Medio Oriente

La quarta volta di Bashar

Oggi il Presidente siriano Bashar al-Assad dovrebbe fare il quarto discorso alla nazione. Trasmesso in tv.

Immagine del Presidente Bashar su magliette. Aleppo liglio 2011

http://www.dp-news.com/en/detail.aspx?articleid=93838

Siamo in attesa, Presidente.

suq Aleppo

Una risposta a Mrs.Clinton

Ad Aleppo non si parla d’altro. Dalla città nuova, intorno alla grande piazza di Saahat Saad Allah al-Jabri, fino al quartiere cristiano-armeno di Al-Jedida a nord della città vecchia. Nelle stradine del Suq,  nei caffè, per strada, La visita degli ambasciatori degli Stati Uniti e della Francia ad Hama, venerdi 8 luglio è stata vista come una forte ingerenza nella politica interna siriana.

Ancora sull’informazione, le testimonianze e le fonti.

Una premessa necessaria prima del mio  breve commento all’articolo di Lorenzo Trombetta su Limes on line in risposta al mio “La Siria vista dalla Siria”. Nel suo testo,  vengo “contrapposta” ai giornalisti che, in quanto tali, non possono ottenere un visto d’ingresso.  Sono anche io giornalista. Anche io non ho potuto entrare in Siria con un regolare accredito. Come altri colleghi sono entrata nel Paese con un visto turistico e come tutti ho rischiato di essere espulsa. O arrestata.  Anche a me, per ragioni di sicurezza, l’Ambasciata italiana, aveva proposto di “essere accompagnata alla frontiera con Libano a bordo di veicoli dell’ambasciata”. Ma ho rifiutato, scegliendo di restare ancora nel Paese. Convinta  di poter offrire ai lettori qualche informazione più diretta, qualche testimonianza vissuta in prima persona. Senza per questo  pretendere “di aver capito tutto”.  Non l’ho mai affermato. Mi sono limitata a raccogliere voci e testimonianze. Di giovani, meno giovani, attivisti on line. Attivisti e basta. La storia di uno degli organizzatori della manifestazione di Yarmud, per esempio Lettera43 – Il prezzo della libertà.

Yabrud- Siria

Un attivista che sono andata a incontrare e che mi ha raccontato i suoi sogni e le sue speranze per il Paese. Il cui amico da una vita è stato arrestato. Ma anche le voci dei  non-attivisti.  Perché ci sono anche loro. I siriani pro-Bashar e i siriani contrari alle manifestazioni. Che mi raccontavano le paure, le tensioni, le ansie di fronte a un futuro che consideravano incerto e pericoloso.  Che mi riferivano i dubbi su possibili interventi esterni. Non dovevo scriverlo? Non ne avrei dovuto tenere conto? Come esisteva (esiste ancora)  una parte di opposizione che credeva nel dialogo con le autorità di damasco, Bassam Al Kadi, Michel Kilo,  Lettera43 – L’opposizione inesistente e che contestava l’opposizione all’estero. Tutto ciò si riferisce solo al periodo che va dall’inizio della crisi siriana a quando ho lasciato il Paese,  a fine maggio. Ci sono rientrata per pochi giorni a giugno. Ora la situazione è certamente cambiata e anche se sono  rimasta in contatto via  e-mail e telefonica  con le mie “fonti” non ritengo più di essere più i grado di seguire la transizione dall’Italia. Mi manca l’essere sul terreno”. D’altra parte anche io ritengo fondamentali l’uso delle fonti, l’affidabilità o meno dei testimoni, le manipolazioni televisive. Ho lavorato  come giornalista  in tv , ne so abbastanza,  e anche per questo ho scritto “la Siria vista dalla Siria”. Se un noto quotidiano italiano, per esempio, riprendendo una agenzia, il primo aprile 2011 scrive ” circa duemila dimostranti sono stati rinchiusi all’interno della grande moschea degli Omayyadi” ed io ero presente (ero entrata in moschea con l’hijab)  e posso testimoniare che è falso, quale testimonianza ha più valore? E’ un buon servizio per il lettore riportare la notizia di un fatto che non è avvenuto?

