stato accettato con entusiasmo”.

Occhiali e folta barba brizzolata, Talal Moualla afferma che “In passato questo Patrimonio non è stato conservato e valorizzato in maniera corretta” e aggiunge “c’è molto da fare, per questo, anche se ho la residenza a Dubai sono rientrato nel mio Paese”.

Guerra e cultura. Guerra, monumenti e antichità. Sembrano entità distanti fra loro eppure non lo sono. Prima di tutto perché, approfittando della situazione, molte opere d’arte possono che essere trafugate e portate di contrabbando all’estero. “Il commercio illecito di antichità sta aumentando – racconta Jean, un libanese che ha parenti in Siria – io stesso pur non essendo nel ramo sono stato contattato da una famiglia di Damasco che mi ha proposto la vendita di un antico dipinto”. E Fatima, che teme un intervento militare da parte dell’Occidente aggiunge. “Non posso dimenticare che cosa è successo in Iraq, durante l’attacco anglo-americano. Il museo di Baghdad depredato dei suoi tesori. I siti di Umma eIsin, distrutti per sempre”.

Fatima appartiene anche al gruppo dei siriani ’profughi’ in Patria. Abitava a Douma, una quindicina di chilometri da Damasco, il sobborgo a maggioranza sunnita, teatro degli scontri fra l’esercito e i guerriglieri del Free Syrian Army, nei primi giorni del mese. “Ho lasciato la mia casa già da mesi. Ora vivo dalla nonna in città”. E’ ancora Jean a raccontarmi che “un certo numero di siriani sta cercando casa a Beirut. Ho affittato appartamenti a due famiglie. C’è domanda. Qualcuno continua a rimanere in Siria però preferisce avere una piccola base anche fuori”.

Una giornalista siriana, Rana, sospira: “Stasera vado a una festa di fidanzamento. Ci si sposa, si esce, anche la sera, si cerca di vivere come prima. Però non è più come prima. Ho paura. Passo davanti a un’automobile e penso: esploderà? Due mie amici, che insegnavano arabo agli stranieri, da senza lavoro, si sono trasferiti in Francia. Chi ha parenti all’estero o doppia nazionalità, soprattutto chi ha figli piccoli sta pensando di lasciare il Paese almeno fino a quando la situazione si risolverà”. Chiedo: in che modo? Mi risponde con un sorriso imbarazzato.

Intanto il numero dei profughi siriani, secondo gli ultimi dati dell’UNHCR, (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), è salito a 90mila, di cui il 75% donne e bambini. Sono ospiti nei campi allestiti in Turchia, Libano e Giordania.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/laltra-faccia-della-guerra-in-siria/ (riproducibile citando la fonte).

Siria, una guerra a due piani

Damasco – Majed è un soldato di leva. In Siria il servizio militare è obbligatorio e dura un anno e mezzo. “Sono un musicista” mi dice subito. Finiti gli studi al Conservatorio, infatti, ha avuto il posto nell’Orchestra sinfonica ma è anche stato richiamato. Ora è ricoverato all’Ospedale militare di Tishreen con una brutta ferita alla gamba sinistra. “Sono stato colpito in un’imboscata alla periferia di Aleppo, il 5 di Giugno; eravamo sulla statale con l’ambulanza quando siamo stati attaccati, un mio compagno è morto.” Majed non sa quanti siano gli insorti armati nella zona nord (lui li chiama terroristi), ma racconta che sono ben armati. Mitragliatrici PKC e lanciarazzi RPG. Fra quattro mesi Majedtermina, il servizio militare, e “tornerà a suonare la tromba nell’Orchestra sinfonica, insahaallah”.

Brahim invece è un ufficiale. Capelli rasati e occhi chiari, sembra un marine. Anche lui è ferito a una gamba. Anche lui è stato colpito in un’imboscata, ma a Douma il 4 di giugno, durante un servizio di pattugliamento. “Appena guarisco ritorno nell’esercito a fare il mio dovere”.
Ieri c’è stato il funerale di 30 soldati qui all’Ospedale” − mi dice il Direttore, un chirurgo ortopedico. “Nei mesi scorsi, arrivavano una quindicina di morti al giorno, ma negli ultimi tempi le vittime sono aumentate”. Il Direttore, che non è solo medico ma anche generale, è cristiano e originario di un villaggio vicino a Homs, appare molto sicuro. “La situazione è sotto controllo”. E mi corregge quando cerco di sapere il numero di chi combatte nelle fila dell’Esercito siriano libero: 40, 50 mila? “Non è un esercito, sono bande, gruppi armati di terroristi che non osano affrontarci frontalmente e ci attaccano in agguati e imboscate”. Poi sorridendo mi suggerisce di girare la domanda al Presidente Barack Obama.