Di persona , il 27 aprile, ho potuto verificare che non c’erano carri armati al centro di  Damasco come affermavano testimoni citati da Aljazeera. Di persona ho assistito all’ingresso dell’esercito in città Lettera43 – Il venerdì militarizzato della capitale. Di persona, seguendo il  tam tam degl informatori sono andata a Midan, Kafr Susa, a piazza Abassye, di venerdì. Ogni venerdì  ho girato la città. Rischiando di persona.  Damasco non è la Siria, ma le persone che ci abitano, centro e sobborghi, sono in contatto con parenti, amici. Che la sera del venerdì commentavano, confermavano le manifestazioni.

Poi c’è il mondo di internet. E della blogosfera. Ho potuto verificare più volte che c’erano notizie che non corrispondevano. Anche io conosco bene la Siria, ho casa a Damasco e molte conoscenze negli ambienti più disparati. Che vivono anche in periferia. Nei sobborghi.  Zone che ho girato con i micro, il bus, a piedi.  E a proposito del caso della finta blogger Amina, sono stata messa in guardia da amici e da un paio di attivisti che il caso non li convinceva. “O vive fuori dalla Siria e vuole farsi pubblicità o non esiste”, mi dissero. E io ho creduto a loro.  Non sono caduta nella trappola dell’intervista on-line, proprio perché vivendo a Damasco, ho potuto tastare il terreno, chiedere, indagare. Nessuno nega l’enorme importanza dei social network ma  sono quasi sempre meno affidabili. Possono suggerire piste ma vanno verificate “incrociando i dati con altre fonti credibili, meglio se personali  e dunque fidate” come scrive lo stesso Trombetta nel suo articolo” Sangue e Misteri sulla via di Damasco”. E’ quello che ho cercato di fare. Con coscienza.  Onestà.

Oggi il fronte dell’opposizione è meglio definito,  sono stati resi noti documenti programmatici e sono successe molte cose.  Anche se Damasco e Aleppo,  non sono ancora scese in piazza proprio perché –come avevo scritto più volte- un ampio  settore della borghesia commerciale sosteneva e sostiene il regime. Lo scenario può cambiare ancora. La crisi economica che già si sentiva ad aprile per il crollo del turismo, è galoppante. Magari  quei siriani, quei damasceni che non volevano ammettere “il problema” di una parte della società siriana in rivolta e anzi speravano che “ogni venerdì di proteste sarebbe stato l’ultimo”, avranno cambiato idea. Mi piacerebbe sentirmelo dire da loro. Quasi, quasi torno a Damasco…

Quartiere di Midan - Damasco

Siria. Scambio di accuse fra membri dell’opposizione

Damasco

Scambio di accuse fra esponenti dell’opposizione.  Ieri, lunedì 27, a Damasco si sono riuniti per la prima  volta, pubblicamente,  gli esponenti dell’opposizione interna siriana che vogliono cercare una  “transizione pacifica verso la democrazia” attraverso “dialogo nazionale” proposto dal regime.  Circa 200 personalità e intellettuali  tra i quali Aref Dalila, Micheal Kilo, Mazen Darwish,  Fayez Sara.  Durante la riunione Siria per tutti in uno stato democratico e civile,  il regista Nabil al Maelh ha affermato: “L’opposizione dovrebbe agire nel rispetto delle istituzioni” e ancora “non chiederò la caduta del regime finché è aperto ai cambiamenti”.

Dura replica dell’opposizione  siriana all’estero che  ha accusato  gli organizzatori di essere “manipolati dal regime”.  Contro-accusa dei membri dell’opposizione  interna che hanno dichiarato: “l’opposizione  siriana estera che ha partecipato alla riunione di Antalia e  di Bruxelles  ha preso una posizione simile a  quella dei Paesi occidentali.  Una posizione a  sfavore della Siria”.

Donne siriane e guerra – Non hanno partecipato alla rivoluzione insieme agli uomini

Ragazze sirianeSfatiamo una notizia scorretta che è apparsa sui media italiani, durante la recente crisi siriana, ancora in corso. Le donne siriane non hanno partecipato alle manifestazioni insieme agli uomini. Le musahara(manifestazioni), in Siria si sono svolte sempre di venerdi’, in giorno in cui, andando alla moschea per la grande preghiera, è possibile formare assembramenti (altrimenti proibiti di fatto per legge). Ma le donne non vanno in moschea il venerdì. Secondo l’Islam, possono pregare da casa.

C’è stato qualche raduno separato. Più volte sui siti pro-rivoluzione presenti su Fb, è stata annunciato qualche corteo, a Damasco, che poi non si è svolto. Una volta è stato disperso. Ma si trattava di poche decine di persone. Le donne  hanno seguito i funerali dei parenti. Dei “martiri”  questo soprattutto a Dar’aa. Ma per stessa ammissione degli attivisti con cui ho parlato, le donne per ora sono assenti dalla scena.

Devo premettere che in Siria, l’opposizione, “reale”- quella sul territorio intendo e non quella virtuale su Internet o quella all’estero- è composta in gran parte da elementi conservatori e religiosi. Anche i più giovani mi hanno risposto che “Per l’Islam il ruolo della donna non è quello”. Altri oppositori  più laici hanno sottolineato “il pericolo”.

Impossibile quindi un paragone con le Egiziane. Sia per la modalità attraverso cui si è svolta la “rivoluzione” sia per motivi storici e socio-culturali che differenziano le donne siriane dalle egiziane. Il femminismo in medio oriente è nato in Egitto. Già nel 1923, Huda Sahrawi aveva fondato “l’Unione femminista”. E le egiziane parteciparono attivamente  anche  alle manifestazioni contro il Protettorato inglese. In Siria, secondo l’”Osservatorio per i diritti della donna siriana”, la società è piuttosto conservatrice e le donne non prendono parte neppure al movimento per i loro diritti.  Una volontaria mi ha detto“Non sono interessate. Facciamo molta fatica a comunicare i concetti di uguaglianza di genere. Su 3 milioni di donne fra i 18 e i 50 anni solo mezzo milione sceglie di lavorare fuori casa. Le professioni preferite: insegnante, medico pediatra, impiegata, infermiera. L’obiettivo è ancora il matrimonio. E la cura dei figli”. In Siria poche, anche fra le giovani,  sanno che in Europa l’8di marzo si festeggia il giorno della donna. Qui esiste solo la “festa della mamma”.

Naturalmente anche in Siria, ci sono donne che occupano posti di potere e prestigio. Basta pensare a Bouthaina Shaaban,  un Phd in letteratura  inglese, all’università di Warwick, in Inghilterra, già consigliere per il Ministro degli affari esteri. Oggi è a capo dei Ministero degli Espatriati e Consigliere politico e dei Media del presidente Bashar al Assad.

In Sira, sempre secondo, SWO (Syrian Women’s Observatory) esistono ancora una piaga da combattere, quella dei delitti d’ onore. Tra i 200 e i 300 all’anno, secondo il SWO. Soprattutto, ovvio,nelle zone rurali del Paese, dove predominano società patriarcali. Non si tratta di un problema di religione ma di tradizione. Le volontarie della  SWO  hanno dichiarato che “ è allo studio una modifica o forse anche la cancellazione dell’articolo 192 del codice penale siriano che prevede l’attenuante per i reati connessi ai delitti d’onore”. In base a quell’articolo e’ prevista in Siria l’attenuante per chi commette un omicidio per difendere l’onore della propria famiglia. Con questa riforma, invece di una condanna leggera – mi ha spiegato la volontaria Fatima- l’omicida ricevera’ il massimo della pena prevista dalla legge e il delitto d’onore sara’ equiparato a un omicidio normale”.

Antonella Appiano da Damasco per dol’s.net (http://www.dols.net/magazines_news.php?id_micro=25&id_sub=10017&id_news=2402)