Eppure i feriti sono tanti nelle corsie dell’Ospedale. Questo significa che la guerra in Siria si è fatta più dura. L’esercito regolare è composto da circa 300mila uomini, ma in tanti hanno disertato e più che una guerra è una guerriglia sempre più crudele, fatta d’imboscate, rapimenti, rappresaglie. “I civili spesso sono presi di mezzo, coinvolti in una lotta senza esclusione di colpi”, racconta un testimone che chiede l’anonimato per sicurezza. Hassan è stato ferito proprio mentre “cercava di liberare un gruppo di soldati rapiti il 27 di giugno a Daraa dai terroristi”. Terroristi. Una parola che fa paura soprattutto ai cristiani fuggiti da Homs e che ora riempiono molti alberghi Damasco. “Chi sono?, Li ha visti?”, chiedo a uno sfollato che accetta di essere intervistato. “Ma non scriva il mio nome”, chiede con insistenza. “Sono integralisti, jihadisti. Arrivano dall’Iraq, dalla Giordania, o comunque da fuori. Non so quanti siano ma abbastanza per terrorizzarci e farci lasciare le nostre case. Siamo profughi, vede? Profughi di lusso, ma pur sempre profughi”.

Diciotto mesi, circa 15mila morti. In Siria si combatte una guerra su due livelli. Il primo è sul campo, fra i ribelli e la leadership di Damasco. Il secondo è fra le diplomazie e i giochi di potere dei Paesi coinvolti ormai in questa battaglia geopolitica. Potenze regionali come i Paesi del Golfo le grandi Potenze. Usa e Russia in testa. L’Iran. Ma la Siria confina anche con Paesi caldi come la Turchia, Israele, Libano e Iraq. Intanto, di vertice in vertice, di riunione in riunione per cercare una soluzione politica per il disarmo, per decidere se i Caschi Blu devono o no proseguire la loro missione, la gente qui muore.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/Siria-una-guerra-a-due-piani/ (riproducibile citando la fonte).

Voci dalla capitale siriana: Damasco, una città divisa

Damasco Una casa, nel quartiere di Salihiyya, sotto il Jebel Qassiuon, la montagna rocciosa che si erge a nord ovest di Damasco.
“Tutto sembra tranquillo vero?” dice Amal. La sera, il Jebel è illuminato. Le automobili, le luci, la gente. Nei sobborghi però gli scontri proseguono. Ieri, a Qadam. “Io ho paura. Non riesco più a dormire da quando, settimana scorsa, i terroristi sono arrivati alle porte di Damasco. Gli spari, i colpi di cannone. Che vita è questa?”.
La sorella, Busrha, la interrompe spazientita. “Non sono terroristi, Amal, sono ribelli. Questa è una rivoluzione”.
Succede in molte famiglie della capitale ora, non solo fra amici, di discutere e schierarsi a favore o contro la leadership al potere. Si sono addirittura rotti fidanzamenti.

Si parla, a Damasco. Dell’esercito siriano libero, di Kofi Annan, del conflitto che ha superato le frontiere, della gente che è scappata da Homs e da Duma e che occupa gli hotel al posto dei turisti. O affitta case. Ieri le voci degli scontri nel distretto di Qadam, a circa tre chilometri, sono circolate subito. Impossibile, però, verificare. Anche Qudsaya non è più raggiungibile. Intorno alla capitale sono aumentati i posti di blocco. Come sono cresciuti, rispetto a un mese fa, quelli lungo il tragitto che dalla frontiera libanese porta in Siria.

Beirut est e Beirut ovest? In effetti si prova una specie di spaesamento in questi giorni. Anche quando non è dichiarata, si percepisce fra la gente una divisione. Uno schieramento fra chi è ‘pro’ e chi e ‘contro’. La città vecchia sotto il sole rovente è vivace. Il souk pieno di merce. Nei caffè le ragazze fumano narghilè, annoiate. George, il proprietario di un ristorante racconta che “certo l’embargo ha creato problemi al Paese. Il gas è più caro, per esempio. Il 50% della produzione siriana di gas era destinata a uso interno e il 50% all’estero. Ora che l’Europa non importa più dalla Siria, il gas lo vendiamo in Russia, in Iran, Algeria. L’economia terrà”.

George non ha dubbi. È con il Presidente Bashar al Assad, così come Samar, un’insegnante di sport, originaria di Sweeda, che vuole addirittura farsi fotografare.

Si respira altro nell’aria di Damasco, in questi giorni: la stanchezza, l’incertezza, l’indecisione. Perché se è vero che per la prima volta la capitale è divisa, la divisione spesso si limita alle parole. E ancora si respira, come mi dice Jamal, “la sensazione di essere pedine” su “un grande tavolo da gioco manovrato da altri”. Jamal, è un artista. “Detesto la violenza. Vorrei che la situazione venisse risolta politicamente. Basta armi. Ci sono stati troppi morti da tutte e due le parti. Troppe famiglie hanno qualcuno da piangere. La rivolta pacifica si è trasformata in una guerra vera. Non è più solo un problema siriano. Troppi interessi in gioco. Troppe le Potenze interessate”.