La Siria vista dalla Siria

Hijab in vendita in un negozio di Damasco

Sono in Siria da quasi tre mesi. Una premessa sull’informazione.
1) Fin dall’inizio della “crisi siriana” l’informazione dei media internazionali – la maggior parte dei quali non aveva corrispondenti sul posto – è stata scorretta. L’ho potuto constatare in diverse occasioni come testimone diretta. Mi riferisco, in questo caso a Damasco.
E ne ho scritto qui sul mio blog, sul quotidiano online www.Lettera43.it e nelle mie corrispondenze, “Diario da Damasco”. Durante questo periodo ho raccolto testimonianze di attivisti, di oppositori, di sostenitori del regime, di esponenti del partito comunista, di gente comune. Persone in carne e ossa con un nome, un volto, un mestiere. Penso più attendibili quindi di voci anonime telefoniche. Eppure non le ho mai divulgate come “verità” in quanto le testimonianze non erano confermate da fonti indipendenti.
Leggo spesso “lo affermano testimoni”. Chi sono? C’è qualche conferma? E qualcuno verifica Twitter e Facebook? Io ho provato, più volte, e anche in questo caso spesso ho trovato notizie false. Le testimonianze che ho raccolto sul “terreno” e non a Beirut o in Giordania sono sempre state contraddittorie, e bisognerebbe tenerne conto.
Personalmente dagli stessi attivisti con cui sono in contatto a volte ho ricevuto informazioni diverse da quelle che poi leggevo sui grandi media, riguardo, per esempio,  il numero dei partecipanti alle manifestazioni. Quasi sempre inferiori. E ancora.

Chiesa greco ortodossa

A volte vivendo qui ci si trova contagiati da suggestioni, paure che vengono trasformate in realtà.
Un esempio recente. Sabato 7 maggio sono andata con il bus di linea ad Homs. I negozi erano aperti e ho pranzato con alcuni amici in un piccolo ristorante. Verso l’una e mezza, mentre ero vicino alla chiesa siriaco-cattolica, i negozianti hanno chiuso in fretta la serrande e hanno cominciato a dirmi “Musahara, manifestazione, c’è una manifestazione”. In un  caffé ho chiesto notizie e mi è stato riferito “che in centro si era formato un corteo di 20 mila persone e che la strada per la stazione dei bus era interrotta”. Con un taxi ho fatto un giro in centro. Non c’era nessuno e sono ritornata senza problemi alla stazione.
Che cosa è successo quindi?
Venerdì, Homs era stata teatro di manifestazioni e il giorno seguente, il sabato, dopo la preghiera, la gente spaventata, aveva trasformato un timore  in un fatto reale. Io ho controllato la notizia. Mi domando quanti l’avrebbero invece “sparata” da un sito internet, una tv, una radio senza accertarsi prima.
Sono pochissimi i media che hanno voluto o sono riusciti a mandare un corrispondente a Damasco. Il regime siriano, poliziesco e autoritario, ha allontanato i giornalisti, è vero. Ma la mia impressione è che alle influenti catene televisive come Al Arabiya, Al Jazeera o la BBC non importi molto il ritrovamento diretto e incrociato delle notizie. Troppo spesso le informazioni vengono prese in rete e sono pubblicate  solo quelle che parlano di proteste oceaniche, guerriglia nelle strade, le altre sono scartate. Credo sia stata ignorata dai media occidentali la notizia recente delle dimissioni dalla tv Al Arabiya della giornalista Zeina Al Yaziji, in polemica per come sono seguite le manifestazioni in Siria. Per le stesse ragioni ha dato le dimissioni il direttore della redazione siriana di Aljazeera Abdel Harid Tawfiq. E già da metà aprile l’editorialista Ghassan ben Jiddo ha lasciato la direzione dell’ufficio corrispondenza da Beirut.

Il prezzo della libertà – Diario da Damasco

Nelle strade presidiate arriva solo l’eco degli scontri a Homs e Hamaa.

Il presidente Bashar al Assad a Damasco in visita al monumento del Milite ignoto (© ansa)

La capitale è sotto stretto controllo militare in questo venerdì della sfida. Già da due giorni, il quartiere di Midan e il sobborgo di Douma, a 12 chilometri da Damasco, sono segnalati come sede di nuove manifestazioni.
Mahmud, un architetto disoccupato che vive nella cittadina di Adra, una decina di chilometri a nord di Douma, si offre di accompagnarmi in un giro fuori città. Da sola attirerei troppo l’attenzione.
Con un “micro”, il minibus, raggiungiamo il garage Abbasyya da dove partono i bus per Homs e Aleppo, Douma, Adra e Yabrud, la nostra meta, a una settantina di chilometri dalla capitale.
IL PRESIDIO DELL’ESERCITO. Già alle dieci del mattino la piazza Abbasyya e le vie intorno sono presidiate da forze di sicurezza in borghese e riesco anche a vedere un gruppo di militari all’interno dello stadio. Mahmud ha un paio di amici a Yabrud, dove, due settimane, fa si è svolta una manifestazione di protesta.
Lungo la strada, militari, polizia, forze di sicurezza in borghese. E sei posti di blocco. Il bus non viene fermato ma l’autista è piuttosto teso e continua a dire a Mahmud che è seduto vicino: «Shu, Shu», «guarda guarda» e indica con il dito i soldati. Anche gli altri occupanti del bus commentano sottovoce mentre le donne stanno in silenzio.

L’eco dei morti di Homs e Hama

La strada per Yabrud, importante sito archeologico siriano

La presenza di militari e polizia s’intensifica quando passiamo Harasta e Douma per scomparire ad Adra. Ma prima di entrare a Yabrud c’è un posto di blocco e, questa volta, dobbiamo fermarci.
I militari controllano i documenti, chiedono qualche informazione all’autista e dal finestrino danno un’occhiata al mio passaporto. Passiamo senza problemi.
NEL DESERTO DI YABRUD. Yabrud, ai piedi del montagne Qalamoun, al confine con il Libano, è deserta sotto il sole. «Qui c’è un importante sito preistorico, le caverne di Iskafta e la cattedrale di Costantino ed Elena. È sempre stata una tappa per i turisti, ma ora non arriva più nessuno», mi racconta Ammar, uno degli amici di Mahmud che ci aspetta in ufficio.
È ingenere, ma già dall’inizio della crisi economica globale, fatica a trovare lavoro. Ammar è stato fra i promotori della manifestazione antigovernativa di due settimane fa. «Una manifestazione pacifica. Chiedevamo solo riforme. Più libertà. E la polizia ci ha ha lasciato tranquilli. Ma tre giorni fa un mio amico è stato arrestato. Non abbiamo notizie. Siamo confusi. Aspettiamo».
«LA SIRIA NON È L’EGITTO». Che cosa succederà? «Lo sa Dio. La Siria non è l’Egitto, ma vogliamo anche noi la formazione di partiti e l’assicurazione che lo stato di emergenza non verrà più applicato. Una migliore distribuzione della ricchezza. Meno corruzione, meno forze di sicurezza».
Anche Nasser è ingenere. Ha un cugino a Douma ed è lui ad avvertirci, nel pomeriggio, che nel sobborgo non è successo niente. «Per forza è completamente controllato dalla polizia», ribatte Ammar.
OPPOSIZIONE DISORGANIZZATA. Nasser appartiene invece al gruppo di chi crede che le proteste non organizzate servano a poco e che sia meglio fermarsi per riflettere. «Abbiamo vissuto troppo tempo sotto regime», dice, «non sappiamo come muoverci. Non abbiamo una guida. Un programma da seguire».
Quindi? «Se continuerà questo stillicidio, il collasso economico è assicurato. Senza contare che oltre a chi protesta genuinamente come Ammar, c’è qualcosa d’altro. E una Siria destabilizzata, lo sappiamo, fa comodo a tanti».
Mahmud, che ha lavorato in Turchia e in Russia, è indeciso. «Vorrei che il Paese cambiasse, certo. Ma non me la sento di scendere in piazza. Damasco e Aleppo non partecipano».
MORTI A HOMS E HAMA. Durante la lunga attesa di un altro bus che ci riporti a Damasco, Mahmud fa qualche telefonata per informarsi su che cosa è succcesso nel Paese. «Scontri e morti a Homs e Hama» mi riferisce.
Sulla via del ritorno, non troviamo più posti di blocco ma nel tratto da Harasta e Douma ci sono ancora i militari. A Damasco, come ogni venerdì sera, luci, caffè aperti e gente che passeggia nel centro storico.

di Antonella Appiano per Lettera43: Il prezzo della libertà

L’opposizione inesistente – Diario da Damasco

I siriani sono preoccupati del caos che può investire il Paese.