Intanto la Russia ha presentato ai membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una bozza di risoluzione che prolunga di tre mesi la missione Onu in Siria. Gli osservatori internazionali non dovrebbero più limitarsi alla sorveglianza del cessate il fuoco ma impegnarsi in una soluzione politica del conflitto.
Il documento che sollecita una “urgente” e “immediata” attuazione del piano di Annan qui sembra qualcosa di molto lontano, di astratto.
Bushra apre la finestra. “Io non credo a uno scontro settario. Nessuno toccherà i cristiani o gli alawuiti (la minoranza sciita cui appartiene la famiglia del Presidente Bashar al Assad) se vince la rivoluzione”.
Amal non è d’accordo. “Chi ci garantisce che non ci saranno vendette? Quanta gente è rimasta schiacciata senza volerlo in questa guerra?” E rivolta a me: “Sai che la parte antica del quartiere è stata costruita da Nur al Din per gli arabi costretti a fuggire da Gerusalemme, a causa dai Crociati?”. Già. Era l’anno 1099. Le crociate: potere, territorio, dominio. Non certo religione.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/Damasco-una-citta-divisa/ (riproducibile citando la fonte).

Siria: frontiere calde con Turchia e Libano

Il Presidente Bashar al-Assad promulga una nuova legge antiterrorismo e, attraverso il quotidiano turco Cumhuriyet, esprime il suo rammarico per il caccia turco abbattuto dalla contraerea siriana.

Le Road Map fino a ora sono servite poco in Medio Oriente. E quella proposta sabato scorso a Ginevra da Kofi Annan durante la riunione del ‘Gruppo d’azione sulla Siria’ sembra seguire la scia delle altre. Kofi Annan giudica ‘imperativo’ il cessate il fuoco in Siria per guidare la transizione politica. Scontato. Ma in tutto il Paese continuano gli scontri e i bombardamenti. Le poche e-mail che mi arrivano ancora esprimono incertezza, dubbi, paure.

L’accordo di Ginevra sulla Siria è vago. Ambiguo. Secondo gli Stati Uniti,apre la strada all’era post Assad”, mentre per la Russia e Cina “spetta ai siriani scegliere il proprio futuro. Il testo non è abbastanza concreto “per avviare un’azione reale e immediata“. Lo ha dichiarato anche Bassma Kodmani, portavoce del CNS (Consiglio nazionale siriano) principale raggruppamento dell’opposizione. Opposizione, d’altra parte, sempre più divisa.

Alla riunione che si è svolta ieri al Cairo non hanno partecipato infatti l’Esercito siriano Libero e altri gruppi di ribelli. Si conferma quindi la spaccatura fra il direttivo del CNS basato all’estero, in Turchia, e il braccio operativo in Siria. I ‘contestatori’ non si sono trovati d’accordo con il programma della Conferenza del Cairo perché “non contemplava la richiesta di un intervento militare internazionale e di zone-cuscinetto protette, corridoi umanitari, no-fly zone per i ribelli”. I due gruppi non sono ancora riusciti a trovare un’intesa su un comando unico, né una strategia unica. Divisioni, accuse reciproche. Un clima ben diverso da quello evocato durante il summit di Ginevra.

Intanto il Presidente Bashar, con l’intervista di oggi al quotidiano turco Cumhuriyet, assicura che “non era nelle sue intenzioni la distruzione del caccia turco lo scorso 22 giugno da parte della contraerea siriana. Un incidente. E assicura che “non permetterà che la tensione politica tra Ankara e Damasco degeneri in un conflitto aperto. Le parole sembrano un tentativo di calmare le acque. Infatti dopo l’episodio si sono verificate schermaglie al confine tra caccia turchi ed elicotteri siriani. Secondo fonti militari turche sei Jet F-16 di Ankara hanno dovuto alzarsi in volo perché elicotteri siriani si erano avvicinati al confine. Problemi anche alla frontiera con il Libano. Fonti della sicurezza a Beirut hanno dichiarato che “due agenti di polizia siriani sono stati feriti a Al Hejrn da un razzo lanciato dal territorio libanese. E che in seguito all’incidente i siriani hanno sconfinato per dare la caccia ai responsabili”.

Intanto l’agenzia di stampa ufficiale siriana Sana ha reso noto che il Presidente Bashar al Assad ha promulgato tre nuove leggi anti-terrorismo. In sintesi il testo prevede che venga considerato atto di terrorismo qualsiasi azione volta a creare uno stato di terrore tra la popolazione e a destabilizzare la sicurezza del Paese, ad arrecare danno alle infrastrutture dello Stato.

A più di un anno dall’inizio della crisi in Siria, costata la vita a migliaia di persone, la diplomazia internazionale è in stallo nonostante le dichiarazioni ottimistiche. L’Opposizione discute e non trova un accordo. L’unica voce presente sembra, purtroppo, quella delle armi.

Antonella Appiano in esclusiva per L’Indro http://www.lindro.it/siria-frontiere-calde-con-turchia-e-libano/ (riproducibile citando la fonte).