Una fedele cristiana in una chiesa a Damasco (© Getty Images)

Damasco cambia di nuovo volto. La vita riprende a scorrere come se niente fosse successo. Venerdì scorso, la capitale era deserta e militarizzata, lunedì caotica, indaffarata. E le camionette dei soldati sono scomparse dalla città.
Fatima abita a Douma.
Durante le ultime due settimane è venuta a vivere dal fratello a Damasco, nel quartiere di Al-Saliyya ma oggi mi dice sorridendo: «Sono tornata a casa, ci sono posti di blocco e la polizia controlla i documenti, però è tutto tranquillo».
IL DISTACCO DI DAMASCO. Gli attivisti online avevano invitato la popolazione di Damasco a scendere in piazza lunedì 2 maggio, senza aspettare il venerdì. Ma, ancora una volta, la capitale non ha risposto all’appello.
Damasco continua a rimanere distaccata. La gente è «dispiaciuta per le vittime di Daraa e di Homs», ma non si schiera con i manifestanti. Il coro è sempre lo stesso e non solo presso i ceti borghesi o medio borghesi. «L’opposizione non è preparata, non c’è una leadership e non ci sono programmi», dichiara Rida, medico dentista.
«Sono più spaventato dal caos che dai militari o dalle forze di sicurezza», racconta Khaled, un giovane taxista che «vorrebbe sposarsi ma non ha i soldi per farlo».
CRESCE LA DIFFIDENZA. Sempre accesa e trasversale la polemica sui soldati uccisi. Sono in tanti a credere alla versione ufficiale e governativa che li definiscono «vittime di quanti vogliono destabilizzare la Siria».
Ancora accuse ai media stranieri. «Voi continuate a sostenere che sono stati uccisi perché volevano abbandonare l’esercito, o addirittura perché si sono rifiutati di sparare sui manifestanti, ma non è vero». Si avverte una certa diffidenza nei damasceni in genere così cordiali con gli stranieri. In questi giorni gli occidentali sono guardati con molta curiosità e un’ombra di sospetto.

Esercito e attivisti colpevoli della spirale di violenza

Uno dei tanti caffè della capitale siriana

Sabato nel quartiere conservatore sunnita di Midan – dove il 29 aprile si è svolta una manifestazione dispersa dai lacrimogeni – nel grande suq di generi alimentari e di dolci, la gente chiede continuamente: «Da dove vieni?», «Da quanto tempo sei in Siria?», «Quanto rimani?».
Anche se poi un ragazzino mi accompagna in via Queashi, a vedere la chiesa sconsacrata di Santa Maria all’interno di un cortile di una casa privata. Il proprietario mi fa entrare con gentilezza e mi permette di scattare qualche fotografia. Ma la domanda «Min wein? Russia?, Francia?, Gran Bretagna?» è un ritornello continuo. Anche quando prendo il biglietto per visitare il museo nazionale, cosa che non mi era mai successa.
LE ACCUSE DELL’OPPOSIZIONE. Intanto l’oppositore Bassam Al-Kadi ha firmato un manifesto, diffuso online, in cui accusa sia il regime sia gli attivisti della spirale di violenza che ha travolto la Siria, e invita gli attivisti a fermare le manifestazioni e a riflettere.
«La mancanza di fiducia nel regime è giustificata dopo anni di promesse disattese ma ora abbiamo l’occasione per vedere se le riforme saranno davvero messe in atto. È stato abolito lo stato di emergenza dopo quasi 50 anni e il presidente ha promesso che permetterà la formazione di partiti politici. Proviamo a organizzarci seriamente. Qualcosa è comunque successo e il regime dovrà tenerne conto».
SI ATTENDE IL VENERDÌ. Lunedì, anche le strada per Harasta, cittadina satellite di Damasco, a circa tre chilometri da Douma – dove il il 22 aprile si erano verificati scontri fra manifestanti e le forze dell’ordine – è libera.
Ci si può arrivare con i mezzi pubblici, l’autobus o i microbus, e non ci sono posti di blocco. Harasta è un centro molto semplice e popolare. Nell’unico caffè-ristorante della piazza principale, il proprietario racconta: «Oggi tutto è normale, ma due settimane fa era diverso. Si sparava nelle stade e i militari requisivano i cellulari. Perché non torni venerdì a vedere?».

di Antonella Appiano per Lettera43